C’era una volta l’INARCH, quello vero, quello di Bruno Zevi.
Chi ha la mia età ricorda senz’altro con rimpianto gli incontri settimanali a palazzo Taverna dove si dibatteva accanitamente e senza esclusione di colpi di tutto, di architettura, per prima cosa, ma anche di arte, di urbanistica, di politica secondo un modello di civiltà dialettica che veniva da lontano, dall’antifascismo e dal partito d’Azione, da una “cultura” che era insieme conoscenza e educazione, rispetto delle regole, orgoglio delle proprie idee e capacità di stare al mondo tra persone “civili”.
Da allora ho sempre pensato all’Inarch come ad una palestra ove incontrandosi, ma anche scontrandosi, gli architetti potevano confrontare le loro posizioni e le loro esperienze, mostrare i lori progetti ed esternare dubbi e incertezze sul loro mestiere e sul rapporto tra la loro professione e la società civile che era e dovrebbe restare l’obiettivo ultimo di quella già benemerita istituzione.
Certamente molto tempo è passato da allora e la stessa società italiana si è trasformata profondamente, basta accendere la televisione per rendersene conto, tra “L’approdo” e “Il Grande Fratello” qualche differenza la vediamo tutti, ma dispiace comunque assistere alla degradazione di un’istituzione alla quale eravamo affezionati e che ogni lunedì ci regalava qualche attimo di vero e partecipato interesse.
A leggere invece l’ultima Newsletter dell’Inarch-Lazio ci si accorge che le cose stanno diversamente, che un’istituzione già gloriosa è diventata la segreteria elettorale di un comitato di affari che intende gestire in proprio le “cose” e le “case” dell’architettura romana e che scende in campo cavalcando come cosa propria anche la campagna elettorale per il rinnovo dell’Ordine locale degli Architetti. Un’istituzione quindi che, pur essendo ente riconosciuto giuridicamente (con Decreto del Presidente della Repubblica n° 236 del 28 marzo 1972), e che, per statuto nazionale, “ha lo scopo di promuovere e coordinare gli studi sull’architettura valorizzarne i principi e favorirne l’applicazione, mediante l’incontro delle forze economiche e culturali del paese che partecipano al processo edilizio, sollecitare mediante un’azione continua e diretta l’interesse della collettività, cui è destinata la produzione architettonica” e che: ”quale ente culturale e tecnico collabora con le pubbliche amministrazioni centrali e periferiche, per lo studio dei problemi dell’architettura. Cura le relazioni con organismi similari italiani e di altri paesi e collabora con la Sezione Italiana dell’Unione Internazionale Architetti (UIA)”, non esita a schierarsi quale supporter elettorale del suo presidente locale e dei suoi compagni di lista.
Ma dove siamo?
Che forse questa specie di “banda della marana” dell’architettura romana ha scambiato quella che fu una gloriosa “palestra” culturale per il “covo” da cui manovrare per le sue scorrerie elettoralistiche? Cosa ne pensano i soci Inarch (se ancora ne esiste qualcuno)? I sostenitori (cioè l’ACER)? Cosa ne pensano il Consiglio Nazionale, il suo Presidente, e lo stesso Consiglio Nazionale degli Architetti (che ne è membro di diritto)?
G.M. 9.10.05




L’ALA-ASSOARCHITETTI Campania ( iscritti numero 6 in totale) ha fatto un appello simile di sostegno alla lista del consiglio uscente di Napoli. Ma se il simile appello lo fa anche l’inarch, allora qualcosa di grave è già successo. Buon lavoro, Antonio
Bella la favola sull’INARCH , conosco anche quella de” La Sapienza”, c’era una volta la nostra bella università dove i grandi progettisti discutevano sull’architettura e non pensavano troppo a spartirsi le cattedre che erano poche, a spingere i loro pupilli, a realizzare concorsi pilotati, master inconsistenti…
Ma poi dopo il 68 una formidabile generazione di contestatori ha preso rapidamente il controllo dell’ateneo che mantiene saldamente; ora il dibattito sull’architettura è nullo (che anche quella ormai è diventata immateriale), e il divario tra accademia e mondo reale è sempre più incolmabile..
Quindi il risultato mi sembra scontato, l’inarch è effettivamente un marciume come la facoltà di architettura del resto..per colpa di chi?
La contemporaneità, e il grande fratello forse..