Giurie popolari … per la qualità …

Pietro Pagliardini risponde a Cristiano Cossu: …

“Caro Cristiano
credo che, scrivendo questi commenti e non rileggendoli, io abbia qualche problema di comunicazione (e lo dico senza ironia).
La realtà che tu mi rappresenti è esattamente la stessa anche per me e, sono certo, per la stragrande maggioranza dei nostri colleghi, mi ci riconosco e quindi su questo siamo assolutamente d’accordo.
Quando io parlo di “clienti”, di “coloro che pagano”, non mi riferisco ai clienti che vengono (eufemismo, perchè bisogna andare a cercarli) in studio, i quali sono in genere operatori “professionali”, molto virgolettato, cioè impresari, immobiliaristi, presidenti di cooperative, enti (per coloro che lavorano col pubblico) ecc.; io mi riferisco agli utilizzatori dei nostri progetti, ai cittadini che comprano le nostre case dai “clienti” di cui sopra, coloro che pagano realmente il prodotto finale, a quei cittadini che non si fanno la casa ma che, pagando le loro belle tasse come gli altri, sono costretti a subire i nostri progetti commissionatici dai nostri “clienti” e approvati dagli enti.
Io mi riferisco a quella che con termine generico e un pò spregiativo si chiama la gente, perchè sono loro i nostri clienti ultimi e sostengo (come tu sai perchè c’eri a quella riunione con Salìngaros) che se potessero scegliere sceglierebbero l’architettura tradizionale.
Ma come fanno a scegliere?
Certo, non è facile nel cosìdetto libero mercato immobiliare, perchè qui l’offerta è praticamente tutta uguale, con aree omogenee geografiche di ambito comunale, in funzione delle varie normative che di fatto inventano tipi edilizi monstre, essendo dettata prevalentemente da una logica di massimo profitto ignorante.
Dico ignorante, senza offesa per nessuno, per il fatto che il mercato in cui noi ci muoviamo è oggettivamente quello di livello più basso, più infimo in assoluto tra i vari settori produttivi, perchè ognuno si può improvvisare “imprenditore edile”, basta che abbia un pò di soldi o un pò di spregiudicatezza, o tutte e due le qualità. Una volta erano gli agricoltori, adesso questi hanno acquisito imprenditorialità e lavorano con una visione e una programmazione economica e tecnica notevoli.
Però sarebbe possibile nelle opere pubbliche, sia che le opere vadano a concorso o che siano eseguite direttamente dalle amministrazioni. Almeno qui, che i cittadini siano chiamati a scegliere, con voto, ciò che a loro piace di più e ritengono più adatto alla loro città. Vedresti quante follie in meno si farebbero nei centri storici o nei parchi e nelle piazze di periferie già squallide all’origine!
A puro titolo di esempio, e sapendo che siamo in presenza di un caso assolutamente eccezionale e unico, ma tutti lo conoscono: se per il progetto Ara Pacis i cittadini avessero potuto scegliere con voto, non pesato ma una testa, un voto, tra il progetti Meier e quello Krier, a prescindere dalla tua opinione sulle qualità o sui difetti di ognuno dei due, quale credi che avrebbe vinto?
Come fare a rendere possibile la scelta ai cittadini? La soluzione io non ce l’ho, se non per i concorsi, sui quali sono assolutamente convinto che occorrano le giurie popolari al pari della civilissima Olanda; e penso pure che se gli amministratori scegliessero redattori dei PRG che non scrivano norme edilizie ed urbanistiche autoreferenziali ma che sappiano che ogni regola scritta ha una conseguenza immediata sui progetti e che le norme non servono a vessare il cittadino e il progettista ma ad ottenere un certo risultato tipologico e morfologico, già saremmo sulla buona strada.
Qui, Cristiano, c’è di un mezzo un principio essenziale che è indifferente alle preferenze stilistiche di ognuno: l’architettura ha un valore civile perchè appartiene a tutti, la città è un bene comune collettivo e non privato e i cittadini hanno il diritto di scegliere l’ambiente in cui vivere, muoversi, lavorare, divertirsi, amare, viaggiare, studiare ecc.
Gli architetti hanno il compito essenziale di fare progetti e proporli ma a scegliere non possono che essere i cittadini, cioè i nostri clienti.
Così si ridà dignità ad una disciplina ampiamente sputtanata da architetti, professori, esperti di turno che si arrogano il diritto di decidere per tutti. Se temi disastri, e secondo me sbaglieresti, mi vorrai almeno dare atto che peggio di così di non può andare!
Con simpatia”

