APPELLO “STRAORDINARIO” …

Pubblicato in Architettura | Lascia un commento

RICETTINA FINLANDESE …

Emanuele Arteniesi commented on DE LEGNO …

Oggi una ricettina ricostituente dalla Finlandia:

Punamullan keitto-ohje (50 l maalia)
Minestra di ocra rossa (50 l di vernice). Tempo di cottura 4-7 ore

Acqua 40 l

Solfato di ferro 3 kg

Farina di segale o di grano 4 kg

Ocra rossa italiana 8 kg

Olio di lino cotto 3 l

In un bidone con cappottino di lana di vetro posto su un fornello a gas e chiuso su tre lati con blocchetti di cemento isolante, aggiungi il solfato di ferro all’acqua calda. Mescola a poco a poco la farina di segale girando energicamente con una fascina di rametti di paju o betulla sfogliata e continua la cottura a lungo ottenendo lentamente una pappa (puuro, che si mangia anche a colazione nella variante sola acqua e fiocchi di cereali n.d.a.).
Aggiungi l’ocra rossa anch’essa a poco a poco ben mescolata ora con una pala di legno. Alla fine aggiungi l’olio di lino, solo se si tratta di ottenere superfici levigate, no se si verniciano muri di tronchi o tavole di rivestimento, cuoci per altre 2-3 ore.

http://www.hs.fi/artikkeli/Punamulta+suojaa+rakennuksen/1135258511448

E.A.

