SOLO ESAMI … MAI ARCHITETTURA …

“Però Petreschi tutti i torti non ce l’ha…a professo’ aiuto!qua gli studenti parlano solo di esami e mai di architettura. Piccoli Burocrati crescono… dio ci scampi.
Un saluto combattivo e irriverente.

Luther Blissett

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“Questo si che è un mattone!” …

“Buongiorno
commento con allegato:
questo si che è un mattone! (non quello finto del post in oggetto)
si tratta di mattone “paramano” piemontese
con vaschetta per ridurre al minimo il commento di malta visibile (che si riduce in questo modo a soli 2-3 mm)
molto usato a inizio secolo (a Torino soprattutto in case neogotiche).
In questa foto è usato come parapetto,
ma è solo per far vedere la vaschetta.
Saluti
Massimo, Torino

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E QUESTO SAREBBE ER MATTONE …

Marco Petreschi …

 “Forma alla Memoria” …

Pino … cor telefonino …

ner cantiere de …

‘sto’ Sansebbastiano …

‘nartro martire …

de l’architettura …

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MAGIA DELLE FIABE …

ELDORADO commented on PER UN’ERMENEUTICA DELLA NUVOLA …

Fiabe, fischi e nuvole

“Aspetta aspetta aspetta… che a me questo post di Galax è piaciuto apparecchio e mi ha acciso in testa un certo non so chi … fatico un po’ ma ci sto: è bella quest’erme-nautica della Nuvola quale libertà di sognare un mondo-altro-non-so-come che i ragazzi di …. che … però …
Si, proprio così: ho un amico che si chiama Ulisse. E’ un uomo dell’industria. Ha avuto nel passato grandi responsabilità a Pomigliano d’arco, all’Alfa, prima della Fiat di Marchionne. Se ne è andato da non molto sbattendo la porta. E’ “scivolato” così verso la anticipata pensione. Attiva però.
Infatti scrive fiabe. Ogni tanto me ne manda una. Quella di oggi inizia così, galaxica:
“In un giorno di festa, festa della Repubblica, 2 giugno scorso, alcuni bambini curiosavano coi genitori in un mercatino di vecchie cose. Tra i molti oggetti esposti c’era anche un canestro impolverato e coperto da giornali ingialliti dal tempo.
Incuriositi, i ragazzi sollevarono i giornali e notarono delle piccole figure che correvano a nascondersi sotto le pagine vecchie stampate. Ancora più strano era che, mentre cambiavano di posto scoperte e spaventate, queste figurine emettevano un leggerissimo suono. La curiosità cresceva. Uno dei ragazzini decise così di togliere via tutti i giornali.
A questo punto le strane forme si riunirono, tenendosi per mano per infondersi coraggio e, insieme, fecero capire agli estranei scopritori che dovevano smetterla di rovistare. Rassicuratesi, uno di loro raccontò poi con un filo di voce di essere il capo famiglia di un gruppo di fischi in pensione. Ed erano per questo molto tristi: non fischiavano più, non avevano più fiato. Erano fischi sfiatati ….”
Opero un grande taglio e salto più avanti, a quando: “… i bimbi presero il canestro con il loro contenuto sfiatati e seguirono dei merli canterini nel bosco. Decisero poi di fermarsi in una vallata giulia e giuliva molto bella. Era ampia, silenziosa, colorata: invitava a giocare, a fantasticare, ad ascoltare ed essere ascoltati. I fischi del canestro ripresero coraggio e ritornarono così allegri e desiderosi di farsi sentire, si misero a fischiare ognuno a modo proprio rallegrando i bambini i quali, con il naso all’insù, li ascoltavano e tentavano di imitarli.
Le nuvole del cielo, divertite dalle evoluzioni dei merli e dall’esibizione dei fischi, chiesero di partecipare a quel fantastico gioco offrendo la propria capacità di trasformarsi nelle forme volute. Tutti insieme, allora, pensarono di utilizzarle a volte come sculture, altre volte come uno schermo per riprodurre le immagini suggerite dai fischi ri-fiatati. Ai bambini che seguivano con stupore e ammirazione, fu assegnato il compito di dare il via al quel momento di magia.
Un merlo prese dal cesto il fischio maggiore, il capo famiglia, e lo fece volare in alto nel cielo. Era il fischio dei treni dei padroni del vapore. Conservava ancora un portamento risoluto e un aspetto gagliardo e industriale anche se con tante rughe dovute all’età.
Mentre faceva sentire la sua voce robusta, una nuvola si trasformò in un trenino che correva e sbuffava da un posto all’altro, affrontava salite e discese con allegria e sicurezza, era guidato da un macchinista sporco di fuliggine, sorridente e contento del suo lavoro. Ad ogni curva il fischio soffiava e dal treno a vapore usciva un’altra nuvola che si aggiungeva alle altre.
Poi fu la volta dei fischi dei carrettieri …. e così una nuvola prese l’aspetto di una vecchia carretta che procedeva in mezzo alla campagna, fino al paese dei balocchi …. Venne poi il turno del fischio del capraio … che fischiò con forza, mentre su una nuvola si vedevano immagini di capre e pecore al pascolo sui fianchi di una montagna incantata . . .”
Vabbè poi continua… salto, taglio ancora, mi aspetta il panino e la birra …. e il caffè.
Così termina la fiaba di oggi del mio amico Ulisse: “I bambini nascosero il canestro con dentro i fischi rinnovati e rallegrati in una grotta ben protetta, salutarono con simpatia i loro amici merli e si avviarono fischiettando verso casa. La mamma aprì loro la porta … anche se non aveva udito suonare il campanello.” Magia della fiaba, mulino bianco, luna rossa.
Bella no? A me pioce.”

