Ricostruire? … parliamone …

 

Riceviamo da Piergiacomo Perna e volentieri vi giriamo: …

“Gent.mo prof. architetto,

Non amo molto l’idea di salire su palchetti di Hide Park per aggiungere alle altre la mia visione delle cose umane,
ma, tenendo a mente le parole di Bob Dylan, che dichiarava di aver iniziato a scrivere canzoni quando si accorse di non trovare più negli altri quelle che cercava,
ho bisogno di approfittare del suo palchetto per esprimere un sentimento poco condiviso, per me invece legittimo e convincente.
Credo anche che non sarò breve, ma spero interessante.
Si tratta dell’approccio al tema della ricostruzione post terremoto nell’aquilano, a proposito del quale riferirsi al centro storico del capoluogo rimarca in grassetto tutti i concetti, facendo in modo che siano più netti, chiari e anche, forse, più controversi.
Il primo turbamento sul tema fu suscitato già a caldo, quando in una delle prime trasmissioni di Vespa il ministro Gelmini si pronunciò all’incirca così: “il presidente ha già in mente un piano di costruzione di new towns che saranno concepite valorizzando le risorse intelletuali dei giovani architetti mediante concorsi…. ed i cui progetti esecutivi sono già pronti…”
Questo per ricordare uno dei momenti più grotteschi della propaganda in merito all’indirizzo subito intrapreso nella gestione dell’emergenza, che più o meno suonava così:

COSTRUIRE SUBITO, GRAZIE AL DECISIONISMO ED ALLE DEROGHE PROPRIE ALLE PROCEDURE DI PROTEZIONE CIVILE, DEGLI INSEDIAMENTI DEFINITIVI DI NUOVA URBANIZZAZIONE DALLE INEDITE PRESTAZIONI ANTISISMICHE, FUORI DAI LUOGHI ORIGINARI DI RESIDENZA, PER RIPORTARE SUBITO LE VITTIME AD UNA VITA NORMALE SENZA I DECENNALI DISAGI DELLE PRECEDENTI ESPERIENZE.

Da “buon figlio” del post-modernismo non mancavo di rifiutare a pelle questa aberrata idea della normalità; ma da “cattivo figlio” del post-modernismo, sulla base di pregresse esperienze e di profonde convinzioni in merito al concetto di “tradizione”, pienamente aderenti alla definizione professata da Bruno Munari già nei primi anni settanta, dubitavo anche delle granitiche convinzioni proprie della corrente cultura della conservazione, applicate al caso L’Aquila.
Ora il saggio-resoconto sull’attuale stato della ricostruzione, pubblicato nel n.144 di Lotus, mi spinge a condividere una visione delle cose tanto personale quanto a parer mio naturale.

La questione sembrava essere posta in questi termini alternativi:

A – INIZIARE SUBITO LA RICOSTRUZIONE ED IL RIPRISTINO DEL PATRIMONIO EDILIZIO ORDINARIO E TUTELATO ALLOGGIANDO TEMPORANEAMENTE LA POPOLAZIONE IN CASE DI FORTUNA, CON GRANDE PROBABILITà DI LASCIAR MARCIRE A LUNGO LE FAMIGLIE IN STRUTTURE INADEGUATE E NON DUREVOLI, A CAUSA DELLE LUNGAGGINI DERIVANTI DALLA DELICATEZZA DEGLI INTERVENTI, DALLA BUROCRAZIA E DAGLI IMPREVISTI?

B – PROCEDERE SECONDO QUESTO NUOVO APPROCCIO, CREANDO DAL NULLA NUOVI BRANI PSEUDOURBANI, MONOFUNZIONALI, READY MADE – HI TECH – HIGH COST, IN CUI ATTENDERE PIù SERENAMENTE IL RIPRISTINO DELL’ESISTENTE SECONDO PRINCIPI DI MESSA IN SICUREZZA E RESTAURO, PER QUANTO POSSIBILE. OCCUPARSI POI DELLA DESTINAZIONE DEFINITIVA DEI NUOVI NUCLEI QUANDO SI PORRà IL PROBLEMA DEL RITORNO A CASA?

Delle due la prima soluzione ha una fine ben nota, un nuovo capitolo della vergogna, con generazioni di baraccati che assistono al dissolvimento nel tempo del loro “piccolo mondo antico”.

