“Trozzi … Trozzi … chi era costui? …”

Pietro Trozzi … un architetto “qualunque” … in terra pontina …

E’ dedicato all’opera di Pietro Trozzi il volume di Sonia Lodo (Pietro Trozzi 1913 –1959, Casa dell’architettura edizioni, Latina, 2006), appena pubblicato come primo titolo della collana “Archivi di architettura moderna” all’interno del progetto A.D.A.M.O. promosso da Pietro Cefaly …

Ve ne anticipiamo le nostre poche righe di introduzione: …

“Trozzi … Trozzi … chi era costui? …” , così potrebbe iniziare questo libro che ripercorre la vicenda professionale di un architetto, praticamente sconosciuto, uno dei tanti, dei cento, dei mille Carneade che hanno costruito la città italiana del novecento e sui quali non si è mai data l’occasione per riflettere abbastanza. Pietro Trozzi potrebbe essere anche l’eroe minore di un romanzo pontino di Antonio Pennacchi … Ma Trozzi è anche una di quelle figure fondamentali nella definizione di un orizzonte storiografico che non si voglia vincolato ai soliti nomi, alle solite presenze, alle solite figure che compaiono ossessivamente sui libri di storia dell’architettura solo perché hanno avuto magari la ventura di comparire qua e là, citati su un articolo di rivista, selezionati in qualche concorso, comunque ricordati per qualche occasionale situazione di mediatica visibilità. Quanti sono questi architetti ignoti cui invece si deve, in buona sostanza, la continuità, la tracciabilità di una condizione umana e professionale che se, nei fatti, ha significato esclusione ha anche avuto, d’altro canto, il senso di un’ineliminabile quanto costitutiva presenza? Quanti sono questi anonimi costruttori ancora senza volto che hanno “disegnato” l’immagine diffusa di un paese che in loro, al fondo, si riconosce in maniera sicuramente meno “altra” rispetto ai tanti e ben più noti, riconosciuti, “maestri”. Questi silenziosi artigiani del progetto che hanno contribuito a costruire e diffondere un senso di qualità disseminata nelle infinite occasioni di un’idea di architettura che possiamo ritrovare, almeno fino a tutti gli anni sessanta, un po’ in tutta la provincia italiana, nei territori di nuova espansione, nelle periferie non ancora metropolitane, nelle città nuove che, come nel nostro caso, si offrono come luogo di una speciale nuova e modesta, seppur vitale frontiera per un’architettura contemporanea profondamente segnata dalle aspirazioni a una modernità diffusa, fatta di piccole cose, ma capace di informare di sé l’immagine stessa del paese che si voleva rinnovato.
Pietro Trozzi di quest’Italia che si va costruendo tra i Trenta e i Cinquanta, nella sua presenza discreta e insieme prolifica rappresenta un esempio tipico; in qualche modo ne diventa il campione anonimo, obbligato gregario per avventure minime in terre di provincia, di quella “provincia” di cui è sostanzialmente fatto il nostro paese così alieno, per storia e tradizione, alle sue acerbe avventure metropolitane. Un’Italia fatta di piccole cose e di piccole case che travalica tra due dopoguerra attraverso la messa a punto di un modello abitativo, e di una serie di tipologie insediative e residenziali che diventano lo specchio di una società insieme legata alle sue dimensioni più recondite e ancestrali come alle sue aspirazioni più “moderne”.  E’ l’Italia della Mille Miglia e del Giro, della Vespa e della Lambretta, della Simmental, di Coppi e di Bartali, quella che si snoda sotto i nostri occhi sfogliando le pagine di questo libro le cui architetture potrebbero fungere da scenario per un film del primo e del secondo realismo nostrano (e non è un caso che Trozzi nasca all’architettura proprio come scenografo con Marchi). Attraverso l’evoluzione dei diversi progetti si legge, in contro-luce, la trama di una vicenda italiana che dalla periferia del Fascismo sfuma con continuità e senza apparenti traumi verso la Ricostruzione; stesso disincanto, stessa attitudine alla presa d’atto, stessa disponibilità verso una committenza, al fondo, discreta fatta di concretezza e di piccole aspirazioni ad un benessere sociale piccolo-borghese del quale l’architettura si fa veicolo, immagine, status-symbol. Quello che cambia, se cambia, è, se mai, lo “stile”, il “gusto”, il “linguaggio” che dal razional-littorio travalica nel realismo organico. In filigrana, il Piacentini “minore”, romano, mediterraneo, littorio quanto basta e poi lo Zevi “americano” e barocchetto che ama Moretti come il migliore della sua generazione, ma lo crocifigge all’ideologia.
