Basta ragionare …

Sergio Cardone così commenta a proposito di Corviale e grattacieli: …

“Approfitto delle parole di Italo Insolera per scrivere qualche riga su Corviale (cosa che non ho fatto qualche post addietro) e sul tema del grattacielo a Roma..qualcosa che suona come il cacio..sul gelato al limone.
Senza riprendere l’articolo del Prof. Muratore (che condivido) mi pare che Insolera sintetizzi al meglio la questione: “luoghi come Corviale, il palazzone di periferia costruito negli anni Settanta e ribattezzato “il chilometro”, andrebbero conservati, e fatti funzionare meglio dal punto di vista sociale”. E si, perché si parla (a mio avviso a sproposito) di demolire un edificio che non ha mai funzionato per come è stato pensato; la questione andrebbe estesa alle varie sperimentazioni dell’utopia (da Tor Sapienza al Casilino, dal Gallaratese giungendo perfino allo Zen, ferme restando le notevoli sfaccettature che caratterizzano i vari progetti, i relativi contesti, le relative gestioni). Come si può pensare di demolire un edificio che non è mai stato dotato di tutti i servizi di cui necessitava/continua a necessitare? Un edificio che, nella sostanza, è rimasto incompiuto grazie a una pessima gestione dell’amministrazione comunale e che, nella forma, a torto o a ragione rappresenta un momento fondamentale della cultura architettonica italiana. Un momento magari non fortunato: e quindi? Corviale è un testimone esemplare di quel contesto culturale, di quella società distorta e in cerca di qualche certezza dopo le illusioni degli anni precedenti. Senza fare troppa filosofia spicciola (che in questi giorni si spreca anche su questo blog) Alois Riegl sintetizzava tutto nel concetto di Kunstwollen: ogni tempo ha la propria estetica, che è riflesso della società di quel (e solo di quel) tempo. Ora Corviale appare per quello che è, spiazzato e spiazzante, altro che solitudine degli edifici! Francamente non mi interessa molto il dibattito sul destino di Corviale (chi dice debba essere trattato come grande oggetto d’arte, chi come un fastidioso edificio obsoleto da demolire) perché personalmente la risposta è univoca: portarlo a compimento. I modi sono tanti e il tema è difficile (si può parlare di “restauro del Moderno”?!) e forse, proprio per la difficoltà del tema, la soluzione più facile appare demolire-ricostruire. Oltretutto il progetto presentato sul Covile non mi convince neanche un po’per varie ragioni sulle quali non mi dilungo; mi limito a dire che, con tutto il rispetto per i progettisti e con tutta l’ingenuità di uno studente di architettura, mi sembra un’esercitazione di Urbanistica (così come era già stato definito da qualcuno), una sorta di mix diabolico fra barocchetto, neoliberty e chissà che altro: è di questo che ha bisogno quell’area?
Confrontarsi con Corviale, oltre ai modi del “restauro del Moderno”, significa anche e soprattutto confrontarsi con quella che Giuseppe Strappa chiama in modo ineccepibile (ricordo con piacere un bel convegno promosso dall’Isuf presso la Casa dell’Architettura) la “schizofrenia tipologica”: troppo grande per essere un edificio, troppo piccolo per essere una città (lineare). Mi piacerebbe vedere progetti che si confrontino con questo tema non cercando soluzioni (discutibili) come la demolizione ma, semmai, proponendo altri problemi.
Idem per la questione dell’altezza: è davvero del grattacielo che ha bisogno la periferia romana? Perché non ci si confronta sul tema forse consunto ma ancora non esaurito (e non esauribile) della “palazzina”?
Che, fra l’altro, è una tipologia talmente versatile da consentire un’infinità di variazioni sul tema! Alemanno parlava ieri di consumo e di spreco del suolo (benvenuto, signor Sindaco! Francesco Indovina iniziava a parlarne negli anni ’60, nel ’63 Rosi mostrava lo scempio in Mani sulla città ecc. ecc.). Ancora una volta la soluzione (chissà perché si cercano sempre soluzioni!) più semplice è il grattacielo: ma c’è davvero, a Roma, tutta questa domanda di abitazioni? Qualcuno si è preoccupato di valutare il fabbisogno reale e lo stock disponibile, magari senza arrivare nelle borgate e limitandosi alla cintura esterna al centro? Come ripete Insolera..basta ragionare sui contesti (e non mi riferisco certo ad assi e segni forti): siamo a Roma, non a Shangai.
Saluti”

Sergio C.

