Sarà una risata che mi seppellirà …

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QUATTRO PUPAZZE NEL CIELO DI ROMA …

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“CAPRICCI” e BIRILLI …

mario commented on EUROSKYSTORY … TUTTO IL FRANCO … MINUTO PER MINUTO …

“A me me pjace e ce metto in più puro dario passi. Ce po stà?”

…………..

Maddeché? …

comunque … se te piace … te piace …

e peggio sia per te, …

ma quelle de Dario, almeno, erano uno “scherzo” …

un “capriccio” …

un pupazzo …

mica sputtanavano e, per sempre, …

er Panorama de Roma …

e mo’ … tiètteli ‘…

sti du’ birilli …

ché te piaciono tanto …

sai quanno je montano la bistecchiera …

che spettacolo …

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PRIMO MAGGIO … UNA LOCANDINA …

PRIMO MAGGIO2012

“In passato i liberali-repubblicani-popolari di matrice risorgimentale potevano partecipare al Primo Maggio dato il carattere laico che ricordava oltre agli eccidi perpetrati dagli apparati reazionari nei confronti delle classi subalterne dal dopo il Congresso di Vienna fino a Portella della Ginestra anche tutte le stragi impunite che nel secolo trascorso dopo il 68 fino all’uccisione di Falcone e Borsellino hanno colpito cittadini inermi e servitori della repubblica italiana e della costituzione del 1948.
Invio una mia locandina, adatta per coloro che vivono di lavoro, in ricordo del “Primo Maggio” che è stato ormai trasformato dai sindacati e dagli intellettuali postmoderni e/o neofuturistii, in “happening musical-promozionale” del sistema neoliberista per soddisfare la “libertà dei servi” che popolano la penisola italica incuranti di quello che sta succedendo in queste ultime ore e di cui i principali mass-media attutiranno la portata effettiva.
Con stima cordiali saluti.

Vincenzo Pandolfino

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Estate 2012: Archicefalici sul Baltico provano le vacanze di Asplund …

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PORTOLAGO? … “Ma è proprio proprio sicuro?” …

Il Palazzo commented on GUNNAR ASPLUND IN ORDINE SPARSO … post 4 …

A proposito di memorie isole, scandinavia e archittetti (e lo Zevi con la localizzazione sballata del post precedente), mi permetto una digressione off-topic, che non credo sia stata ancora segnalata.
In breve un architetto dell’Università del Texas si reca in Grecia per raggiungere uno storico finnico-svedese a cui hanno sequestrato la barca su un isola del Dodecaneso.
Qui, “scopre”la cittadina di Lakki, ovvero l’italiana Portolago.
Volendo approfondire, si mette in contatto con Zevi, e questa fu la risposta.

Che si potrebbe sintetizzare “Ma è proprio proprio sicuro che si tratti di roba italiana?”
Della serie è più semplice avere notizie su una città dell’antica Roma, che su un città di fondazione…
http://www.acaarchitecture.com/Mag37%281%29.htm

37 www.acaarchitecture.com/Mag37(1).htm

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GUNNAR ASPLUND IN ORDINE SPARSO … post 4 …

E’ BENE FARE LE COSE QUANDO SI SA ESATTAMENTE QUEL CHE C’E’ DA FARE

«Alla nonna era sempre piaciuto il grande cambiamento d’agosto,
forse più che altro per i suoi riti immutabili, per cui a tutto veniva
assegnato un posto che non poteva essere diverso. Era l’epoca in cui
tutte le tracce dovevano scomparire, e l’isola veniva riportata, per
quanto possibile, al suo stato originario. Le aiuole esaurite venivano
ricoperte di pacciame. Lunghe piogge livellavano e spazzavano tutto. I
fiori che sbocciavano erano rossi o gialli, vivide macchie di colore
sulla pacciamatura, e nel bosco c’erano alcune enormi rose bianche che
si aprivano tardi e vivevano un solo giorno di immoto splendore.

