NONSIBUTTANIENTE …

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11 Responses to NONSIBUTTANIENTE …

  1. pietro pagliardini ha detto:

    Caro professore, del maiale non si butta via niente, ma le porcilaie sì.
    Saluti
    Pietro

  2. ettore maria mazzola ha detto:

    mi associo al pensiero di Pagliardini.

    Siamo all’assurdo, spero che la proposta di vincolare certe vergogne urbanistiche venga considerata come l’ultimo colpo di coda di un cetaceo che rifiuta l’appprossimarsi della sua fine!
    Pensare che possano essere intellettualoidi che continuano a difendere certe vergogne, standosene seduti sulle loro poltrone di splendidi edifici storici è disgustoso! Io propongo una soluzione differente: Ogni qualvolta alle Vele (o in situazioni similari che abbondano sul territorio nazionale e che, guarda caso, risultano essere progettati da professoroni universitari) si registri un crimine violento, un suicidio o un incidente mortale, gli architetti, i costruttori e gli intellettualoidi che continuano a difendere questi edifici debbono assumersi la responsabilità di ciò che hanno fatto o che difendono ideologicamente, esponendosi alla possibile accusa di omicidio colposo.
    certe notizie mi fanno talmente arrabbiare che sarei tentato di rispolverare il Codice di Hammurabi!
    Ciao
    Ettore

  3. malpensante ha detto:

    mitzi di salvo, la promotrice dell’operazione salvamento, è la figlia di franz, l’architetto che le ha progettate, le vele,; lei è vicina al mondo delle soprintendenze, per parte sua e per parte di compagno: sostengono, infatti, la questione Gizzi, attuale soprintendente, e De cunzo , ex soprintendente; lei è vicina al DP, sostengono, infatti la questione, gli assessori della morente amministrazione!

  4. memmo54 ha detto:

    I proprietari del “Fuenti” si staranno mordendo le mani !
    Bastava resistere qualche annetto in più ed uno straccio di rivista, con qualche caricatura di soprintentende, si sarebbe anche anche mobilitata…

  5. Sergio ha detto:

    Francamente l’insuccesso delle Vele non mi sembra imputabile esclusivamente al progetto architettonico.
    Le “vergone urbanistiche” di cui parla l’Arch. Mazzola rispecchiano esattamente la cultura, la civiltà (o l’inciviltà) di quegli anni..nel bene e nel male. Non sto qui a rivangare le considerazioni di Riegl e Dvoràk, altrimenti passerei per intellettualloide. E invece sono un ignorantissimo studente di Architettura, uno di quelli che il Prof. Muratore definirebbe “pipponi fuoricorso”.
    Non voglio neanche riferirmi alle posizioni “radicaliste” della pura conservazione. Esiste, però, sempre una terza via..oggi più che mai attuale: il restauro del moderno. Attuale proprio perché quegli edifici sono, non a caso, ad un certo punto del loro ciclo di vita. C’è la possibilità di misurarsi con questa tematica? C’è la possibilità di valutare quanto sia opportuno tentare di recuperare testimonianze del passato prossimo, senza per questo conservare tutto a prescindere? C’è la possibilità di conservarle trasformandole?
    Il discorso vale per le Vele, per Corviale, per lo Zen, per il Gallaratese, per Rozzol Melara, per Forte Quezzi, per Tor Sapienza, per il Laurentino (per buona parte degli edifici citati in Cemento romano) ecc. e, in modo diverso ma parallelo, per i vari quartieri Ina. Ripeto, a scanso di equivoci: in modo DIVERSO ma PARALLELO.

    Un’ultima considerazione personalissima. Leggo spesso gli interventi dell’Arch. Mazzola, condividendo pressoché nulla di ciò che scrive e, ancor più, progetta ma, naturalmente, rispettando le sue posizioni. Tuttavia mi sembra vi sia una sorta di “presunzione del sapere”. Siamo sicuri che la strada della riproposizione di Garbatelle ovunque (qualcuno direbbe in tutti i modi-in tutti i luoghi-in tutti i laghi) sia giusta e universalmente valida? Beati voi che avete queste certezze. Certezze in parte contraddette, a mio modestissimo avviso, proprio nel momento in cui si traducono in progetti: da una presunta, rigorosa e condivisibile attenzione al contesto si finisce, spesso e volentieri, per riproporre modelli imitatori di sé stessi anche in città molto diverse fra loro.
    Ricordo una lezione di Carlo Aymonino di quattro anni fa: “sarete a buon punto quando, concluso un progetto, avrete ancora più dubbi rispetto all’inizio”.
    La regola del “caso per caso” non è una prerogativa del restauro. E prima delle Vele di Scampia dovrebbero essere cancellate, a questo punto, tracce ben peggiori di quelle “vergogne urbanistiche”.

