CHEPANORAMADAQUELLETORRI …

Da Sergio Brenna: …
“Dal 1992 al 1994 ho fatto parte della Società per il Parco Scientifico per le Tecnologia Ambientali, costituito dall’ora Sindaca Fiorenza Bassoli tra Comune e Falck: ho conosciuto il responsabile delle strategie immobiliari Falck, l’anziano architetto Giuliano Rizzi, già allievo di Marescotti e membro negli anni Cinquanta del Collettivo comunista di architettura. Dopo aver attentamente vagliato i programmi di ricerca della Falck, propose un nucleo commerciale lungo viale Italia e sul resto centri di ricerca e sperimentazione produttiva nel riuso del rottame ferroso (carri ferroviari, frigoriferi, computers, ecc.). A metà 1994 Penati, divenuto sindaco, ci fa chiamare e ci dice: “Smontare carri ferroviari e frigoriferi non è qualificante per la Sesto del 2000: dovete dare un incarico da 500 milioni di lire (che la Società non aveva!) a Gregotti (già incaricato del PRG!), G.B. Zorzoli, Umberto Colombo – ex presidente ENEA – e un economista cileno con studio a Ginevra, tale Juan Rada, che hanno già uno studio di riuso delle aree e soprattutto clienti disposti ad acquisirle a prezzi in grado di ripagare lo studio e ricapitalizzare la Società”. Al nostro rifiuto di obbedire ci chiede le dimissioni entro 24 ore e la Società è sciolta d’imperio, rinascendo poi con presidente un ex assessore di fede comprovata. Non sarà poi stata tutta colpa dei Falck, dei Pasini, degli Zunino, dei Bizzi e delle loro archistar Tange, Botta, Piano se poi la volumetria pianificata in torri di 80 piani  è lievitata da 500.000 a 1 milione di mc e le tangenti milionarie (in Euro), di cui leggiamo nelle cronache delle indagini in corso in questi giorni, sono andate come sono andate!

S.B.

Questa voce è stata pubblicata in Architettura. Contrassegna il permalink.

3 Responses to CHEPANORAMADAQUELLETORRI …

  1. Pietro Pagliardini ha detto:

    Ah, ho capito! Non avevo visto che il testo su Eddyburg era di Sergio Brenna e non di Edoardo Salzano. Me ne scuso con entrambi, ma il contenuto del mio commento precedente sul tema non cambia, salvo il qui pro quo sui nomi.
    Comunque vorrei capire perché l’architetto Rizzi viene appellato come “membro del Collettivo comunista negli anni 50”. Ma che è un titolo accademico? Oppure un titolo di merito o viceversa di demerito?
    Ma chissenefrega – con rispetto parlando – del Collettivo comunista degli anni ’50 (che già il nome intristisce e suggerisce la Germania est, le Vite degli altri, Stalin, il colore di fondo grigio plumbeo con una macchia di rosso, ecc.) se non c’è nessun legame con le vicende in oggetto, come immagino non ci sia!
    La memoria storica è importante, la storia di ognuno di noi è importante, ma il nesso, in questo caso, proprio non riesco a vederlo e mi sembra anche una diminutio dell’arch. Rizzi, che non so chi sia, se ciò che lo qualifica è solo questa sua lontana appartenenza.
    V’immaginate se tra quarant’anni, in un caso analogo, qualcuno scrivesse: l’anziano architetto Fuksas, che agli inizi del millennio era rifondarolo, è stato chiamato per una consulenza sull’area tal dei tali? Quello se incontra al ristorante il giornalista altro che formaggiera, un tavolo gli tira.
    Pietro

  2. Sergio Brenna ha detto:

    Caro Pagliardini,
    era semplicemente per far rilevare che Rizzi, pur operando in PSTA come responsabile delle strategie immobiliari della Falck, veniva da esperienze che, pur lontane nel tempo, lo connotavano non come semplice esecutore di intenti speculativi del proprio cliente, ma come portatore anche di interessi pubblici generali. E in quel senso mi parve apprezzabile lo schema insediativo da lui proposto per il riuso dell’area, assai più di quello poi subìto da Sindaci, assessori e dirigenti comunali sulla cui fedeltà all’interesse pubblico emergono oggi le prove che ci fosse molto da dubitare… A te non dirà nulla, ma di quel gruppo di allora giovani architetti-urbanisti faceva parte anche quel Guido Morpurgo che promosse poi da consigliere regionale lombardo l’approvazione nel 1975 della prima legge urbanistica regionale, che fu un esempio per quelle del Piemonte, Toscana, Emilia succedutesi negli anni seguenti. Prima che le deregulation dagli anni Ottanta-Novanta in poi travolgesse ogni norma e ragionevolezza e ci riprecipitasse a prima della frana di Agrigento del 1966…
    Sergio Brenna