Pubblicato in Architettura | Lascia un commento

IL MIO MORETTI … LA SUA ROMA …

MORETTI PRIVATO

Ho sempre avuto una certa reticenza a scrivere di Luigi Moretti, uno dei grandi maestri dell’architettura contemporanea, la cui figura e il cui ruolo, la critica e la storiografia, soprattutto nel nostro paese, hanno faticato per lungo tempo a metabolizzare denunciando così le diffuse aporie di un clima fortemente influenzato da derive accademiche ed ideologiche tanto estese quanto radicate.  Il motivo di questa mia particolare resistenza è inoltre molto probabilmente dovuto ad una serie di banali accidenti autobiografici. Il mio rapporto con l’architettura di Moretti coincide infatti, in buona sostanza, con il mio rapporto con l’Architettura tout court (anzi lo precede e di molto) e, nel mio immaginario la “sua” architettura si è, a poco a poco, andata identificando con l’Architettura medesima, con l’Idea stessa di Architettura, nel senso più vasto, globale e profondo del termine. Non sono quindi il testimone migliore per discutere oggettivamente di un tema che al fondo mi appartiene così profondamente da impedirmi quasi di parlarne, per pudore, opportunità, prudenza e buon senso delle cose. Ma tant’è, gli anni passano e forse è ormai giunto il tempo di esprimersi magari facendo anche una certa violenza su se stessi. Cercherò quindi di sintetizzare in poche battute, nelle righe che seguono, il senso del mio rapporto con il lavoro di questo architetto anche nel tentativo di esorcizzare una serie di più e meno recenti quanto indebite appropriazioni della sua opera che, in più di un caso, suonano contingenti, opportunistiche e strumentali. Fin dalla mia infanzia, quindi in una forma del tutto casuale e incosciente, l’immagine di una delle più straordinarie architetture romane del dopoguerra, quella della casa detta “Girasole”, di quella palazzina dei Parioli così bianca, luccicante, accecante, vitrea, aerea, moderna, americana, strana, è stata per me quasi un paradigma fantasmatico di un’idea di architettura a cui solo tanti anni più tardi avrei avuto l’incauta ventura di avvicinarmi. Passare per viale Bruno Buozzi mi era cosa familiare e frequente nei primi Cinquanta, vuoi per andare “in Prati”, come si dice a Roma oppure per raggiungere la mussoliniana Piscina sopraelevata del Foro Italico (dove il Coni teneva i corsi di nuoto per i più piccoli) o magari per un gelato al bar del tennis la domenica quando ancora le partite di calcio si giocavano allo Stadio che (dopo Superga) era stato ribattezzato “Torino”. Tutti luoghi che allora erano veramente in mezzo ai prati, in quegli anni dove lungo corso d’Italia, prima dei sottopassaggi, sferragliavano i tram e c’era pure la pista di sabbia che portava i cavalli dalle stalle del Macao a sgambare sull’anello del Galoppatoio. Avremmo scoperto più tardi, dal cinema, che quelli erano pure gli anni della Dolce Vita, degli intrallazzi tra preti e palazzinari, della speculazione edilizia, dei “miracoli” più e meno economici, delle polemiche e dei sogni che fecero dei Cinquanta una delle stagioni più ricche e fertili del dopoguerra romano. E forse fu proprio quell’idea confusa e accattivante di generosa modernità a farmi approdare nei primi Sessanta a quella facoltà di architettura dove scoprii per la prima volta il nome famoso di quell’architetto, ma scoprii anche che non lo si poteva pronunciare, pena scomuniche e ostracismi dal sapore acre, non facilmente comprensibili a prima vista, ma che sicuramente nascondevano odii profondi, rancori, invidie, gelosie e quant’altro. Peraltro proprio a quegli stessi anni appartiene la mia personale “scoperta” di un’altra architettura di Moretti, quella casa della scherma che, allora già abbandonata e straordinaria nella sua nudità metafisica, nella sua precoce ruderizzazione, si offriva quale scenario ineguagliabile a quei primi approcci, a quelle prime meditazioni sull’architettura che prendevano la via dell’obiettivo fotografico. Le prime foto di architettura che feci con il mia prima Leica comprata usata (obiettivo Elmar 3,5 da 50 mm.) anche lei “aveva fatto la guerra” e quindi (ma allora che ne sapevo) aveva più o meno la stessa età di quell’edificio curioso, erano proprio quelle. Poi ancora il Moretti del Piazzale dell’Impero dove con una strana compagnia di sfaccendati e di musicanti si andava l’estate, nelle notti calde di luna, a suonare il jazz (quello “freddo”, californiano, s’intende), trombe e sassofoni non erano compatibili con i sonni borghesi delle palazzine pinciane, dei Prati, del Flaminio o dei Parioli. Per sfuggire alle ire delle materne condominiali chiostrine, dei paterni irascibili cavedii, ci si dava appuntamento in quel luogo magico e misterioso, attorno alla sfera candida e cristallina, dove qualche metronotte in bicicletta ci guardava con rassegnata