    Cordialmente,

    Sergio Cardone

  6. Stefano Serafini ha detto:

    Questa storia hegeliana e autosantificante del dover “esprimere” (nel bene e nel male) un periodo storico… questo mito astorico della storia, come se Debord non fosse mai vissuto, come se la storiografia non avesse insegnato nulla… questa intellettualizzazione di un’operazione politica e sociale fondante qual’è l’architettura… questo estetizzare-per-anestetizzare… e poi la confusione continua, a senso unico (Mazzola vorrebbe Garbatelle ovunque? Ma quando mai?)… Il dramma è che non si può neanche dire allo studente fuori corso “vai a studiare” perché dovunque si rivolge sbatte nel rinforzo di queste “pippe”, non è che la maggior parte dei cattedratici vadano molto più lontano. Il risultato? Salviamo le Vele. Ma per chi, e per cosa?

    O è tutto un complotto. Gli architetti progettano e difendono questi aborti espressivi di un’epoca (espressivi come la centrale di Fukushima lo è della nostra contemporaneità, figlia di quegli anni) affinché su Archiwatch il prof. Muratore si diverta un po’. E’ lui, Matrix!

  7. Studente laureato ha detto:

    Slamettare le intestazioni di vecchi progetti su carta lucida modificando i nomi e i luoghi al fine di “contestualizzare” era un uso abbastanza diffuso tra i sui idoli, signor Sergio. E tenere in piedi quei progetti di cemento armato, quarant’anni dopo, ha un costo che lei nemmeno immagina.

  8. claudio ha detto:

    E’ certo che la corazzata Potiomkin sia stata, per la generazione pre-sessantottina (la mia), una esperienza che era indispensabile condividere. Frotte di studenti, che parlavano sinistrese spinto, ne cercavano la validità estetica, sociale, filosofica. Ma perfino Villaggio, molti anni dopo facendo parlare Fantozzi o Fracchia, non ricordo, disse che era una boiata pazzesca.
    E’, a mio avviso, lo stesso caso delle Vele. Purtroppo la degenerazione socioculturale attuale ha completamente distorto il senso della funzionalità e della bellezza, asservendo a volte l’una all’altra. Ma un oggetto mostruosamente costoso (come le Vele) smette di essere giudicabile solo nella sua valenza estetica o storica o funzionale perché mortifica chi ci abita, mortifica chi la mantiene (noi) e, porca miseria, anche chi la guarda.
    Cordialmente
    Claudio Lanzi

  9. Sergio ha detto:

    Estetizzare-per-Anestetizzare suona bene come slogan. Senza scomodare Hegel, in modo molto semplice, addirittura banale, le strade sono tutte aperte. C’è chi ne condivide alcune, chi ne condivide altre.
    Personalmente non trovo si debba conservare tutto a tutti i costi; allo stesso tempo, però, trovo fisiologico attribuire un giudizio di valore (che come tale è soggettivo) diverso, “caso per caso”.
    Non capisco l’accanimento terapeutico contro alcuni edifici (i soliti noti). E tutte le altre periferie degli anni ’70? E tutto il cemento armato degli anni ’80? A Napoli non ci sono solo le Vele di Scampia, a Palermo non c’è solo lo Zen…eppure fa comodo marciarci su.
    Non so se all’Arch. Mazzola interessi creare Garbatelle ovunque (credo sinceramente, e spero, di no) ma l’impressione che ho sforzandomi di capire i suoi progetti è questa. Soprattutto non capisco come si possa prospettare un’alternativa come rimedio a tutti i mali, con l’assoluta certezza che l’opzione proposta garantisca risultati migliori di quella esistente. Impressione confortata dall’ingenuità di chi è ancora dietro i banchi a studiare, probabilmente.
    Non ho neanche accennato a “idoli”, ne abbiamo fin troppi di divi nel mondo dell’Architettura (e non solo). Anzi, per quanto mi riguarda, osservo con più interesse progetti e ricerche di architetti più defilati, meno appariscenti, spesso assenti sulle migliori riviste patinate.
    Quanto ai costi del recupero, non c’è dubbio che intervenire su questi mostri comporti spese elevatissime per l’intervento e per la successiva manutenzione e gestione ma, come dicevo prima, anche in questo caso si attribuisce un giudizio di valore.
    Se così non fosse, saremmo davvero pronti a fare piazza pulita? In un Paese, come il nostro, in cui conserviamo anche le “nude pietre”, come le definisce Andreina Ricci, non siamo in grado di pensare ad altre vie? Perché, in fin dei conti, il tempo sarà anche circolare…ma noi non siamo giapponesi.