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16 Responses to Basta ragionare …

  1. Andrea ha detto:

    Per informazione di chi pensa che il Corviale sia epigone del modello fallito de l’Unité d’Abitation, allego un filmato di come un palazzone figlio dell’utopia anni 40/50 in realtà se gestito con intelligenza, immerso nel verde e con tutti i servizi funzionanti, sia non solo un luogo bello ma anche motivo di orgoglio per i propri abitanti.

    • pi ha detto:

      Grazie Andrea dell’eloquente filmato. La Francia avrà mille problemi, ma è un paese incommensurabilmene più serio del nostro. La qualità dell’architettura viene dopo, certo queste immagini sono anche una chiara risposta a chi, sempre da noi, ha già archiviato Le Corbusier come un fenomeno di un passato irrimediabilmente sepolto.

      • DONNADOMANDA ha detto:

        DOMANDA PER SERGIO CARDONE

        Dal tuo scritto leggo:
        …Senza fare troppa filosofia spicciola (che in questi giorni si spreca anche su questo blog)

        Ti chiedo:
        ma a quale “filosofia spicciola” fai “riferimento”??????

    • pippo@franco ha detto:

      la felicità in fondo è anche una casa con quindicimila vicini della porta accanto …

  2. Pietro Pagliardini ha detto:

    Basta ragionare…., nel senso che col ragionamento avrebbe ragione S.Cardone?
    oppure
    Basta ragionare…., imperativo, nel senso che solo smettendo di ragionare potrebbe avere ragione S.Cardone?

    E’ una battuta distensiva, Cardone, non te la prendere.
    Un blog è anche divertimento, fuga dalle tristezze quotidiane.
    Ciao
    Pietro

  3. Sergio Cardone ha detto:

    Risposta per Donnadomanda: quella del precedente dibattito sul Corviale, proseguita con gli strascichi morettiani da Maxxi via Ortinuovi. Ma la mia non vuole essere affatto una polemica, sia chiaro.

    Pagliardini ci mancherebbe, non sono così permaloso. In effetti la duplice interpretazione non è male..ma è da attribuire a Insolera perché è stato lui a scrivere “basta ragionare”.

    A proposito di tristezze quotidiane ho appena letto su repubblica.it delle case, anzi delle C.A.S.E., in Abruzzo che fanno acqua da tutte le parti: alè!

  4. biz ha detto:

    L’importante è però non ragionare “col culo degli altri”, ossia con quello degli abitanti ivi costretti.
    Quindi invito quanti difendono il Corviale ad abbandonare la loro palazzina romana tanto borghese e andare al Corviale.
    Qualcuno lo fa con l’Unité d’abitation a Marsiglia.
    L’unico esempio riuscito di questo genere (bella la posizione, e complessivamente regge).

  5. sergio43 ha detto:

    Avete visto che sui piloni e sui muri dell’Unitè non c’è una tag e uno scarabocchio con la bomboletta? Altra civiltà, altra sensibilità e altra severa attenzione pubblica. Qui si può fare impunemente il tiro al bersaglio con i busti del Pincio. Ieri ho portato la nipotina al Bambin Gesù, dopo la visita sono passato per il Gianicolo: anche il Faro regalatoci con amore dagli italiani d’Argentina era deturpato da scritte demenzial (Vero, outsidecar, con le tue scritte su questo blog, demenziali come tags?)! Chissà? Forse anche il Corviale apparirebbe migliore se fosse apprezzato e rispettato dai suoi abitanti allo stesso modo dei marsigliesi. Si può parlare all’infinito di architettura e relative teorie ma se non c’è il riconoscimento da parte dei cittadini dei valori che essa rappresenta, siamo precipitati di nuovo nei secoli dei barbari!

  6. Sergio Cardone ha detto:

    D’accordo, Biz, ma mi pare che a nessuno vada bene Corviale così com’è. Certo che dal portarlo a compimento, come meriterebbe, al demolirlo (atto che, personalmente, ritengo culturalmente arrogante senza dire con questo che si debba conservare tutto indistintamente) c’è di mezzo l’oceano.