sufficienza come nei film di De Sica e di Rossellini. I soliti figli dei borghesi nullafacenti a spasso la notte a far casino e poi, più tardi, di giorno, in piazza, a far per finta la rivoluzione (Pasolini avrebbe colto nel segno, “dopo” Valle Giulia). Allora non sapevamo ancora che quella “palla de marmo” non ancora graffita era “firmata” (Paniconi e Pediconi, chi li conosceva quei nomi?). Che quegli spalti disegnati da mosaici bellicosi e sorvegliati dai blocchi parallepipedi inneggianti allo sconosciuto e rimosso impero, fino all’obelisco mezzo futurista, fossero il frutto di una precoce vocazione antiquaria e modernista insieme del Nostro che allora, giovanissimo, si era ispirato alle ricostruzioni del Gatteschi archeologo e alle fiction prospettiche dei suoi maestri architetti Fasolo e Milani. Quei marmi bianchissimi dagli spigoli vivi avevano qualche cosa di misterioso e di matematico, la loro candida geometria, elementare e perfetta sullo sfondo della macchia nera dei cipressi e dei lecci, conferiva a quei volumi fuori del tempo lo stesso fascino che più tardi avremmo ritrovato altrove e altrimenti, ma solo raramente. Erano pietre dotate di un’anima, di una storia, di un senso, erano pietre che ci parlavano di cose di cui nessuno ci aveva mai parlato e di cui nessuno voleva parlarci. I primi anni della nostra sentimentale educazione all’architettura trascorrevano quindi lontani attraverso altri itinerari logici e mentali e se furono in molti a dirci come quelle pietre fossero brutte, sicuramente nessuno ebbe il coraggio di dirci quanto fossero belle. Meglio restava ignorarle perché nascondevano forse un segreto e l’architetto che le aveva pensate era: tabù. Ma si sa come sono fatti i giovani, più li si educa in un verso e più si incuriosiscono nell’altro; più si cerca di nascondergli una verità, più si sentono eccitati dalla sua scoperta: è la vita. Erano gli anni del duopolio Zevi-Quaroni e non si sa chi più ce l’avesse col Moretti di allora, uomo dell’Immobiliare e pour cause, tautologicamente, un “mostro”. Architetto di talento e per di più di successo in un momento ove l’arte era “impegno” e falsa boheme; risultava imperdonabile coniugare l’estro con l’opulenza, la capacità con la libertà. Le nostre domande ingenue cadevano nel vuoto o erano seguite da risposte sprezzanti che nascondevano palesi imbarazzate ipocrisie. “E’ un fascista” intimava lo Zevi tonante dalla cattedra o dalle colonne dell’Espresso, ma al fondo capivamo che sarebbe potuto essere senza difficoltà il campione della sua organica squadra; “ma perché vi interessa tanto?” si domandava e ci domandava Quaroni che lo conosceva bene fin  da quando avevano lavorato insieme alla Piazza Imperiale dell’ E’42 ed era intelligentemente consapevole del suo talento. Non capivamo allora che era proprio questo il problema: che Luigi Moretti era senza dubbio il più bravo sulla piazza e che quello dell’intelligenza è un reato che non si può condonare. Intanto mentre gli architetti più “politicamente corretti” si astenevano dallo sporcarsi le mani con la professione (o almeno così ci facevano credere “a scuola”) Moretti continuava a “costruire” la sua Roma e quotidianamente ci si sgranavano sotto gli occhi i suoi esperimenti “parametrici”, la sua rinnovata via alla modanatura, le sue avventure plastiche e linguistiche. Andavamo, senza dirlo a nessuno, a vedere il cantiere barocco che alle pendici di Monte Mario stava concludendo la palazzina San Maurizio e che si rifaceva alla Saracena con i suoi intonaci mediterranei, granulosi e materici; vedevamo crescere il nuovo ponte della metropolitana sul Tevere con  le sue organiche strutture fitomorfe e il parcheggio del galoppatoio con le sue cupole prefabbricate, la palazzina di via Morgagni e quelle di Piazzale Flaminio piene di acrobazie e di finezze che facevano inorridire i più. Lungo la direttrice che da piazza del Popolo porta alla Tiburtina era proprio Moretti a costruire con realismo e competenza, manovrando dal suo principesco studio di Palazzo Colonna il nuovo vero asse direzionale della città mentre altri (asserragliati a squadra a Palazzo Pamphili), fantasticavano incoscienti di nuove e inverosimili dimensioni dell’urbanistica. Era Moretti che dava forma alla nuova “porta” dell’EUR e che nei prati di Decima aveva costruito per l’Incis il più bel quartiere periferico della città. Come ignorare la sua presenza? Eppure! A onor del vero qualcuno c’era che nel clamoroso e imbarazzato silenzio generale si ostinava a vedere in Moretti una presenza significativa, era qualcuno che in quegli anni aveva già intravisto con chiarezza i limiti di una cultura dominante e dei suoi luoghi comuni e ne aveva preso con cautela e determinazione le distanze. Era qualcuno che, come Moretti, nel manierismo e nel barocco romano aveva visto l’orizzonte inesauribile