Forse a causa della pioggia, la nonna aveva dolori alle gambe e
non poteva andarsene in giro per l’isola come avrebbe voluto. Ma ogni
giorno faceva una breve passeggiata prima del buio e metteva in ordine
la terra, ripulendola di tutto quanto avesse a che vedere con gli
esseri umani. Raccoglieva chiodi e pezzetti di carta o di stoffa o di
plastica, schegge di legno macchiate di olio bruciato e coperchi di
barattoli vari. Poi andava alla spiaggia e bruciava il bruciabile, e
dentro di sé sentiva che l’isola diventava sempre più pulita e sempre
più sconosciuta e lontana. Si scrolla di dosso la nostra presenza,
pensava. Presto sarà disabitata. O quasi.
Le notti si facevano sempre più lunghe e buie. Lungo la linea
dell’orizzonte correva una catena spezzata di luci, a volte grosse
imbarcazioni transitavano rumorose lungo la rotta navigabile. Il mare
era immobile, perfettamente calmo.

Quando la terra fu ripulita, il babbo di Sofia dipinse con il
minio tutte le chiavarde e impregnò il legno della veranda con grasso
di foca, approfittando di una giornata calda e non piovosa. Ingrassò
gli attrezzi e i cardini con il Caramba e ripulì il camino dalla
fuliggine. Mise le reti al coperto. Poi accatastò della legna contro la
parete vicino alla stufa per la primavera successiva e per i naufraghi,
e legò la legnaia con funi, perché era vicina al livello della marea.

La nonna era preoccupata per un sacco di motivi. Supponete,
diceva, che sbarchino qui, lo fanno sempre. Non possono sapere che il
sale grosso è in cantina, e la botola può essersi gonfiata per l’
umidità. Dobbiamo portare su il sale, e metterci l’etichetta, così non
lo prendono per lo zucchero. E dobbiamo appendere in giro qualche altro
paio di calzoni, avere i calzoni bagnati è la cosa peggiore che possa
capitare. E se poi appendono le loro reti sopra le aiuole e calpestano
tutto? Con le radici non si può mai sapere. Più tardi divenne inquieta
per via del camino, e appese un cartello: Non tirare la serranda. Può
arrugginire e bloccarsi. Se la stufa non tira, può darsi che ci sia un
nido di uccelli nel camino, questo in primavera ovviamente.
Ma allora ci siamo già qui noi, obbiettò il babbo di Sofia.
Con gli uccelli non si sa mai, rispose la nonna. Tolse le tende
con una settimana di anticipo e coprì le finestre che davano a nord e a
est con un lenzuolo di carta. Poi scrisse sopra: Non toglietelo,
altrimenti gli uccelli rischiano di volare attraverso la casa. Usate
pure tutto ma portate magari dentro dell’altra legna, gli attrezzi sono
sotto il bancone da falegname, cordiali saluti.

Perché hai tanta fretta? Domandò Sofia, e la nonna rispose che è
bene fare le cose quando si sa esattamente quel che c’è da fare. Mise
in evidenza le sigarette per gli ospiti e anche qualche candela, in
caso la lampada non funzionasse e nascose il barometro, il sacco a pelo
e la scatola delle conchiglie sotto il letto. Più tardi tirò fuori di
nuovo il barometro. La statuetta non veniva mai nascosta. La nonna
sapeva che nessuno capisce la scultura, e tuttavia pensava che li si
potesse educare un po’. Lasciarono anche i tappeti dove stavano perché
la casa non avesse un aspetto troppo inospitale durante l’inverno.

La stanza assunse un aspetto diverso solo a causa delle due
finestre coperte, che le conferivano un’atmosfera di segreta
cospirazione e una cert’aria di abbandono.
La nonna lucidò le maniglie delle porte e pulì perfettamente il
secchio dell’acqua sporca. Poi si sentì stanca e si ritirò nella stanza
degli ospiti. Verso l’autunno questa non offriva molto spazio, perché
vi si radunavano tutte le cose che attendevano la primavera o che non
servivano più. Come potrò lasciare questa stanza, pensava.

Non era facile entrarvi e spogliarsi e aprire la finestra per la
ventilazione notturna, e finalmente poter stendere le gambe sul letto.
Spense la luce e sentì che anche loro si erano coricati dall’altra
parte della parete. C’era odore di catrame e di lana bagnata e forse
anche un po’ di trementina, e il mare era assolutamente silenzioso.
Quando si svegliò, la nonna restò a lungo distesa a riflettere se
uscire oppure no. Aveva la sensazione che la notte premesse contro le
pareti e fosse fuori in attesa, e poi le gambe le dolevano.
Gettò le gambe oltre il bordo del letto e aspettò un attimo, poi
andò a tastoni per quattro passi fino alla porta e aprì il saliscendi.
La notte era nera e non più così calda, c’era anzi un freddo gradevole
e pungente. Con grande lentezza al nonna scese le scale, voltò le
spalle alla casa e abbandonò la presa sulla ringhiera. Non era poi così
buio come aveva creduto. Quando si accovacciò sullo spiazzo della
legna, sapeva esattamente dove si trovava e dov’erano la casa, il mare,
il bosco. Lontano lontano si udiva il borbottio di un’imbarcazione, ma
i fanali non si vedevano.