Pietro

Personalmente, ho qualche dubbio sul fatto che una giuria popolare sarebbe stata in grado di distiguere tra Krier e Meier …
nel ballottaggio …
avrebbe sicuramente prevalso quello dei due, eventualmente, sponsorizzato da Repubblica … dal Corriere … dal Messaggero …
o dai relativi supplementi settimanali …

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19 Responses to Giurie popolari … per la qualità …

  1. Cristiano Cossu ha detto:

    Nell’incontro fiorentino con Salingaros, che tu ricordi, Adolfo Natalini descrisse un pò la questione delle famose giurie per i concorsi di progettazione olandesi. Grossomodo disse che anche lui quando vinse a Groningen fu giudicato da una tripletta di giurie diverse: una tecnico-economica, che badava a capire se il progetto fosse compatibile coi bilanci e le finanze della città e se fosse più o meno risparmioso; una degli esperti dell’architettura, che dovevano valutare se il progetto fosse o meno all’altezza della storia della disciplina o giù di lì; l’ultima era quella popolare. Se non erro lui vinse in quest’ultima e nella prima, mentre quella “artistica” gli preferì un altro che non ricordo.
    Ecco, una procedura simile, se condotta con lo spirito di servizio pubblico tipico dell’Olanda e che noi dobbiamo ancora dopo secoli imparare, mi trova d’accordo ed è potenzialmente ottima.
    La “tripletta” però dimostra anche una cosa, e cioè che un saggio committente pubblico sa articolare in varie forme e livelli il giudizio di un concorso di progettazione, e lo fa distribuendo a vari soggetti il potere di esercitarlo! Insomma, se questo provenisse al 100% dalla giuria popolare, non sono sicuro che si otterrebbe il meglio possibile, mentre mi sembra buona l’integrazione delle diverse competenze.
    Anche a Sanremo alla giuria popolare si affianca la giuria di qualità. Oddio, qualità è una parola grossa… :-) Beh, diciamo che l’esempio non è dei più azzeccati. Comunque, nel caso romano dell’Ara Pacis non mi fucilare se dico che arrivo all’estremo estremismo di preferire Meier a Krier. In ogni caso, la storia concreta della vicenda romana dimostra come l’architettura sia stata un vestito, uno specchietto per le allodole, un guscio più o meno seducente che ha coperto altre questioni più prosaiche.
    Divertente sarebbe poi saperne di sociologia (hai visto, durante gli esami la sottovalutai non dando retta ai sessantottini che me la volevano far studiare) e capire cosa è oggi il “popolo” e quali potrebbero essere le sue scelte in campo urbanistico-architettonico. Visto il gradimento massiccio per certi programmi tv o per gli affollatissimi ipermercati, non sono del tutto sicuro della sua affidabilità decisionale.
    Dura strada quella della democrazia, mannaggia…
    “Per” il popolo, Francesco Giuseppe forse architettonicamente sapeva decidere meglio, e qualche volta pure il mitico Testa di Morto, come lo sfotteva Gadda, chiamando a progettare architetti coi controfiocchi…
    Forse, alla fine, è tutto o quasi tutto lì: saper progettare, saper costruire bene. Allora, solo allora, avremo fatto qualcosa di pubblico, per la gente e per il popolo tutto.
    Tuo Uomo Qualunque :-)

  2. memmo54 ha detto:

    Non saprei dire se meglio giurie popolari o aristocratiche…sicuramente senza architetti ed altri soi-disent addetti ai lavori sarebbe un bel passo avanti !