e rinnovato di una modernità trasversale e matura, e che dovendo intitolare una sua nuova rivista non trovò allora cosa migliore che chiamarla, con reverente e databile antinomia: Controspazio. Frequentando allora le stanze di quella itinerante redazione ricordo con assoluta gratitudine come, proprio lì, per la prima volta trovai qualcuno disposto a parlare con interesse e laica disponibilità di Moretti e della sua avventura intellettuale; qualcuno che conosceva fin nelle pieghe più riposte il lavoro dell’architetto, che aveva letto con attenzione ogni sua architettura, anche la più estrema, assaporandone gli etimi più riposti e magari anche inattuali, ma pur sempre contemporanei ad una vicenda condivisa con partecipazione e solitaria intelligenza delle cose dell’arte e del mondo. Paolo Portoghesi, nel momento in cui quasi tutti misconoscevano il valore dell’opera di Moretti (ma anche della sua) fu sicuramente uno dei pochissimi ad apprezzarne la complessità dei significati. Ricordo con nostalgia e partecipazione quegli incontri sotto le volte affrescate di Palazzo Rospigliosi alla fine dei quali, magari solo per levarmisi di torno (ma per me quello di allora fu segno e pegno di una ininterrotta anche se diseguale, asimmetrica, complicità), mi fu fatto dono di una copia (la n°265, che conservo gelosamente) di quello splendido volume fotografico, introdotto da Giuseppe Ungaretti, che sono le “50 immagini di architetture di Luigi Moretti”. Fu quello un ulteriore tassello della mia vicenda morettiana che trovò ancora prolungamento nella pubblicazione di una delle prime monografie sull’architetto romano che curata da Luciana Finelli avrei poi ospitato in una pionieristica e assai poco opulenta collana che più tardi curai per le edizioni Officina. E quella fu ancora l’occasione per verificare, questa volta sulla mia pelle, quanto ancora costasse caro occuparsi di un architetto non ancora sdoganato dai poteri forti della critica e della storiografia all’epoca egemoni. Ricordo con assoluta chiarezza, tra le altre, la diffidenza di Manfredo Tafuri e della sua cerchia rispetto ad un qualsiasi positivo apprezzamento nei confronti di Moretti almeno fin tanto ché l’opera dell’incompreso maestro non ebbe la ventura di venir scoperta dall’apparato imperiale dell’Institute newyorkese con la pubblicazione, nel ’74, di un’antologia di suoi scritti fin lì letti clandestinamente su Spazio. Finalmente ospitato niente meno che sulle pagine del quarto numero di Opposition, con la presentazione di Kenneth Frampton e quindi con la benedizione di Peter Eisenman e implicita, più in alto ancora, quella di Philip Johnson, il nome di Luigi Moretti poteva essere finalmente pronunciato e magari le sue opere, ormai “sdoganate”, essere “tradotte” anche in italiano. Naturalmente, ripensando a quegli anni e a quelle pagine non posso pensare senza raccapriccio anche alle esternazioni ultime di Peter Eisenman sul n°74 di Area relative alla Casa Girasole ove alle lambiccate, cervellotiche considerazioni “testuali” sul tema fanno riscontro le altrettanto indecifrabili e oscure parole d’ossequio di Franco Purini relative al “viaggio in Italia” del nuovo “maestro” americano. Ma la “presenza” italiana di Eisenman ci porta a considerare anche la sua recente apparizione veneziana attraverso l’ipertofico allestimento dello spazio a lui dedicato nel padigline Italia all’ultima metamorfica Biennale. E tutto ciò non può non costringerci a ripensare a quella situazione al fondo e per certi versi analoga che vide Luigi Moretti ospite di un’altrimenti indimenticabile “Biennale” fiorentina “degli interni di oggi” intitolata “La casa abitata” allestita, sotto la direzione di Giovanni Michelucci, a Palazzo Strozzi nel lontano ’65. Ricordo ancora con commozione l’allestimento di quello storico spazio ove al contrario degli altri espositori, tutti intenti a riempire, intasando con la “creatività” delle loro idee costruite, i locali loro destinati, Luigi Moretti ebbbe il coraggio di riproporre nel vuoto degli antichi saloni la “banalità quotidiana” del suo studio accatastando alla rinfusa sull’immenso tavolo centrale e a terra lungo le pareti le opere d’arte della sua collezione privata insieme ai fogli, lasciati accartocciati, dei suoi progetti. Fu quello un gesto estremo di maturità, di intelligenza e di “stile” che annichilì nella perenteriotà del confronto la presenza di tutti gli altri espositori. Quanti oggi saprebbero fare altrettanto? Quel ricordo mi è rimasto stampato nella memoria e forse, anche per questo, ho cominciato, fin da allora a tremare quando c’è da appendere un quadro alla parete e a guardare alle cose dell’architettura con un certo distacco, facendomi apprezzare soprattutto la qualità di una discreta assenza che tante volte vale ben più di qualsiasi protagonismo presenzialista. 