La seconda temo proprio che abbia conseguenze altrettanto devastanti, con generazioni cresciute in nuovi definitivi quartieri dormitorio, supportati da nascituri centri commerciali, scuole di tutti i livelli e vari servizi di base e complementari, dal futuro incerto ed improbabile, il cui complessivo radicamento nel territorio, auspicato o scongiurato è comunque una scommessa.
Un giorno il centro storico sarà reso di nuovo agibile, ripristinato, consolidato, restaurato, ma non modernizzato (non si sente parlare tanto per dirne una di prestazioni energetiche degli edifici). Sarà finalmente riprodotta la cartolina, falsa stavolta, di un cosiddetto patrimonio culturale il cui valore indiscutibile, sarà salvo solo nei ragionamenti accademici della corporazione dei conservatori.

Carissimo prof. arch.
è possibile che non ci sia più nessuno in Italia che abbia la spontaneità di articolare ragionamenti che per millenni sono stati principi naturali per i nostri progenitori?
La tradizione ed il patrimonio culturale sono davvero ingessati in manufatti che si sono continuamente rinnovati nei secoli ed ora nelle nostre mani diventano improfanabili?
Davvero non siamo in grado di rinnovare il corpo ed il tessuto delle nostre città storiche senza impoverirle? Addirittura anche quando calamità inaudite le riducono in macerie?

è comprensibile intendere la tutela del patrimonio storico architettonico ed urbanistico come protezione dall’inconsapevole manomissione di sprovveduti che, a causa anche dei repentini salti tecnologici, possano martoriare corpi edilizi e tessuti urbani agendo al buio della consapevolezza culturale, barbaramente.
Ma siamo davvero barbari ad ogni livello nella civiltà contemporanea?
Siete proprio convinti che il patrimonio culturale non risieda nella stratificazione del nostro sapere, che guida la mano del nostro agire nell’affrontare le esigenze della vita contemporanea?
Siete sicuri che i nostri centri storici non possano rinnovarsi accogliendo i manufatti della nostra civiltà contemporanea, prodotti alla luce della consapevolezza del nostro essere, antropologicamente, storicamente e tecnologicamente meditata?

Sono architetto.

Vedo tirar su religiosamente comignoli in mattoncini. Vedo coprire religiosamente tetti in tegole di laterizio, addirittura a coppi e controcoppi.
So quanto pesano e sono fragili queste strutture secondarie, e  che in caso di sisma gli uni e le altre sono armi puntate alle tempie dei nostri figli.
Sono ahimé certo che i nostri nonni avrebbero adorato una canna fumaria in acciaio inox coibentata, i tetti verdi e le lamiere grecate in acciaio bitumato, alla pari dei santi sugli altari.
Mi domando: cosa diavolo ci è successo per cui non rispettiamo più i loro principi naturali? Perchè non rispettiamo più il loro insegnamento?

Ho visto la ricostruzione in corso a San Giuliano di Puglia. Le case in legno che guardano il paese rinascere lentamente, e penso che sia quello il modello di riferimento per una ricostruzione post terremoto.
Una edilizia di emergenza provvisoria, confortevole, sicura ed economica, a fronte del vero investimento, il massimo delle risorse economiche impegnate nel cominciare subito a ricostruire il luogo originario, rinnovandolo nel segno della massima qualità edilizia, architettonica ed urbanistica, quali le sappiamo esprimere, con orgoglio, come uomini del nostro tempo.

Perché gettare al vento 2.700 €/mq per le C.A.S.E. pseudo-provvisorie/pseudo-definitive?

Non solo Berlino è rinata dalle sue macerie con il volto della contemporaneità. L’Aquila deve rinascere dalle sue macerie con il volto migliore della contemporaneità. Ci sono gli uomini, il sapere e le risorse per farlo, perchè non farlo.

Trovo solo una ragione che lo giustifichi: che la contemporaneità non esista, o non abbia un proprio valore da tramandare.

Può non essere un assurdo l’affermazione di questa ipotesi.

sono un architetto, e sono un architetto di Cassino.

Dopo la distruzione post bellica l’abbazia di Montecassino doveva essere ricostruita. Leggende metropolitane dicono che si confrontarono due approcci al tema della ricostruzione.
Il primo, perseguito pare dall’abate uscente, pensava ad una nuova abbazia figlia del nostro tempo e si parlava di Le Corbusier quale suo arteficie.
Il secondo, perseguito pare dal suo successore, rimase dell’idea di ricostruire l’abbazia il monastero com’era prima della distruzione.
E così fu.
Riflettendo sull’esito di quella controversia secondo le mie convinzioni, mi verrebbe da considerarla un’occasione persa per l’architettura del nostro tempo.
A ben considerare però mi rendo conto di una realtà:
l’abbazia di Montecassino, simbolo temporale dell’ordine benedettino quale istituzione di riferimento nella vita socio-politico-culturale europea, non ha, nella contemporaneità, la consistenza che l’ha resa storicamente imponente.
La sua immagine rappresentata con i segni della cultura contemporanea non sarebbe più così pregnante, perchè oggi l’ordine benedettino non ha più la pregnanza temporale di un tempo. Non è più questo il suo tempo.
Solo continuando a manifestarsi con l’immagine della sua antica potenza conserva il prestigio e l’autorevolezza propri di un’arteficie storico della cultura europea.