  3. Pietro ha detto:

    Cristiano, tu hai giustamente specificato, articolandole meglio, le modalità chiamiamole “ideali” nella valutazione dei concorsi e io sono tanto d’accordo con te che l’avevo già scritto nel seguente post:
    http://regola.blogspot.com/2008/06/concorsi-per-gli-architetti-o-concorsi.html
    proprio a seguito dell’incontro con Salìngaros, presente l’arch. Adolfo Natalini.
    Quindi niente da obiettare.
    Sull’Ara Pacis ho voluto specificare che era preso a titolo di esempio, in quanto a tutti noto, e avrei preferito una tua astrazione dal discorso di merito sulle qualità dell’uno o dell’altro progetto, chiedendo solo cosa tu (e coloro che leggono queste nostre sciocchezze on line) pensassi rispetto ad un ipotetico voto popolare.
    Non sono invece per niente d’accordo sul giudizio “potenzialmente” censorio e un pò snobistico rispetto alla qualità del voto popolare perchè la democrazia è un rischio e non garantisce mai la migliore delle scelte in assoluto ma esprime semplicemente il pensiero, il sentimento, l’istinto, gli interessi, la volontà della maggioranza. Nulla di più ma nulla di meno. Una democrazia che corrispondesse ai desideri di pochi, ancorchè bravi, è un’oligarchia, se va bene, una tirannia, se va male.
    Quanto al fatto che la democrazia c’entri, eccome, nella costruzione della città è ovvio per definizione, perchè “Politica” è amministrazione della città e quindi una società democratica “DEVE” amministrare la città (e la sua costruzione) “democraticamente”, altrimenti non è una società democratica.
    Se le scelte sembreranno sbagliate agli architetti, pazienza! A molti, soprattutto a molti politilogi, esperti economisti, giornalisti, ecc sembreranno sbagliate le scelte che fa il governo di turno (questo o un altro è lo stesso) ma la maggioranza ha deciso; chi non è d’accordo può protestare, criticare, lottare per vincere la prossima volta, ovviamente, può fare di tutto ma non si può arrogare il diritto di eliminare il sistema democratico perchè non è di loro gradimento il governo democraticamente eletto.
    E’ la stessa cosa con la città e l’architettura, specie quella pubblica.
    Mi pare di avere detto due cose talmente ovvie, scontate, banali perfino, che non ho mai capito perchè suscitino (non in te) tanto scandalo!
    Saluti
    Pietro

  4. Biz ha detto:

    Non vorrei annoiare coi miei commenti, ma vorrei dire due cose.
    1) Mi piace molto, nel discorso di Pietro, il richiamo alla necessità, da parte di noi architetti, a “trascendere l’incarico”. Noi siamo incaricati di raggiungere particolari obbiettivi di trasformazione, pagati (mai abbastanza) per questo, ma in qualche modo dobbiamo andare oltre l’incarico, consapevoli che quello che andiamo a fare sarà probabilmente usato da uomini ancora non nati, o da gente che non conosciamo. Farci carico di questo: il nostro committente non può essere solo “il committente”, ma in un certo senso l’umanità nel suo complesso, anche se non bisogna caricare la cosa oltre il lecito. In questo, deve esserci anche una capacità di convincimento positivo del committente, e non soltanto, come si dice, “attaccare l’asino dove vuole il padrone”.
    2) la questione “partecipazione della (g)gente. E’ necessario incrementarla, non in omaggio astratto alla “democrazia”, ma perchè è veramente utile. Ma il giudizio dei cittadini comuni non deve essere proiettato sul “come” fare una certa cosa (cioè, sul piano tecnico artistico), ma sul “cosa” deve essere fatto.
    Ad esempio, se si facesse un concorso per un nuovo quartiere, i cittadini devono essere coinvolti prima, nella redazione del “brief”, per stabilire se esso debba avere case alte o unifamiliari, quali altre destinazioni d’uso sarebbero gradite e opportune, desideri vari, e anche i suoi caratteri generali ecc.
    Invece oggi si tende ad usare le persone a scopi plebiscitari: la decisione del “cosa” fare viene fatta in opaco, poi si chiede alla gente se preferisce lo stile Meier o Krier. Secondo me, così non funziona.

  5. filippo de dominicis ha detto:

    ….senza dimenticare….la centralità….del progetto….