 G.M.

in: Eleonora Carrano, Luigi Moretti: le opere romane, Roma 2005.

Luigi Moretti architetto “romano” …

Pubblicato in Architettura | 1 commento

26 aprile … Festa della Liberazione … da Moretti …

Luigi Moretti. Architetto del Novecento 

MAXXI Museo nazionale …

 

Pubblicato in Architettura | 1 commento

“Perfettamente ricostruito” …

Nikos Salíngaros commented on WALTER LO STERMINATORE … E LA SUA GANG …

Risposta a Pi:
“a tutto c’è un limite.”
D’accordo. È arrivato il tempo di lasciare il Bauhaus come modello a seguire, e finalmente (dopo un secolo) andare avanti. I suoi prodotti erano sempre scomodi, non adattati all’uomo e alla vita. Disegni contro la funzione, nonostante la propaganda massiccia che proclama il contrario.
“qui si gettano nella pattumiera interi movimenti e masse indistinte di scuole e architetti.”
La spazzatura, come le ideologie nocive, si deve gettare, o almeno consegnarli all’oblio. Lo so che è difficile rinunciare l’ideologia/religione della forma industriale, e questo ci ha imprigionato negli modelli degli anni 20 — purtroppo fino a oggi.
“andarsi a rivedere il padiglione tedesco del ’29 a Barcellona, ricostruito in modo pressoché perfetto.”
Sì, sono stato e l’ho visto. Perfettamente ricostruito. Ma l’originale (e dunque la copia) non dice molto — non è un edificio funzionale. Spazio aperto senza senso di recinto, inutile, la pietra costosissima per distogliere l’attenzione dal fatto che non c’è niente là. Un non-edificio. Benché un sito di pellegrinaggio per la progettazione elitaria.
Saluti cordiali,
Nikos

……………

ci si consenta un’osservazione priva di qualsiasi fondamento, anzi, puramente epidermica: …

l’originale … almeno da quello che si può apprezzare dalle fotografie dell’epoca …

sembra un capolavoro … e le splendide foto antiche ne esaltano, naturalmente, i significati …

la ricostruzione attuale, invece, … apparentemente “identica” … irrita per la sua “modernità” …

buona per gli spot pubblicitari … un remake alla Woody Allen …

che sia un problema di “aura”? …

forse, anche …

il feticcio della reliquia? …

Pubblicato in Architettura | 19 commenti

L’APPETITO VIEN MANGIANDO …

Carlo Malinconico nuovo commissario straordinario di Fondazione Valore Italia

E allora commissariateci tutti. Il governo non si accontenta del Maxxi …

ma che c’azzecca er MAXXI cor COLOSSEO QUADRATO? …

apparentemente, … assolutamente, … niente …

e invece …

ALL’OMBRA DELLE “CUPOLE” ROMANE …

TUTTO SI TIENE …

Pubblicato in Architettura | Lascia un commento

UNA FABBRICA … PER “LA” FABBRICA …

 “Caro Professore,

ti invio copia dell’articolo pubblicato ieri su LTOggi relativo alla Conferenza svoltasi ai Musei Vaticani e presieduta dal Direttore Prof.Paolucci.( Segue quello ovviamente più importante pubblicato su L’Osservatore Romano)

Il tema  riguardava la Fabbrica di San Pietro mirabilmente illustrato dalla Prof.ssa Marconi, inoltre nell’occasione si è parlato anche dell’importanza delle nostre ferriere che per  secoli hanno fornito il ferro per gli attrezzi, macchinari e per il consolidamento delll’organismo murario della Fabbrica.

Spero quindi che questo articolo sull’evento  sia  stata un’utile vetrina per il nostro territorio.

Visto che qui a Latina le mie annose ricerche non vengono pubbicate …mi devo accontentare di fare promozione…

 A presto”

Ugo

Il restauro del patrimonio architettonico. Cultura e ..

 La Fabbrica di San Pietro, un laboratorio per le tecniche costruttive

Pubblicato in Architettura | Lascia un commento

ARCHITETTI? … ARTISTI? … SCUOLA ROMANA …

dolzefarniente | 22 abril, 2012 at 22:52 | Etiquetas: Casa Albero, Giuseppe perugini | Categorías: 101 Cose da fare a Roma, Excursiones | URL: http://wp.me/p1fLGx-wF
La casa-Albero en Fregene

Pubblicato in Architettura | Lascia un commento

Marco Petreschi, tra arte e architettura …

“Se la cultura sono le stupidate che restano dopo che si sono
dimenticate le cose serie, giuro che se mai rileggerò la collezione de
L’Architettura di Zevi, stavolta mi segno le coordinate bibliografiche
esatte di tutti i giochetti retorici che un paio di giorni dopo, quando
mi è ancora facile ritrovarli, mi sono rimasti in testa. Tra le tante
cose che non saprei ritrovare – ma c’è c’è -, ricordo una controreplica
di Zevi alla lettera di un passatista dell’epoca che polemicamente
osservava che se la libertà progettuale moderna dava davvero luogo a
millemila varianti plausibili, tra le tante, gira gira, c’era sicuro
anche quella simmetrica, prospettica, composta e a tre dimensioni ecc.,
insomma la variante che contraddiceva le Sette Invarianti. Zevi se lo
trombonava facile argomentando che proprio perchè una su millemila non
faceva statisticamente testo, troppo numerose le altre e tutte
sicuramente migliori.