  10. Stefano Serafini ha detto:

    Non è che “ci marciamo” sui grandi luoghi-simbolo che sintetizzano l’anima delle periferie italiane sorte tra i ’60 e i giorni nostri: è solo una questione di economia, perché dietro quei simboli si asserragliano sia i difensori del Moderno dai nobili intenti, sia i vari Caltagirone di turno, e tra i due senz’altro il meno losco è Caltagirone. Lei forse non lo ricorda, ma fino a pochi anni fa dire ad es. che il Corviale era una porcata equivaleva a bestemmiare, e papa Zevi spumava furioso tra gli assensi gravi degli Architetti d’Italia. Ma è ovvio che a Roma vi sono cose molto più cattive del Corviale, e che la critica che portiamo avanti – e alla quale Mazzola presta i suoi pennelli con una scelta tutta sua, ma possono essercene altre – è rivolta all’intero, immenso blob che ha distrutto la vitalità e la forma urbana e il paesaggio d’Italia, la sua civiltà, la sua antica eleganza, e diciamolo, anche la sua architettura. E’ un blob morale, politico, e solo successivamente urbanistico; ma quest’ultimo rinforza i primi due, concretizzando nelle nostre strade disperazione, cinismo, indifferenza, separazione.

    Mazzola ha prodotto progetti per Roma, Pantelleria, Fidenza, Latina, Piacenza, ecc. Cose molto
    diverse tra loro in termini compositivi, anche se simili nell’approccio metodologico, che cercano proprio di applicare il concetto del “caso per caso”. La stampa ha attribuito il termine di “Garbatella” al progetto-provocazione per Corviale (una soluzione estrema a un problema estremo) perché vi è ripresa la concezione della corte interna al Lotto n°8 di Plinio
    Marconi, ma il paragone si ferma lì.

    Il recupero naturalmente è sempre auspicabile, là dove è possibile: lo abbiamo sempre fatto, è un segno di vitalità. Quanti palazzi rinascimentali s’innalzano su fondamenta medievali, a loro volta radicate su strutture romane. Il problema è che la Modernità ha segnato una cesura netta e dichiarata con quella continuità fisiologica che non è un fatto estetico o storicistico, ma formale, e in ultima analisi politico: la fine della civiltà e il suo inscatolamento nel Grande Supermercato. O pensa davvero che lo Zeitgeist vaghi per giudizi di valore soggettivi, e non cammini invece su solide strutture come un carroarmato?

    Spazio alla creatività per ricucire quel taglio in nome di un futuro che sta soffocando – se non è già morto – ce n’è molto. Magari, trovassero il coraggio gli architetti! E servono allora i Mazzola, forse anche i “passatisti”, per buttar giù il muro di menzogne e di ipocrisia dietro il quale l’architettura si è messa a far la bagascia e le Biennali e le archistar e l’arte-per-l’arte.

    Nessuno tra noi è tanto ingenuo da auspicare di far piazza pulita in Italia. Quella era una idea fascista, futurista, modernista, che è poi la stessa cosa – l’idea che ha vinto la guerra in USA, come in Italia, come nell’URSS. Siamo solo una forza asimmetrica in gioco, china sulle pietre nude con le quali ridare un po’ di speranza alla vita. Non c’entriamo con le categorie di scuola, quelle ci vanno bene tutte se ricominciano a ragionare in termini umani, salvi i gusti di ognuno.

  11. pietro pagliardini ha detto:

    Sergio, il ragionamento è semplice: Scampia, Zen, Corviale sono simboli, è vero, ma perché sono pubblici e quindi sono simboli di uno Stato corrotto, non in senso economico, ma sociale, politico e culturale. Quelle non sono case acquistate da chi se lo può permettere, sono case, chiamiamole così, fatte per chi NON si può permettere altro.
    Questo significa che una classe politica, sostenuta e incoraggiata da una classe di intellettuali, chiamiamoli così, hanno deciso che i più deboli DEVONO abitare i ciò che a loro piace progettare ma dove loro (e lei, e io) non andrebbero mai a vivere.
    Questo significa usare le persone più deboli come cavie umane. PER QUESTO DEVONO ESSERE ABBATTUTE.
    E con queste devono cadere le IDEE di coloro che le hanno volute.
    Lo Stato, se deve essere, deve essere migliore.
    Saluti
    Pietro

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