  6. Pietro ha detto:

    Biz, senza enfatizzare e senza prendermi troppo sul serio, io sono un convinto sostenitore di un’architettura civile che, come tu dici, significa anche che ogni mattone, da chiunque posato, resta per secoli. Quindi, prima di metterlo, occorre pensarci bene, senza paure ma con modestia.
    Ciò per cercare di smentire l’aforisma di Wright che con la mia scarsa memoria cito : “Il medico può seppellire i suoi cadaveri ma l’architetto non può sperare che in una pianta di rampicanti” (o giù di lì).
    P.S. Mi scuso per i tanti errori blu nei verbi in questi commenti; poca memoria e poca lucidità. Vacanze, vacanze…
    Saluti
    Pietro

  7. eduardo Alamaro ha detto:

    Cari muratorini,
    leggo nella notte questa simpatica disputa di fine luglio su Stalingrados, Natalini, Pasqualini, Ferragosti, giurie popolari, aristocratiche, ggentes, clientes, immobiliaristen, partecipazzionen dal basso, arckitetture dall’alto.
    Scriveva, a mo’ d’esempio, Carlo Scarpa nel 1968, a proposito di un suo allestimento di Fontana alla Biennale: “Che rapporti ci possono essere tra fare l’allestimento di una esposizione e l’allestimento di un museo? Una differenza enorme: nel museo gli autori sono tutti morti, mentre qui (alla Biennale) abbiamo a che fare con i viventi! Molte volte ho avuto anche contrasti, perfino modifiche ho dovuto apportare, notevoli, proprio durante il corso delle ultime ore …”.
    E se delle proteste dell’utente-artista (vivo) ne ha dovuto tenere conto il grande Scarpa, apportando “modifiche notevoli” al suo progetto d’allestimento, perché ciò non dovrebbe essere consentito ai viventi-normali umani che devono abitare quegli spazi per loro progettati all’ingrosso e in serie? O sono da considerarsi pezzi da museo morti e stramorti, da allineare nei loculi prefabbricati delle nostre periferie dis-umane?
    Si dirà che l’artista è artista e quindi “occhio eccellente” che non vuol farsi impaginare (ed immaginare) dall’architetto. Ma perché la “gente comune” viva dovrebbe farsi impaginare (ed immaginare) senza profferire parola alcuna come se fosse morta e sepolta in cimitero? Metropoli o necropoli? Architetti o Pompe funebri immobiliari?
    E poi, non siamo forse oggi tutti artisti?, almeno per un giorno nella nostra vita di spettacolo continuo televisivo? Saluti partecipati, eldorado

  8. Emmanuele Pilia ha detto:

    Per Filippo de Dominicis la centralità del progetto è ormai una ossessione di ValleGiuliense memoria…

  9. filippo de dominicis ha detto:

    eheheh bravo emmanuele…hai detto bene, ossessione…

  10. Vilma Torselli ha detto:

    Vorrei inserire una breve considerazione a corollario di questo vivace dibattito dal quale emerge con una certa omogeneità la necessità di una sovranità popolare che eserciti sacrosanti diritti di scelta sul ‘come’ e sul ‘cosa’.

    Bisogna ricordare che la gente comune, il popolo, che nell’idillica visione di nostalgici passatisti visita centri e monumenti storici e proietta nelle decisioni sul presente un’esperienza ed una capacità di giudizio acquisite che lo mettono in condizioni di scegliere (per il meglio), è lo stesso che fa il mutuo per andare vacanza a Disneyland, che fa la fila per riempire gli stadi dove si esibisce qualche gruppo di drogati, o per vedersi al cinema l’ultima scemata di Harry Potter. Vogliamo che siano questi a scegliere?

    ps.: sono ovviamente pronta a tutto!

  11. Cristiano Cossu ha detto:

    Pietro risponderebbe “è la democrazia, bellezza”…
    Non per nulla, comunque, in Olanda le giurie tecniche sono due e quella popolare una. Io non sono fra quelli che ritengono la giuria popolare assolutamente necessaria, ma comunque mi piacerebbe vederla all’opera in Italia.
    saluti
    cristiano

  12. Pierto ha detto:

    Stasera vado a letto contento perchè:
    1) intanto Cristiano, con i doverosi dubbi e distinguo (su cui tra l’altro sono d’accordo), dice che gli piacerebbe vedere all’opera una giuria popolare.
    2) Vilma non la esclude, ma dubita in base ad esempi che non sono troppo pertinenti perchè: a Disneyland ci si va per divertirsi ma poi si torna a casa e pochi, immagino, vorrebbero vivere a Disneyland (a parte Lucignolo); i concerti dei drogati ed Harry Potter hanno sempre a che fare, comunque, con un aspetto, un momento, una sequenza nel film della vita, che è la gioventù (e il divertimento). Se questi nostri discorsi li avessimo fatto nel ’68 cosa mi avresti detto, che la gente avrebbe voluto vivere in una comune con spinelli ed LSD? Dai, Vilma, che l’idea piace anche a te, ma non sei sicura dei risultati, come me d’altronde.
    Come mi fa dire Cristiano: è la democrazia bellezza!!!!
    Pietro

  13. mauro ha detto:

    ….interessante parafrasare l’indimenticabile Bogard del ’52: “E’ la stampa bellezza. E tu non ci puoi fare niente. Niente”. Infatti la Democrazia si basa su una Stampa libera……esattamente come l’informazione in Italia…libera e bella…appunto una questione di Bellezza…..