Per contro ricordo anche un fotomontaggio di
qualche muratoriano impertinente che sbertucciava la romantica
recensione sulla rivista della Case alle Zattere in cui Zevi esaltava
lo slittamento delle finestre quasi Gardella avesse voluto costruire il
riflesso di un palazzo gotico nel Canal Grande. Nel fotomontaggio
naturalmente le finestre, fuori asse in facciata, tornavano nell’acqua
tutte ordinatamente in fila e al loro posticino storicamente stabilito.

Tutta questa premessa per dire che se c’è un cosa da cui non si può
essere garantiti di essere nel vero (in Arte e) in architettura è una
Teoria che fornisca le regole scientifiche di una progettazione, fosse
anche quella che in nome dei diritti del singolo all’espressione della
propria libertà dia le regole della sregolatezza. Scegliere di “darsi
una regolata” non è necessario né sufficiente per fare una cosa giusta,
vuol dire solo riconoscere l’importanza di avere in comune con altri
una maniera di pensare il mondo che vada oltre il proprio
individualismo, una scelta ideologica e politica che porta a decidere
per ciò che è bello o è brutto secondo dati criteri e rifiutare ciò che
mi piace o non mi piace secondo un gusto del tutto personale, sublime e
incomunicabile.

Poichè le scelte condivisibili sono sempre meno
rispetto alla gran copia delle scelte possibili, riconoscersi in una
teoria -> saperla spiegare logicamente -> tradurla nella pratica vuol
dire sottostare a dei limiti. Anche il tetto giardino e il piano
pilotis sono dei limiti.  Nonostante si possa fare tutto e il contrario
di tutto per sentirsi parte di una comunità si sceglie una religione e
si fa voto di povertà.

In architettura (non in Arte) accade però che
le regole della storia e della ragione, cioè dell’impostazione
tipologica degli edifici e dell’esito economico/politico di un
cantiere, si impongano all’Autore quale che sia la sua geniale libertà
artistica.
Bisogna allora cedere da subito le armi e fare voto di
castità espressionista?
O in alternativa opporsi duri e puri alla
realtà tentando di imporre il proprio punto di vista oltreumano anche a
rischio di spendere una fortuna, dieci volte di più di quanto
costerebbe un edificio tradizionale, solo per realizzare forme uniche e
specialissime a rischio di far fallire il committente (è successo
spesso in architettura) e di lasciare un’opera incompiuta tanto fuori
controllo è il suo rendimento?

Oppure bisogna essere così bravi da
saper ingaggiare con la realtà dell’architettura un corpo a corpo
tremendo, in cui la straordinaria ispirazione iniziale, la famigerata
“trovata”, al confronto con i limiti economici e costruttivi arriva
generosamente a incorporare quei valori storici e logici della
costruzione senza che il compromesso sia visibile. Addirittura arrivare
al silenzio dell’architettura proprio perché ammutolita la petulanza
dell’arte, il mediocre artista ha lasciato il posto al grande
architetto, la storia e la ragione si riprendono il loro spazio
passando dalla finestra dopo essersi illusi che sarebbe bastato
chiuderle fuori.

Di come saper gestire questa forza d’urto tra il
faustiano “attimo fermati sei così bello” e la storia, tra l’istinto
adolescenziale dell’artista cui è concesso di restare bambino e la
realtà ragionevole dell’adulto che sa prendersi le responsabilità del
mondo è testimone, più che in altri suoi lavori, l’ultima architettura
di Marco Petreschi, la sua chiesa di San Sebastiano a Roma in fase di
ultimazione.

Ho visto nel suo studio la maquette del progetto
iniziale che prevedeva una cupola in bronzo drammaticamente squarciata
da tagli alla Fontana e vicino le foto di cantiere della realizzazione.
Tra venti anni non ci sarà più memoria di quella specie di pagnotta
lievitata da cui il progetto è iniziato ma resterà al centro di una
pianta a croce greca una lanterna definita dagli spicchi della cupola
di cui è lo zenith.
Mi è piaciuto proprio tanto come sia diventata
architettura un tema scultureo iniziale che l’ho voluto raccontare
proprio adesso tra le “teorie e tendenze” di tutti questi post.

Un caro saluto,
Giancarlo :G Galassi

Pubblicato in Architettura | 2 commenti

CHE NUN TE PIACE ER MODERNO? …

Pubblicato in Architettura | Lascia un commento