Saluti,

Eldorado

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UN ARCHITETTO COI BAFFI …

Da Cristiano Cossu: …

“E’ lui o non è lui?

 Giuseppe PasqualiIntervistaEuropaconcorsi

In ogni caso, dice cose sensate.
saluti!
c

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IL NONNO DI EISENMAN …

“Grazie per la disponibilità di ieri e per aver pubblicato il link al mio post.

Approfitto ancora della sua disponibilità stavolta per chiederle spiegazioni sulla finestra di cui le linko la foto. Che lei sappia, all’epoca, era una pratica usuale? la motivazione di quella rotazione quale potrebbe essere? l’allineamento con qualche rampa o scala interna?
Di nuovo saluti.”

Nicodemo Dell’Aquila

ILNONNODI_EISENMAN_ERADIPIETRASANTA

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Beati i puri di cuore perché vedranno dio … Post 2 …

«Sappiamo tuttavia che l’architettura dorica è una interpretazione
illogica ed estetica, eseguita in pietra di una struttura in legno
inizialmente logica e comprensibile. Conosciamo, più per intuizione che
per esperienza, che una forma naturalmente estetica nell’architettura
rappresentativa è stata inizialmente suggerita dalla risoluzione di una
necessità tecnica o funzionale.

Ma i rapporti tra l’ultimo anello della catena e quello iniziale
spesso ci sfuggono perché crediamo morte e disperse nella preistoria
quelle testimonianze edilizie intermedie che han servito da lievito
alla rappresentazione aulica. Pur conoscendo che la sopravvivenza di
una forma è più forte della sua stessa ragione pratica, e che una
abitudine formale, originata da un bisogno ben circostanziato e
ripetuto, diventa abitudine estetica o gergo decorativo o inerzia
tradizionale quando è cessato lo stimolo di quel bisogno, la
maggioranza si rifiuta di sottoporre l’architettura stilistica a questa
indagine».