  14. Biz ha detto:

    E’ la democrazia bellezza …. appunto, chi l’ha vista? :-)

  15. alfredo ha detto:

    le giurie dei concorsi, in molti casi fanno vincere gli amici e gli amici degli amici, scambiandosi favori e spesso sono la voce dei politici al potere; le giurie popolari potrebbero essere la reale alternativa? ho molte riserve, se penso che per anni ho dovuto combattere contro i loro cattivi gusti : dalle mie parti, dove per ragioni climatiche prevalgono i tetti piani (annosa la diatriba tetto piano o tetto a falde) la richiesta della casa dell’engadina (cito botta) è la norma (spesso la casa con i tetti rappresentava per molti che rientravano da anni di lavoro all’estero, l’affrancamento dalla povertà, e quindi la necessità a distinguersi dalle povere ed essenziali case cubiche del contesto).
    altra richiesta “le balaustre in pietra leccese”, che facevano tanto palazzo nobiliare del sei-settecento, e per ultimo le scale a tenaglia sul prospetto principale, anche queste da servire con splendidi portici ad archi e colonne in stili indefiniti (che hanno fatto la fortuna di molti geometri ed ingegneri elettronici e altro).

  16. pasquale cerullo ha detto:

    La giuria popolare servirebbe molto se fosse educata alla qualità. Si capisce bene che opterebbe per il più bel rendering. E cioè per il disegno più bello.
    Michelangelo disegnò la cupola su cartaccia, con un lapis impreciso. ripassando più volte sul disegno con la mano tremante. Era il tempo in cui i disegni servivano per costruire, non per fare i quadretti.

  17. Biz ha detto:

    E tempi in cui la classe dirigente era colta …

  18. gabrielemari ha detto:

    Volevo aggiungere 2 cosette:
    1. Harry Potter è tutto tranne che una scemata. (E ad essere pignoli la gggente, me compreso, ha fatto la fila davanti alle librerie prima che al cinema).
    2. Credo che abbia ragione il prof quando dice che nei concorsi a giuria popolare vincerebbe comunque il progetto più pubblicizzato. Lo prova la fortuna dell’Auditorium, per rimanere a Roma. E’ una struttura esteticamente più “ardita” (passatemi il termine) del Ara Pacis di Meier, eppure l’Auditorium piace a tutta Roma. Non credo proprio che la gggente di Roma abbia colto le diverse implicazioni spaziali dei 2 progetti e il loro rapporto col contesto: semplicemente dell’Auditorium tutti ne parlano bene, dell’Ara Pacis invece male. E i Romani pecoroni ripetono…

  19. memmo54 ha detto:

    Il “successo” dell’auditorium, più che dalla critica e dal giornalismo a libro paga, è dovuto all’ambiente con cui si confonde agevolmente,
    Tra uno svincolo autostradale, un labirintico falansterio degli anni 60, un disco volante abbandonato dagli alieni, ai piedi di una teoria di meste palazzine ( le firme dei “migliori architetti ” romani (..ringalluzziti da quel Bruno di cui si dice tanto…) l’auditorium si trova perfettamente a proprio agio e non emerge affatto.
    Se a ciò sommiamo poi il semplicissimo e fin troppo banale paramento in laterizio con cui è rivestito ( … colpo di genio.. ) lo zeigeist s’invera e si riscattano decenni di zoppicanti periferie a cortina, mostrando, nelle intenzioni, la propria ispirazione democratica e l’adesione a tecnologie e materiali autenticamente “popolari” e radicati ; tanto da far passare in secondo piano i gusci incombenti e di tradizione nordica. (..d’alta parte inevitabile ! .. Piano è notoriamente un cognome Vichingo..)

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