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so che non è apparentemente pertinente…
…ma la poetica severità di Soane…la matita “impastata di pensiero” dei disegni del precedente post…rapportati alla banale trasparenza della casa di Phlip Jhonson…
mi ha spinto a riportare qui uno scritto rispuntato fuori per caso ieri sera dalla mia libreria…
…una di quelle piccole riflessioni che… tanti…dovrebbero meditare…
“Vedere la natura da una certa stanza nella più ampia estensione, immergersi nella natura aprendo le pareti della casa, fare entrare i rampicanti in essa non significa aver stabilito un rapporto e una continuità armoniosa fra l’interno e l’esterno. Quel rapporto può talora stabilirlo meglio il ‘finestrino’ della cella di un convento che una vetrata che occupi un’intera parete. Rapporto e continuità sono nella forma (e cioè nei volumi, negli spazi, nella misura e disposizione delle porte e delle finestre) che evoca la natura e della quale coglie il senso più profondo. Una finestra di normale dimensione che abbia una confortevole relazione con la stanza stessa (e sia pure una finestra da cui si vedono solo poche foglie di un fico) può stabilire un rapporto definito fra interno e esterno”.
Anche a me è capitato di restare folgorato dalla stessa citazione e comprendere che l’indispensabile sacralità del nostro stare sulla terra, quella alla scala domestica e non quella estorta con la scala monumentale del Pantheon, è davvero possibile costruirla ed è la sola speranza di felicità dell’architetto.