Il lento battito del motore passò davanti all’isola e proseguì
verso il largo, e continuò a pulsare sempre più lontano senza spegnersi
mai.
Che sciocchezza, disse la nonna. E’ il battito del mio cuore,
semplicemente, non una barca da pesca. Rimase a lungo a riflettere se
andarsi a sdraiare oppure rimanere lì,
forse rimanere ancora un momento.»

Da Tove Jansson, “Il libro dell’estate”, Iberborea, Milano 1989, pp.
155-160.
Giancarlo Galassi :G

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GUNNAR ASPLUND IN ORDINE SPARSO … post 3 …

La sto tirando lunga sopra sotto intorno perché non è facile entrare
con voi in questa casa rimasta chiusa dopo un così lungo inverno,
costruita per sé da un architetto cui hanno dedicato parole piene di
ammirazione sia Bruno Zevi che Saverio Muratori ciascuno interpretando
secondo il proprio paradigma la sua organicità. E non è stato facile
nemmeno trovarla.

Michele Capobianco [1959] e Gabriele Milelli [1983] la danno per
costruita a Stennäs, cioè sulle rive di un lago da tutta un’altra
regione. Zevi [1949 e ancora nel 2000] la colloca in una Stennäs,
frazione di Sorunga nei pressi di Stoccolma e allora tocca pensare la
scomposizione quadridimensionale di un intero lago della Svezia
centrale per traslarlo nello spazio fino a sovrapporsi alla costa del
Baltico, ma forse non siamo troppo lontani da quanto aveva
effettivamente immaginato la famiglia Asplund chiamando la propria casa
con quel nome.

Villa Stennäs invece è a Lisö vicino Hästnäsviken e mi ci sono
arrivato solo grazie alla guida delle architetture di Stoccolma di Olof
Ultin [1998], precisamente a latitudine 58° 55.147’N e longitudine 17°
46.133’E. E appena la trovo con l’occhio di dioogle mi rendo conto che,
bollito dalla lettura di case in area mediterranea, ingannato dalla
planimetria di Asplund che orienta il disegno non con il nord in alto
secondo il cielo ma badando alle preesistenze in sito, ho interpreto in
modo del tutto errato la giacitura della casa che è in realtà ruotata
di un quarto di giro rispetto alla descrizione dell’altra volta. Cambia
poco ma dovevo arrivarci che il sole è poco decisivo nell’orientamento
delle abitazioni in Svezia non essendo mai più alto di 54° in estate
(in Italia 68), non quanto invece lo è la difesa dal vento che soffia
continuamente, che quando diviene tempesta abbatte gli alberi e arriva
a meritarsi un nome come i cicloni, Gudrun nel 2005, Per nel 2007,
Berit e Dagmar nel 2011, Emil quest’anno.

E poi… come capire il genius loci vero, che poi forse è ciò che
conta, nella relazione “paesaggio ambiente architettura” per dirla alla
Christian Norberg-Schulz (grazie Arteniesi)? Per questo nel prossimo
post la tiro lunga ancora un po’ trascrivendovi un brano tratto da “Il
libro dell’Estate” di Tove Jansson (Iperborea, 1989), un’autrice
finlandese di madrelingua svedese, quello proprio della fine
dell’estate quando la piccola Sofia con la sua famiglia deve tornare in
città dopo le vacanze. La nonna e il babbo chiudono la casa e la
preparano ad affrontare l’inverno senza dimenticare però eventuali e
imprevisti ospiti. Forse architetti italiani, che possono intrufolarsi,
non invitati, ad abitarla fuori stagione, soprattutto in una nuova
stagione se nuove stagioni sono ancora possibili.

G.G.

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AVANGUARDIE … O? … …

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BELLO IMPOSSIBILE …

a che serve? …

zitto stronzo …

questa è l’ARCHITETTURA …

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