Marchi il futurista strapaesano e Frezzotti pre-post-moderno si stagliano poi insieme a Pappalardo ingegnere e bonificatore reduce da precoci frequentazioni afgane come figure tutelari di un giovane che cerca una sua identità in terra pontina. Un architetto che costruirà quelle città nuove, della prima e della seconda ora, avanti la catastrofe degli ultimi sessanta. Città italiane, riconoscibili per forma, scala, valori, spazi, “stile”.
Altro elemento interessante che scaturisce da queste pagine e che risulta geneticamente connesso alle considerazioni appenna accennate, è il problema del rapporto tra il progettista e la “sua” architettura, le “sue” architetture, argomento questo che investe il senso più profondo di un’arte del costruire profondamente e più volte metamorfizzata nel tempo e che, ancora in epoca contemporanea, come peraltro accade in tanti altri contesti espressivi e artistici, non cessa di manifestare tutto il suo carico di aporie. Come nel cinema, nel teatro, nella musica, nell’industria, nel design, etc. il rapporto tra l’autore e l’opera in questi ultimi decenni si è andato arroccando in formule burocratiche, mercantili, corportaive e professionali che ne hanno profondamente snaturato il senso confinandolo in assetti non sempre del tutto soddisfacenti e capaci di render conto della reale complessità di un processo estremamente articolato ove i ruoli autoriali spesso si sfumano, si contaminano, si sovrappongono, si integrano, si elidono anche, attraverso formule di difficile decrittazione. Il “caso” Trozzi, anche da questo punto di vista, risulta esemplare. La sua vicenda personale, particolarmente tragica negli anni dell’infanzia, lo costrinse in una speciale forma di subalternità “sociale” e quindi “professionale” rispetto alla quale se, da un lato, fu capace di surrogare attraverso il suo eccezionale talento grafico, fu d’altro canto costretto a subirne le conseguenze in termini di “titolo di studio” e quindi di emancipazione professionale. Siamo quindi di fronte ad un architetto di evidente talento e capacità, in qualche modo “dimezzato”, costretto come fu, praticamente per tutta la vita, ad avvalersi di “collaborazioni” e di supporti indispensabili a consentirgli un più disteso e dispiegato esercizio delle sue più che cospicue capacità professionali. Speciale limitazione, questa, che se, da un lato, negli anni giovanili, forse ebbe il merito di fungere anche da stimolo per un più evidente sviluppo della sua personalità creativa e delle sue capacità grafico-rappresentative, dall’altro, specialmente negli anni della maturità, non poteva non riverberarsi che in termini limitativi rispetto ad un più libero e disinvolto dispiegamento di tutto il suo potenziale progettuale.
Disegnare una prospettiva oppure gli elaborati di un esecutivo, “firmare” una tavola o una richiesta di concessione edilizia sono momenti diversi e concorrenti nella dinamica complessa di un progetto di architettura la cui qualità si nasconde spesso tra le maglie banali di una processualità labirintica ove la personalità dell’autore spesso si sperde. Il lettore di queste pagine avrà quindi la ventura di uno straordinario percorso tra le mille facce di questo itinerario intellettuale, prima ancora che professionale, dove è dato di rintracciare etimi e maniere, stilemi e caratteri di un mondo, quello degli architetti italiani del ventennio tra i Trenta e i Cinquanta, che oggi sono, ormai, del tutto dispersi, ma che hanno costituito per tutti i decenni centrali del secolo scorso in vero panorama di quello straordinario laboraratorio di sperimentazione linguistica che è stata la città italiana del Novecento.
E di questo “laboratorio”, di questa officina anonima e infinita, Pietro Trozzi è stato uno dei protagonisti, degli animatori, dei tecnici, più attivi ancorchè più sconosciuti; alla sua “arte” sono quindi dedicate le pagine che seguono.”
GM 07.06

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