    • biz ha detto:

      Si Sergio, ma non vedo per quale motivo un atto più radicale quale la demolizione debba essere considerato più sconveniente del portare a compimento un tentativo palesemente sbagliato.
      O meglio, lo so. Non si vuole ammettere che le teorie urbanistiche del moderno (banalizzamo, ma ci siamo intesi), sono sbagliate. Sono radicalmente sbagliate.
      E quello che mi dà molto fastidio è che non lo si vuole ammettere perchè tanto, a pagare, sono sempre e solo i poveracci, e non invece gli intellettuali “illuminati” che fanno parte dell’establishment, i quali vivono nelle ville in collina, o in sistematissimi centri storici.
      E perchè questo concetto di urbanistica fa molto comodo ai costruttori, che fanno costruzioni un tanto al kg (ossia mq commerciale)
      E poi si chiama l’archistar a firmare e a dare una leccatina e un addobbo al tutto.
      E no, ora basta.

      • DONNA "sofia" ha detto:

        « Chi pensa sia necessario filosofare deve filosofare e chi pensa non si debba filosofare deve filosofare per dimostrare che non si deve filosofare; dunque si deve filosofare in ogni caso o andarsene di qui, dando l’addio alla vita, poiché tutte le altre cose sembrano essere solo chiacchiere e vaniloqui. »

        http://it.wikipedia.org/wiki/Filosofia

        per sergio43:
        hai tutto il mio appoggio, ma ti consiglio di non lasciarti “coinvolgere” da troppa “filosofia spicciola”

  7. Andrea ha detto:

    In Francia, ma anche a Charlottenburg (Berlino) gli intellettuali e i ricchi borghesi con macchinone appresso, vivono nell’Unité.
    Le situazioni non sono diverse solo perché uno è abitato da persone normali e l’altro da unni, o perché in uno ci sono più terrazzi dell’altro, ma perché la politica tutta ha volutamente dimenticato i servizi. Non è demolendo il cemento che demolisci anche il degrado culturale, sociale e l’assenza dello Stato.
    Se la ristrutturazione del complesso fosse accompagnata da una ristrutturazione sociale del quartiere, credo che quello che oggi è definito un ecomostro potrebbe trasformarsi in un luogo speciale come lo è l’unité. E secondo me si risparmierebbe qualche soldino.
    Ma se la premessa è che noi “mica siamo in Francia”, vuol dire che abbiamo già perso in partenza.

    • Pietro Pagliardini ha detto:

      Ebbravo Andrea! Mi costringi a ripetermi, mi spiace, ma viene “a pipa di cocco”: gli intellettuali e i ricchi borghesi facciano una cooperativa, comprino il Corviale, lo ristrutturino con i servizi a loro necessari, ci facciano i loft, gli atelier con abitazioni annesse, gli uffici e gli studi, i gerani alle finestre. Ci facciano pure una bella sala convegni, pista elicotteri in copertura e anche una sala cinematografica dove guardare la copia restaurata della corazzata Potiemkin.
      Lo facciano e diano nuova vita al Corviale.

      Mannaggia, devo lasciare il palazzo di famiglia nel centro storico, la villa in campagna, l’attico! Mi sa che è difficile da ristrutturare…. questo è compito dello stato…. e ci mettano i servizi, per favore, e anche gli inquilini…. siano più puliti, diamine, quando avranno i loro bei negozi al quarto piano… che caspita vogliono di più…. con quello che pagano! Magari, vivere in un paradiso del genere!

      Come ha detto biz: facile ragionare “col culo degli altri”. Detto all’antica: “armiamoci e partite”.
      Pietro

      • Andrea ha detto:

        .. ma caro Pietro non ci sono solo intellettuali e ricconi. Nessuno fa il frocio col culo degli altri (tra l’altro io abito in un complesso Aler misto a ex case Incis, quindi alla larga…), semplicemente questo è l’Unité (parlo di quello di Berlino che ho visto di persona): un palazzone abitato da più persone di diversa estrazione sociale che hanno la fortuna di vivere in un Paese che non si perde a discutere di cazzate ma semplicemente fa qualcosa. E il fare qualcosa significa prima pensare. A Palazzo Marino c’è una scritta: Ofelé pensa e poi fa.

