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Mi ronza ancora nell’orecchie il racconto entusiasta di un coetaneo (… e correo di Quaroni…) che ad Ivrea coordinava un gruppo di neolaureati posti, finalmente, di fronte ciascuno al proprio progetto (…prettamente civico, sociale, ed ovviamente… moderno…) da realizzarsi nella terra promessa quale si delineava il Canavese alla mercè di A. Olivetti.
Come ampliamente prevedibile ciascuno aveva dato il meglio di se che, altrettanto prevedibilmente, non legava con quello degli altri incasinando la planimetria e gettando tutti nella disperazione.
Allora il Mestro prese la matita nelle sue mani, e tracciando lentamente ampi e ripetuti cerchi sulla planimetria proprio laddove convergevano idealmente tutte le problematiche pulsioni del team, disse:
“…qui ci vuole una cosa tonda…”
L’entusiasta coetaneo riferiva (…ora non c’è più…) la generale meraviglia e gioia diffusa da questa breve locuzione; come se ognuno avessero scoperto un tesoro !
Questa era l’architettura, l’urbanistica del Maestro.
Fogli di carta lucida torturati da grafite, contè e carboncini; segni… segni… segni… che solo Lui, e loro che lo condividevano, … potevano decifrare, capire, condividere, giustificare.
Accurati espedienti grafici; curve che si inseguivano sul cartoncino (…a volte, purtroppo, anche sul terreno…) spacciati per architettura.
Ma l’architetto (… quello giovane poi…) è un cuore semplice cui basta veramente poco per entusiasmarsi.
Saluto