
MAURO commented on UN GRANDE ARTISTA E UN GRANDE DECORATORE …
“Se un architetto giudica un “non architetto”, conosce l’architettura?
Mi permetta architetto Mazzola, ma la sua analisi delle opere scarpiane dimostra che lei non conoscere nulla, o quasi, del Maestro… lei ha visitato distrattamente le architetture che cita; ha letto sommariamente 4 notizie su Scarpa…. un’analisi del genere, la può riportare uno studente che aveva come compagno di banco Belsito, mentre frequentava l’università…….mi permetta lo scherzo, ovvia!!
Io la stimo, senza ironia, per la sua etica professionale, per la passione e la competenza che mette nello scrivere i suoi sempre interessanti interventi. Ma, un architetto non può scrivere tale e tante ovvietà, nel caso mi verrebbe da dire: il Prof. Mazzola, dimentica i fondamenti della storia dell’architettura, pur essendo un architetto…..?
L’aspetto da focalizzare, a mio parere, è questo: Scarpa va analizzato dal punto di vista della Composizione, o meglio della Retorica alla Barthes, cioè – avrebbe detto Aristotele, pensa che cippa mi tocca di scomodare – di una Retorica come arte che cerca di estrarre (dall’architettura) il grado di composizione che essa possiede. Diversamente, la “lettura” dell’opra di un architetto (architetto con o senza titolo, direbbe lei) si traduce nel “mi piace”, oppure, nelle caviglie dei visitatori che sbattono contro gli stuzzicadenti…….Banalità, appunto! Scarpa era, è mi verrebbe da dire, un grande compositore-disegnatore in quanto i suoi disegni erano, innanzitutto, “pensati” come continue variazioni su un medesimo tema spaziale. Qundi, non solo dettagli disegnati, ridisegnati e disegnati mille volte per arrivare alla perfetta realizzazione-controllo dell’esecuzione dell’opera; ma, piuttosto, infinite variazioni della medesima idea di spazio. La forma cambia, finisce per essere molto diversa, nel processo progettuale-compositivo, dalla forma iniziale, ma l’idea di spazio rimane inalterata (avrebbe notato Kahn, altro maestro del variare). Lei cita Castelvecchio a Verona: lì Scarpa reinterpreta il tema del muro, inserendosi all’interno di una tradizione “classica”, dove è la posizione di Cangrande che dà un senso allo spazio che si genera da un muro. E’ poi quello spazio che si articola nelle splendide sale espositive, perchè è da quel muro, parte della Storia della città murata di Verona (vede la tradizione dov’è) che si “genera” l’idea espositiva del riassetto degli spazi miseali a seguito dell’intervento scarpiano. Questo dovrebbe fare un Architetto, progettare spazi con dei muri, in questo caso i muri “della storia”. Il giardino di Catelvecchio, quello che Lei, con una banalità che tradisce “non conoscenza”, definisce discarica, è una splendida – per chi ha gli strumenti per comprenderla (che poi sono gli strumenti della Composizione) – rivisitazione dello spazio della “corte” o del cortile che dir si voglia, con muri posti davanti ad altri muri, reiventando lo spazio dei cortili articolati attorno ad una corte, spazi che vanno, e qui Scarpa dimostra ancora una volta grande capacità di reinventare la storia di un luogo, dalle corti interne dei palazzi trecenteschi, alle corti rinascimentali che rmadano ai palazzi vicentini di Palladio, fino ai giardini all’italiana…appunto il giardino di Castelvecchio. Quei muri davanti ad altri muri, diventano meravigliose “stanze di luce” in un continuo rimando tra interno ed esterno, come il muro del giardino del palazzo di Pienza che si apre in finestrature verso il paesaggio. Stanze di luce? Lei cita la gipsoteca canoviana di Possagno, ma c’è mai andato? Con gli occhi del Compositore, intendo. Ancora il tema del muro che avanza e unisce l’interno all’esterno; quella stanza con gli angoli “rotti” dalla luce agli spigoli sono una tale idea di spazio che l’intera facoltà di architettura di Firenze, dove una grande Insegnante che Scarpa chiamava l’Etrusco, non è mai stata capace di arrivare ad insegnarmi. Ancora una notazione: il cimitero a Brion…ci faccia un giro, ci ritorni più volte e scoprirà la grandezza di un Architetto che ha reiventato il tema della Storia, dando un senso alla storia di quel luogo. Luogo della vita, prima che della morte, dove i Propilei ricordano la Grecia, così come i cipressi verticali, ponte ideale tra l’acqua (lontana e vicina di Venezia) e il cielo, mi ricordano i frammenti del sito archelogico di Delfi. Perchè l’architettura di Scarpa è fatta di frammenti che riconducono all’unità del tutto, albertianamente parlando. L’arcosolium è la memoria delle tombe etrusche e quel recinto, con l’ivenzione di quel muro rovesciato, ci fa tornare in mente che i grandi architetti, da Villa Adriana al Salk di Kahn, hanno sempre progettato per recinti. Non me ne voglia, ma la sua banalizzazione di Scarpa mi ha fatto sorridere e pensare che se gli Architetti sono capaci di ridurre le cose così, allora preferisco che lei consideri Scarpa un “non” architetto.
Saluti
MAURO