Da Cityville a Suburbia …

Da Cristiano Cossu: …

“Caro Professore, forse questo bell’articolo di Andrea Mancia potrebbe piacere all’amico Pietro Pagliardini e ai suoi colleghi salingarosiani:

http://www.rightnation.it/2011/1/12/vado-a-vivere-in-periferia.aspx

Si parla di un tema tipicamente statunitense ma, in effetti, ormai quella discussa nel pezzo di Mancia non è più una faccenda così lontana da noi da non poterla ritenere, forse, anche un pò europea o addirittura… italiana.
Ne riporto la prima parte e poi vi invito alla lettura del resto:

“Da circa un mese, uno strano virus si aggira su Internet. Un virus non dannoso – almeno in apparenza – che sta però infestando gli incubi di milioni di utenti di Facebook, negli Stati Uniti e in tutto il mondo. Parliamo di Cityville, il nuovissimo social game creato dagli sviluppatori di Farmville (57 milioni di giocatori attivi ogni mese) e di Frontierville (28 milioni). Cityville ha sfoderato numeri addirittura più alti di quelli dei suoi predecessori: 290mila giocatori nel giorno del lancio (Farmville si fermò a 116mila) e quasi 98 milioni di giocatori attivi nel suo primo mese di vita. Il concetto dietro questo fenomeno planetario è piuttosto semplice. Il giocatore veste i panni di un “sindaco virtuale” che deve accompagnare lo sviluppo di una piccola cittadina per farla diventare (in teoria) una gigantesca metropoli. Costruzione delle infrastrutture, approvvigionamento delle merci, lottizzazione commerciale e residenziale, raccolta delle tasse: sono questi i compiti primari del “sindaco” per far crescere la propria cittadina in questo coloratisssimo remix tra il classico Sim City e lo stesso Farmville.
Il metodo migliore per garantire un’espansione rapida della città, visto l’elevato costo dei lotti adibiti alla costruzione di case o di esercizi commerciali, è quello di seguire il modello tradizionale di “sviluppo verticale”: palazzi alti, in grado di ospitare un grande numero di cittadini-contibuenti, rendono molto di più delle case di campagna o delle villette suburbane. Questo, almeno, in teoria. Perché la realtà (se così si può definire, nel caso di un videogame), è molto diversa. Cityville è un social game in cui il ruolo dei propri “amici di Facebook” è fondamentale. E’ dunque possibile, durante il gioco, andare a visitare le creazioni dei propri vicini, magari per copiare le strategie migliori. Ed è proprio curiosando nelle città dei neighbour che si scopre una realtà diversa da quella che ci si aspetterebbe. La grande maggioranza dei giocatori, infatti, non sceglie di dare vita a megalopoli sovraffollate, ma preferisce i grandi spazi all’efficienza, l’architettura suburbana a quella urbana, lo sviluppo orizzontale a quello verticale. Se lasciati scegliere liberamente, insomma, i giocatori di Cityville scelgono di vivere a Suburbia. Proprio come accade, nel mondo reale, quando agli individui è data una vera possibilità di scelta.”

Buona lettura!”

C. C.

Questa voce è stata pubblicata in Architettura. Contrassegna il permalink.

4 Responses to Da Cityville a Suburbia …

  1. pietro pagliardini ha detto:

    Come dicevo ieri a biz, leggo di tanto in tanto il Foglio, ma questa serie non l’avevo proprio vista e me ne dispiace. Si vede che non lo compro poi così spesso.
    Dunque, che negli USA quella di vivere a Suburbia fosse una scelta non mi sembra proprio una grande novità. Che gli USA siano un paese che è nato su una cultura sostanzialmente anti-urbana, lo è ancor meno.
    Il problema si pone in Italia, dove noi viviamo, e in Europa, non negli USA. E qui sta la contraddizione, perché nessuno è così ingenuo da pensare che la stragrande maggioranza degli individui, messa di fronte alla scelta tra vivere in un condominio o in una villetta circondata da un giardino, sceglierebbe la prima, a meno che non si possa permettere l’una e l’altra soluzione, e magari anche la casa al mare e in montagna.
    Questa tendenza è più evidente nel nord ricco, è meno appariscente in Toscana dove io abito e che tu Cristiano conosci, anche se qui la tendenza si è manifestata in anni passati attraverso la proliferazione in campagna di “capanni agricoli” trasformati abusivamente in casette per il week-end, con il suo orto, il suo frutteto e il piccolo allevamento di polli o conigli. Oggi è più difficile sfuggire al sistemi di controllo, dato che il Grande Fratello non ha solo orecchie, ma controlla con le foto aeree. Non dobbiamo però giudicare troppo severamente, perché ogni popolo ha le sue tradizioni e la sua cultura.
    Cristiano, tu sai che ci troviamo di fronte ad un dilemma straordinario, e cioè il contrasto tra la libertà degli individui di decidere della propria vita e quindi del proprio modo di abitare, che io e tutti gli amici del gruppo teniamo in grande considerazione, contrariamente a quanto ha fatto la cultura urbanistica dominante, e i valori della nostra civiltà che è stata profondamente urbana. Esiste poi, mi duole dirlo perché certa strumentale retorica ambientalista non mi appartiene, il problema della limitatezza del territorio libero disponibile che non può essere invaso da fenomeni simili a quello americano. Dunque è inevitabile trovare un compromesso tra le due esigenze opposte.
    Quale condizione consente meglio di raggiungere il punto di equilibrio, essendo comunque consapevoli che comunque ci sarà una limitazione della libertà di molti, come scrive molto bene Francesco Finotto nel suo libro”La città aperta”, in cui parla di pratiche pre-moderne dell’urbanistica moderna? La città verticale obamiana? Certamente no, almeno in Italia. Questa è la risposta che tanto piace ai nostri amministratori, perché dà loro grande visibilità mediatica e si suppone elettorale. I suburbi che caratterizzano le nostre moderne città, che hanno tutti i difetti di quelle USA senza averne alcun pregio?
    Possiamola discutere quanto vogliamo ma la soluzione possibile è, in due parole, una città compatta ad alta densità, con edifici di altezza limitata in grado di garantire la massima indipendenza possibile ai residenti, in cui vi sia varietà tipologica, compresi edifici unifamiliari con giardino, dove ognuno (e qui mi attirerò gli strali di molti) possa arrivare con la propria auto e parcheggiare, ma dove vi sia la possibilità di non perdere quegli elementi di socialità e di relazioni urbane che caratterizzano la civiltà urbana europea, che consentano quella mutualità che appartiene alla nostra storia e quella ricchezza di rapporti interpersonali che possono anche venire incontro ai bisogni, ad esempio, dei sempre più numerosi anziani soli. Una città che offra il massimo di scelta, anche quella della solitudine, ma che dia la possibilità di incontrarsi senza dover necessariamente prendere l’auto per andare nei luoghi specializzati per farlo (ma senza impedirlo, ovviamente). Esiste una soluzione precotta? Certo che no, e non è sicuramente facile da realizzare, ma per assurdo è più facile, a parte i problemi di carattere procedurale, proprio nelle nostre città che hanno aree dismesse, vuoti privi di definizione, aree da densificare.
    Un sogno nostalgico? A me sembra solo una conseguenza logica e razionale rispetto alle soluzioni che abbiamo sperimentato a sufficienza e che hanno clamorosamente fallito. C’è qualcuno in giro che ci ha già provato veramente? C’è qualcuno in giro che si adopera perché questa idea si affermi oltre a quei pochi che come noi vengono bollati come antichisti, passatisti, anti-moderni e quant’altro? A me non sembra proprio e non mi interessano affatto le ricerche fatte nelle università (ci sono ricerche su tutto) e subito accantonate come superate, senza mai averle però applicate o tentato di farlo: se la ricerca scientifica procedesse con il metodo dell’urbanistica saremmo ancora col lume di candela. Questa cultura italiana ha il grave difetto di “superare” tutto realizzando però sempre le stesse cose, infatti i piani regolatori diventano sempre più pesanti di carta e ricchi di parole indecifrabili ma restano sempre identici a se stessi. E le città diventano sempre più brutte e il territorio viene sempre più “consumato” (ahi, ho pronunciato anche la parola impronunciabile!).
    Bella e raffinata provocazione Cristiano. Il Foglio è sempre un gran produttore di idee e notizie rare.
    Ciao
    Pietro

  2. Stefano Serafini ha detto:

    Ovvio. Vogliamo parlare delle villette, scomodare di nuovo Agamben e Foucault?

    Persino la notazione sull’effettiva rendita urbana del grattacielo: se ne sono accorti anche nella realtà virtuale che è un falso, come le pale eoliche e la restabnte paccottiglia dell’economia dello spettacolare…

  3. ctonia ha detto:

    Pietro in linea di principio sono d’accordissimo con te! Come ben sai, ci divide “soltanto” la questione della risposta formale-architettonica alle stesse esigenze, che io immagino possibile con “terze vie” che rendono tradizione anche il moderno etc etc etc.
    Per il resto, fantastico l’argomentare ormai riconoscibilissimo del nostro Prof. Muratore contro una certa vulgata “democratica” del costruire la città:

    …verde verticale … boschi urbani … cinghiali metropolitani … expo ecosostenibile … minchiate verdi a fiumi … baggianate politicamente corrette a vagoni … sembra impossibile, ma tutta questa paccottiglia mentale miete vittime a dozzine tra le generazioni …

    saluti
    c
    ps: nel caso del pezzo di Andrea Mancia non è Il Foglio ma il suo blog TheRightNation, altrettanto interessante.

  4. Pietro Pagliardini ha detto:

    ctonia, lo sapevo; avevo scritto: l’architettura, lo stile, viene dopo e c’è posto per tutti. Poi l’ho cancellato perchè mi sembrava superfluo.
    Il problema della città è di carattere prettamente urbanistico e tipologico e, nel caso dell’architettura, a parte i centri storici, è una discussione un po’ diversa, non estranea, ma successiva.
    Una bella architettura in un tessuto infame resta un bell’oggetto nella spazzatura, una brutta architettura in un tessuto urbano forte e coerente è sempre emendabile e comunque disturba solo l’occhio.
    Grazie della segnalazione del blog.
    Ciao
    Pietro

Scrivi una risposta a ctonia Cancella risposta

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.