C’erano una volta … i “Romanisti” …

Riceviamo da Francesca Di Castro e molto volentieri vi sottoponiamo questa testimonianza di una stagione tramontata da tempo …

speriamo che la voce dei nuovi “Romanisti” torni al più presto a farsi sentire …

“Da “L’Urbe” del 3 aprile 1949:
“Il caso, in questo giorno di riposo mi ha guidato sul piazzale del Pincio, dove lo scampanio della maggiore chiesa di Roma si udiva perfettamente.(…) Quanta bellezza da questo piazzale: l’azzurro del cielo, il sole, il nostro sole che tutti ci invidiano e l’esplorazione dell’orizzonte in tutti i punti cardinali fa commuovere un vecchio romano: quanti ricordi vecchi e nuovi, di millenni e di oggi! Qua è Trinità dei Monti, quello è il Quirinale dove sventola, alla brezza del maestrale, la nostra Bandiera.(…) Ecco il Monumento dell’Italia unita e del Milite Ignoto (…) Tra la foschia vedo la mole del Colosseo, l’Ara Coeli, il Campidoglio con la Torre civica.(…) Gli occhi miei spaziano ancora in un gaudio di luce. Laggiù il Gianicolo: in queste giornate cento anni fa i miei commilitoni erano là vigilanti per la difesa di Roma(…) E su tutto stagliato nell’azzurro puro del cielo, il nostro Cupolone!(…) Una preghiera mentalmente rivolgo, in tanta visione, ad architetti scultori e pittori ultramoderni: -Non storpiateci la vecchia Roma.- Riservate per voi la nuova.”

Così scriveva l’antiquario Eugenio Di Castro, già membro del Gruppo dei Romanisti, fervente difensore della storia e della bellezza di Roma, dal quale ho ereditato passione per la tradizione e amore per la nostra Città. Era il 1949 e i “barbari” già avanzavano. Due anni dopo, grazie all’intervento del Sindaco Salvatore Rebecchini, anche lui membro del Gruppo dei Romanisti , venne salvata via Margutta e via dal Babuino da un disastro urbanistico già deliberato per realizzare una galleria che doveva unire via Veneto a piazza di Spagna. In quell’epoca la Cultura aveva ancora la possibilità di farsi sentire attraverso i giornali liberi che pubblicavano volentieri le discussioni all’ordine del giorno del Gruppo che annoverava tra i suoi sodali studiosi, artisti, politici, giornalisti, attori, musicisti, uniti dall’unico imperativo: la difesa di Roma. Tra di loro vi erano e vi sono personaggi come Trilussa, Ceccarius, Antonio Munoz, Augusto Jandolo, Carlo Pietrangeli, Clemente, Andrea e Michele Busiri Vici, Luigi Federzoni, Aldo Fabrizi, Carlo Fontana, Ugo Fleres, Mons. Ennio Francia, Hermanin, Huetter – solo per nominarne alcuni- fino a Gustavo VI re di Svezia e ad un altro Sindaco di Roma Antonio Santini, oltre a archeologi come Romolo A. Staccioli, soprintendenti, direttori di archivi e musei, architetti come Massimo De Vico Fallani, editori, giornalisti, storici dell’arte (Federico Zeri era tra questi).
Negli ultimi anni la nostra voce è stata “oscurata” e il motivo è palese. Insieme a Italia Nostra abbiamo affrontato le battaglie dell’Ara Pacis, dell’Acqua Acetosa, ed oggi quelle del Pincio, del Foro Italico e dei giardini di De Vico all’EUR  Abbiamo appoggiato apertamente Alemanno e gioito alla sua elezione, ma il rinvio per esprimere la condanna  o la grazia per il Pincio non lascia molto spazio alla speranza. In qualità di architetto del paesaggio, membro del Gruppo dei Romanisti e di Italia Nostra, la mia delusione è grande, perchè chiunque dovrebbe rendersi conto che non bisognava neppure pensare a toccare un luogo per mille motivi sacro e proprio per questo già sottoposto a vincolo paesistico e come villa storica, prima ancora di mettere in luce le presenze archeologiche, delle quali comunque si era già certi per i ritrovamenti dell’epoca di Valadier descritti dal Guattani e confermati dagli scavi in occasione del restauro della Casina Valadier, puntualmente elencati nel libro pubblicato per l’inaugurazione della stessa nel 2004, con presentazione dello stesso Veltroni.

Oggi, prima che il verdetto sia definitivo, rivolgo al Signor Sindaco Gianni Alemanno, per il quale gioiosamente e piena di speranze ho votato e fatto votare, questo invito, tratto dal “Principe” di Machiavelli, cap.XXVI:

“Volendo conoscere la virtù d’uno spirito italiano (romano), era necessario che la Italia (Roma) si riducessi nel termine che ell’è di presente, e che la fossi più schiava che li Ebrei, più serva ch’e’ Persi, più dispersa che li Ateniensi, sanza capo, sanza ordine; battuta, spogliata, lacera, corsa, et avessi sopportato d’ogni sorte ruina.(…)
Vedesi come la prega Dio, che le mandi qualcuno che la redima da queste crudeltà et insolenzie barbare. Vedesi ancora tutta pronta e disposta a seguire una bandiera, pur che ci sia uno che la pigli.(…)
E tutto procede dalla debolezza de’ capi; perché quelli che sanno non sono obediti, et a ciascuno pare di sapere, non  essendoci fino a qui alcuno che si sia saputo rilevare.(…)
Non si debba, adunque, lasciare passare questa occasione, acciò che l’Italia (Roma), dopo tanto tempo, vegga uno suo redentore.
Quale Italiano li negherebbe l’ossequio? A ognuno puzza questo barbaro dominio. Pigli, adunque, la illustre casa vostra questo assunto con quello animo e con quella speranza che si pigliano le imprese iuste; acciò che, sotto la sua insegna, questa patria ne sia nobilitata, e, sotto li sua auspizi, si verifichi quel detto del Petrarca:

Virtù contro a furore
Prenderà l’arme, e fia el combatter corto;
Ché l’antico valore
Nell’italici cor non è ancor morto.”

F.D.C.

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