Giuseppe Pagano Pogatschnig

Pagano mette all’angolo lo Stile e lo fa con il primo, il Dorico,
cioè l’architettura agli esordi della ‘rappresentazione’ di se stessa,
del suo bisogno di mostrare in modo astratto che ‘costruire’ è il rito
di montare elementi uno sull’altro Un’astrazione stilistica che subito
si scontra con la non astratta risoluzione dei nodi come quello
angolari con gli inevitabili ‘rimedi’ della contrazione/dilatazione
degli intercolumni o delle metope.

Usa poi una definizione: «architettura rappresentativa», intendendo l’
architettura dei templi distinta da quelle delle case, ma forse
intenzionato a sottolineare anche la possibilità di  un altro modo, non
rappresentativo, di poter pensare l’architettura, un’architettura solo
tecnica e necessità. Un muro sostiene e chiude non esprime ‘murarietà’,
così una fila di colonne sostiene ma non chiude, non è un ‘muro
scavato’ alla Alberti, non è una ‘scultura’ alla Zevi e nemmeno chissà
cosa per l’architetto di turno.

Giancarlo Galassi :G

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DALLA MONNEZZA … ALLA PALAZZA …

Da Isabella Guarini:

“Caro  prof. Muratore,
mi arrivano allarmanti notizie dai network sull’assalto alla Villa Adriana, tra discarica e cemento. Il video che allego spiega la questione che bisogna  divulgare e commentare per sostenere le ragioni della salvaguardia della Villa Adriana e del suo conteso  paesaggistico territoriale.
A presto,”

Isabella Guarini

Il sito di Villa Adriana minacciato da una speculazione ediliziaVideo

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PER UN’ERMENEUTICA DELLA NUVOLA …

Giancarlo Galassi :G commented on “Scrivere il proprio nome sull’acqua” …

“Aspetta aspetta aspetta… che a me questo post è piaciuto parecchio e mi ha acceso in testa più lampadine neanche fossi un flipper in tilt, cioè acceso ma senza alcuna possibilità di muovere i flipper appunto, il che mi identifica come il tipico prodotto della polluzione di architettura in Italia.

Ci sto. Mi convince perché è bella, quest’ermeneutica della Nuvola come esemplare realizzazione di quei sogni di liberazione o meglio di quella libertà di sognare un mondo-altro-non-so-come che i ragazzi di Valle Giulia pretendevano per loro stessi, dopo che i loro genitori con il boom economico avevano realizzato il loro riempiendolo di lavatrici, autostrade e seicento.

Però in modo analogo lo stesso concetto era stato espresso per il Beauburg dove un sogno futuribile alla Yona Friedman (o forse proprio quello senza chiedere il permesso a Yona) è stato realizzato da Piano e Rogers nel centro di Parigi e in tanti proprio a valle Giulia non gliel’hanno ancora perdonato nonostante l’insuperato successo di pubblico.

Io però, anche perché ha segnato profondamente la mia storia personale (anche per colpa di Muratore che mi ci spedì a studiarlo), conosco a memoria il sogno di Giovanni Michelucci per il Santuario di S.Marino del 1966, una chiesa realizzata con un interno multifunzionale, così che quando non si celebra la messa si può in ogni suo angolo fare altro, dal lavoro alla scuola. La chiesa ideale per Don Milani, costruita nell’anno stesso in cui moriva, la versione in calcestruzzo di Lettera a una Professoressa. Un pezzo di mondo nuovo, laico nel sacro.

Metti in ordine cronologico questi tre sogni di architettura e ti rendi conto che l’architettura è diventata via via nel tempo solo immagine e che in verità il sogno per un nuovo mondo si è dissolto come uno scarabocchio nel vapore sul vetro, non interessa più nessuno veramente. In ultimo, cioè oggi, c’è la visione di Fuksas che disegna nuvole da vecchio come se fosse il ragazzo di allora. Agli spettatori piacciono le sue nuvole e gliele fanno costruire, così come se la spassano a riempire le multisale per i film dei supereroi in 3D che, non so se si nota, hanno lo stesso budget di un architettura di archistar. Come riempire il tempo altrimenti? Andiamo a fare ooohh all’EUR!

