Il Pincio e … l’inferno di Nerone …

Sandro Bari, scandalizzato dalla presa di posizione di Augias, ci scrive:
L’ultima speranza del Pincio: la nemesi
(ovvero: la paura della sfiga)

“Il commento augiasiano con riferimenti storici mi costringe a pronunciarmi, mio malgrado.
Nel culmine della battaglia, arrivati all’extrema ratio, i tribuni militum ordinavano ai trarii di abbassare le lunghe lance parallele al terreno, per frenare prima la voglia di fuga dei princeps e degli hastati in difficoltà, poi per costituire l’ultima difesa contro il nemico.
Siamo a questo punto, se non è già troppo tardi.
Dobbiamo tenere duro perché forse qualcuno di noi difensori del Pincio e di Roma, vedendo volgere al peggio, potrebbe farsi comprare, blandito da promesse, impaurito da minacce, irretito dai pareri dello schieramento di intellettuali, di critici dell’arte, di giornalisti storiograficizzati, di politici, di tecnici, di parolieri… E mi sono astenuto dagli aggettivi e dalle apposizioni: vi si sarebbero riconosciuti gli interessati difensori del crimine storico-culturale dello sventramento del Pincio. Interessati perché non mancano gli “obbligati” verso i propugnatori dell’infame progetto (carriera, stipendio, incarichi, fama, premi, pubblicazioni…). Chi di costoro non è legato da debiti di riconoscenza alla passata gestione del potere?

Ma c’è ancora l’ultima spes: la paura della sfiga.
Riprendo semplificandolo il racconto augiasiano (il novello storiografo, titolo che non si nega più a nessuno, come quello di opinionista) riguardo Nerone, protagonista delle peggiori nefandezze nella storia raccontata, nei romanzi, nei film (salvo una successiva rivalutazione). Solo il nome incuteva terrore e così ogni luogo che lo ricordasse. Il più esecrato era il Pincio, dove si diceva fossero sepolte le sue ossa sotto un noce più maestoso degli altri, e dove per mille anni il popolo si guardò bene dal passeggiare, finché nel 1099 papa Pasquale II segò personalmente l’albero maledetto infestato dalle streghe (sono sempre sotto i noci) e vi impiantò la chiesetta divenuta poi Santa Maria del Popolo.
Perché Nerone era così odiato? Ma perché aveva distrutto Roma, oltre tutto declamandovi sopra poesie da lui composte. L’anima maledetta vagava senza pace sul Pincio accompagnata da volteggi di corvi (afferma sicuro il novello storico) e spiriti del male, finché le sue ossa furono gettate nel Tevere.
È questa la punizione per chi distrugge l’Urbe immortale. E gli sta bene. Faccia attenzione, dunque, chi crede in queste leggende.
Specie chi compone poesie.
Non vorremmo che sulla nuova griglia terrazzata sopra il “porcheggio” del Pincio, dagli areatori, insieme ai gas di scarico dei gipponi dei commercianti tridentici, piroettassero animulae vagulae blandulae dalle sembianze morassuttiche, valteriane, strinatiche, ceramiste, augiastiche, girotiche, cacciariste, cerasiche, chiccotestine, inseguite dagli strali dei Pincii manes. O magari che, come fuochi fatui, gli spiritelli degli sventratori, dei cementatori e dei loro accoliti, senza tregua volteggiassero tra i sette piani di automobili per sfuggire da uno sfiatatoio, mentre Nerone in persona, col forcone infuocato, li infilza nel culo e li ricaccia dentro, senza pace… per sempre…”

S.B.

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