Ma i centri storici delle nostre città sono nelle stesse condizioni, non hanno più la pregnanza e l’autorevolezza capaci di rappresentare la nostra vita contemporanea?
Oggi più che mai le città ci rappresentano e sono condensatori della nostra energia vitale. Sono ancora epifania della nostra civiltà, che non deve essere spenta nel gesso della musealizzazione.

Spero che queste riflessioni siano ritenute degne di considerazione, innanzitutto da Lei in quanto promotore di questo tavolo di riflessione.
Cordiali saluti
P. P.

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Una risposta a Ricostruire? … parliamone …

  1. Stefano Serafini ha detto:

    L’arch. Piergiacomo Perna sostiene concetti validi, anche se conclude con quello che sembra un (bello) atto di fede. Riflettevo sulla bontà di quella fede questa mattina, visitando uno dei tanti piccoli centri intorno a Roma, Olevano Romano. Le vecchie case raccolte, i vicoli in pietra che s’inerpicano fin sulla cima dove svetta una torre medioevale sbreccata dal tempo, e da dove si gode uno splendido panorama… interrotto dalla vista delle “new town” de noantri: palazzine a schiera nella valle e sul colle di fronte, ordinate come facce istolidite che fissano tutte nello stessa direzione e non si guardano; uno sforzo ripetuto di forme, modernità, “estetica” il cui risultato fa venir meno ogni fede. La città – mi dicevo ripensando a Pasolini – è morta: la new town, la periferia, la distanza di rispetto sono la rappresentazione dell’individuo moderno e postmoderno, terminale di consumo, chiuso nel suo privato interfacciato, a produrre desideri come una gallina di batteria. E le deiezioni di quelle batterie sono il malessere e il brutto che vomicano intorno, immediatamente fuori dell’uscio di casa. Una facciata potrà anche non esser così male, ma l’aria intorno ne è appestata. Foucault parlava del modello urbano moderno come di un controllo degli appestati: si controllano includendoli nella città, ma murandoli nei propri loculi urbani, in modo che non abbiano contatti.

    E allora per questo, non per una incapacità tecnica o creativa degli architetti contemporanei, propendo a credere che sarebbe meglio che oggi i centri storici non venissero toccati. Perché è il modello antropologico dal quale è fiorita la città che ci è stata lasciata in eredità, ad aver subito un’eversione, e quelle reliquie urbane lo testimoniano chiaramente. Anche per questo qualcuno vorrebbe alterarle (se ne era accorto lo stesso Guy Debord, che nei suoi Commentari lo denuncia apertis verbis, accostando le testimonianze di edifici antichi e libri).

    Pensando ad Archiwatch ho fotografato la fontana moderna, i lampioni moderni, e una scultura moderna nel centro della piccola Olevano Romano fatta di sassi. Qualcuno ha provato a fare come dice Perna, giustamente rifiutando la mentalità da “Mulino Bianco” alla quale egli accenna. Ma il risultato è catastrofico, assai peggiore della falsa ingessatura. Probabilmente si sarà trattato di un cretino e un ignorante, ma visto il ripetersi industriale di simili incidenti ovunque per l’Italia, oltre all’imbecillità e all’ignoranza (o agli affari loschi, ecc. ecc.) vi dev’essere una ragione strutturale.

    Non sono un architetto e non sono pessimista, anzi ritengo esistano soluzioni, e che la ricerca di Perna sia necessaria. Ma tali soluzioni non possono provenire dalla sola architettura, né derivare da un’azione individuale. Necessariamente richiedono un corpo operativo e teorico più vasto, collettivo.

    Purtroppo si rischia di essere etichettati facilmente come partigiani delle fazioni accademico-stilistiche che ancora si scannano (o fanno finta di scannarsi) nel Vostro ambiente, se si affronta da un’angolatura diversa quello che è un problema trasversale. Oppure di passare per simpatici (o antipatici) cazzari. E mettiamoci pure la polemica e il rumore mediatico, che queste cose un po’ se le meritano. Però mi sembra che voler introdurre una ricerca epistemica del fare architetura oggi, basandola sulla consapevolezza di una crisi della stessa FORMA UMANA, sia oltremodo necessario, il passo previo prima di rimettersi a toccare gesso, mattoncini e canne fumarie in acciaio inox, per restituire all’architettura umiliata dallo stato di cose non meno di altre arti e discipline, la dignità che merita.

    Cordialmente,

    S.S.

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