Qualcuno nel ’68 (ma già dal ’63) a Valle Giulia (ma anche a Milano) aveva colto questa piega disperata verso il superfluo, verso l’entertainment che investiva la società tutta e allora aveva scelto di opporsi resistendo (Pasolini aveva capito che il disastro era compiuto e irreparabile e poteva solo essere testimoniato), una resistenza che pretendeva di ricostruire la tradizione con la logica del moderno per quanto i risultati potessero essere aridi. A essere obiettivi fino in fondo si tratta di una scelta paradossale per petizione di principio: come ricostruire qualcosa utilizzando gli strumenti che l’hanno distrutta? In questo paradosso – spes contra spem – si muove coscientemente il mio (scarso per fortuna vostra) lavoro di architetto.

Tornando a valle Giulia: a conti fatti non restava che la P38 per cambiare il mondo.
Oppure arrendersi definitivamente al suo vuoto, alla suo essere sepolcro imbiancato (altro che nuvola) e sparare bordate di putrelle aggrovigliate e rivestimento tessile.

Quindi caro 43 quando parli di perdita e resa e rimpiangi il tuo disegnino sul parabrezza valuta bene se la tua scelta di allora fu davvero la meno coraggiosa.

:G

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“Scrivere il proprio nome sull’acqua” …

sergio 43 commented on Massimiliano Fuksas nel 1968 … 2’28”: «Dare lo stimolo!» …

“Ma sai, Pasquale, che forse è vero che quel sogno di una nuvola ingabbiata potrebbe essere nato già allora? E non per sua colpa ma “perchè ci disegnavano così”, come dice Jessica Rabbit, e a noi così ci capitava a volte di disegnare. A me e a chissà quanti altri è capitato, pretentendosi allora che fossimo tanti piccoli poeti visionari più che dei pratici architetti, di “scrivere il proprio nome sull’acqua”. A me capitò quando, seduto nel tram che mi portava a Valle Giulia, disperato perchè non riuscivo a risolvere il tema del Corso di Composizione di quell’anno: “La città lineare”, cominciai a tracciare con l’unghia sul vetro appannato delle forme che si ispiravano vagamente al progetto di Kenzo Tange per la Baia di Tokio. Quando scesi davanti la Facoltà mi ero arrreso e mi iscrissi a un altro Corso. Tanti anni dopo mi sono rivisto e ho compreso il moto creativo di Fuksas quando, in un famoso spot, il Nostro fissa la sua intuizione sul parabrezza della sua auto (senza neanche andare a sbattere, poi!) disegnando con il dito il profilo di una nuvola alta nel cielo davanti a lui, ingabbiandola in un rettangolo, nella “tecona” insomma! Nessun confronto irrispettoso e presuntuoso con il il più famoso prodotto della nostra Scuola di allora ma solo l’immagine di due dita che si muovono nell’aria, un dito che non volle credere a dei sogni e li abbandonò, l’altro che, dopo tanti anni, aveva ancora fiducia nella propria capacità espressiva. Quali siano o come possano essere interpretati i suoi sogni, “tanto di cappello!”
P.S
Per ricordare, oltre agli elaborati dello “Studio Asse” che il Prof. ha riproposto in questi giorni, quanto si potesse essere visionari allora sul tema della città, ho allungato la mano e ho ripreso il catalogo “Roma interrotta” di cui ricordo il Parterre du Roi:
Prefazione:
Giulio Carlo Argan – Christian Norberg-Schulz
Autori:
Piero Sartogo
Costantino Dardi
Antoine Grumbach
James Stirling
Paolo Portoghesi
Romaldo Giurgola
Roberto Venturi
Colin Rowe
Michael Graves
Leon Krier
Aldo Rossi
Robert Krier

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