    • Pietro Pagliardini ha detto:

      Il suo tono garbato mi impedisce, per fortuna, di fare polemica, però non mi esime dal risponderle ciò che penso. Il fatto che Guido Morpurgo sia il padre putativo della legge urbanistica 5/95, poi trasformata in 1/2005, della Regione Toscana, non è per me e, le assicuro, per molti altri, un titolo di merito. Difficile, dopo anni di applicazione della legge, trovare molti consensi, se non da parte degli apparati regionali, dei fedelissimi di una visione burocratica dell’urbanistica e dei colleghi urbanisti che soli detengono le chiavi per comprendere ciò che non è comprensibile ai più, tanto da far rimpiangere, ahimè, la legge urbanistica nazionale.
      La legge ha introdotto definitivamente una visione astratta del territorio e della città sommersa da una montagna di carte, studi di ogni genere, un gergo assurdo, che la stessa prof.ssa Marson, Assessore Regionale (che mi consentirà non essere certo a favore della deregulation) ha definito “retorica verbale”, che parla una lingua da iniziati per nascondere un grande vuoto di idee e di capacità di comprendere la realtà, che non sia una visione negativa dell’uomo nei confronti della natura, della città, del territorio e, soprattutto, un rapporto tra Stato e cittadino pari a quello tra sovrano e suddito. E non perché impedisca di costruire, ma perché rende i cittadini, tecnici compresi, succubi di norme tortuose e illeggibili, che finiscono per essere opache.
      I piani, caro Brenna, li fanno gli informatici che sovrappongono “coperture” ricavate da improbabili studi analitici e da cui escono, come per miracolo, i “luoghi” su cui è possibile edificare.
      Dietro questo tipo di pianificazione si nascondono due idee entrambe sbagliate ma in verità molto in voga: l’esaltazione della natura ritenuta buona in opposizione all’uomo ritenuto cattivo e una visione illuministica e anche un po’ scientista che il piano possa essere ottenuto come risultato dell’analisi scientifica dei dati. Dunque pessimismo nero sull’uomo e ottimismo nella scienza!
      Nei casi peggiori tutto si risolve in grossi interventi immobiliari certificati, tuttavia, da analisi pseudo-scientifiche. Chi ne fa le spese, oltre che la trasparenza e la democrazia (le leggi illeggibili esaltano gli Azzeccagarbugli) è la qualità della città. Lei dirà che la Toscana è, tuttavia, globalmente più preservata rispetto ad altre regioni e in parte è vero e questo è forse l’unico merito della legge, quello cioè di avere esteso il piano anche alle aree extra-urbane. Va anche detto, tuttavia, che l’attenzione verso le aree agricole c’era in Toscana ancor prima della legge urbanistica, anche se in maniera frammentaria.
      La legge non ha ottenuto nemmeno il risultato di accorciare i tempi, dato che nelle città medio-grandi si parla dei soliti dieci anni di prima, quando non di più.
      Quanto al fatto che Rizzi rappresenti una garanzia per l’interesse pubblico in quanto comunista, o ex comunista non so, è una sua rispettabile opinione, che io però non condivido. Anche perché se fosse vero, sarebbe vero pure il suo contrario, cioè che tutti coloro che non sono comunisti sarebbero contro l’interesse pubblico.
      A me pare che questa visione sia alquanto farisaica e, pur in assoluta buona fede, appartenga ancora al genere della “diversità antropologica” qualche giorno fa evocata anche da Bersani proprio in relazione alla vicenda Falck (Non siamo geneticamente diversi, ma politicamente sì). Ora è del tutto evidente che il suo giudizio sulla vicenda è molto diverso da quello “ufficiale” di Bersani, pur tuttavia il suo ragionamento sottende sempre la stessa granitica quanto spontanea certezza di essere migliori degli “altri” e quindi che gli “altri” siano peggiori. Penso che fino a quando non morirà questa idea, direi leggenda metropolitana, questo paese sarà ingovernabile perché ci saranno sempre due schieramenti inevitabilmente “nemici” e l’un contro l’altro armati. Con armi non convenzionali, ovviamente.
      La ringrazio per la sua cortese risposta
      Pietro Pagliardini

Scrivi una risposta a Sergio Brenna Cancella risposta

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.