        Immagino costi meno sistemare quello che c’è e dare servizi. L’alternativa? Demolire tutto e sostituire un palazzone senza servizi, lasciato nel degrado, abitato da 1.200 famiglie con tante palazzine senza servizi, che verranno lasciate nel degrado, abitato da 1.200 famiglie… ehm? mi dite la differenza?
        Siccome penso che anche un intellettuale borghese senza servizi diventi un unno, sono convinto che un luogo con i servizi possa migliorare la qualità delle persone. Sono meno convinto che riesca a farlo una palazzina più piccina con i gerani alle finestre…

  8. Pietro Pagliardini ha detto:

    Andrea, va bene, allora diciamo che ho equivocato il senso del tuo commento. Sulle tue obiezioni alla demolizione non posso che rimandarti alle proposte presentate nel sito de Il Covile: questo è il link da cui puoi scaricare le tre proposte:
    http://www.ilcovile.it/news/index.html
    dove puoi consultare e/o scaricare i numeri 588,589 e 590.
    Sono tre progetti molto diversi tra loro. Per i problemi che poni te, il più descrittivo è quello di E.M.Mazzola. Leggi la relazione e troverai molte risposte.
    Ma in ognuno dei casi, è bene chiarirlo, e in ogni altro caso a prescindere dal progetto, ‘sti servizi non sono solo quelli pubblici ma tutto ciò che serve ad una città: commercio, negozi, attività artigianali, ecc. Non devi immaginare un piano fatto direttamente dall’Istituto case popolari, ma ad una concessione, realizzata e gestita, fino ad una certa fase, dai privati. Una città non nasce automaticamente inserendo in un transatlantico un piano di servizi. La città è altro. Nessun privato mai potrebbe aprire un negozio al quarto piano e nemmeno al piano terra, se non ci passa nessuno! E chi vuoi che ci passi se la vita, o meglio la gente, è sopra!
    E’ quel tipo di edificio in sè che non può funzionare, se non, FORSE, in una situazione di bunker per ricchi borghesi. Ma quanto può durare, anche in questo caso?
    Se lo vuoi o lo volete conservare come testimonianza, basta sapere che lì quella gente non ci può vivere in maniera normale: si inventi una nuova destinazione compatibile con la rigidità assoluta della struttura, la collettività si assuma un onere pazzesco per il suo mantenimento in vita e così sia. E si trovi una nuova casa agli abitanti di Corviale. Costerà qualche euro in più o no?
    Ma non venite a dire che si può vivere normalmente lì, perché davvero è come dice biz e mi ricorda un film dei primi del ’70, Lettera aperta ad un giornale della sera, in cui un gruppo di intellettuali di sinistra decide che è giusto partire volontari per il Vietnam. Con grande sollievo di tutti, avviene che il Vietnam non accetta più i volontari e tutto finisce in vacca. Ma la coscienza è apposto.
    Saluti
    Pietro

  9. biz ha detto:

    Purtroppo per chi vorrebbe semplificare – tra questi i sempre più potenti corifei, volontari o meno, del cosiddetto “pensiero unico” – ogni edificio, dunque anche l’architettura in genere, ha valore non in termini generali, ma nell’ hic et nunc. Ed è così, anche nell’epoca della riproducibilità tecnica, non si scappa.
    Ora, l’Unitè di Marsiglia è andata bene. Ripetiamo, un LC in forma, una bella posizione, un quartiere che regge di suo, e questo episodio anomalo, ma in fondo, un grande condominio firmato, e mitico, col suo bravo Modulor, popolato da borghesia più o meno intellettuale (fra gli appartamenti che ho visitato ce n’erano di giovani a la page attenti ad arredarlo in stile “modernariato”, e persone tipo “gros de guelasse” che ti ricevevano in canottiera e mutande con scroto in vista, fieri di aver sostituito la famosa cucinetta di Jean Prouvè con una roba tipo “la fonte del rustico”).
    Ma ogni edificio è a sè. L’errore è di pensare che quel modello possa andar bene di per sè, solo perchè in alcuni casi ha funzionato. Ci sono abbastanza esperienze per dire che anzi, quel modello, in genere non funziona. Quasi mai.
    E anche in casi eccezionali, ci sono difficoltà. Per fare un esempio torinese che conosco bene, al Lingotto (fabbrica “mitica” anche per Le Corbusier, uno dei suoi modelli) il piano commerciale ha impiegato anni e anni di “pompaggio” per riuscire a funzionare, e non è che vada proprio una meraviglia.
    E c’era dietro la Fiat, e tutte le agevolazioni possibili della città. E il famoso Lingotto, unico elemento di pregio, oltretutto in un quartiere densissimo, popolare ma comunque sostanzialmente integrato alla città, arricchito da elementi di attrazione ulteriore, ecc.

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