I MAL DI PANCIA DELL’IDEOLOGIA
Una storia di architettura: c’era una volta la Cattedrale di Capua costruita dal vescovo Landolfo nell’856 ma fondata inevitabilmente su preesistenze più antiche recuperate in parte come materiali da costruzione. Completata nell’XI secolo. Ampliata nel XV a cui risale il quadriportico antistante. Ristrutturata nel ‘700 in stile barocco. Rifatta cento anni dopo in stile neoclassico da Federico Travaglini (1814-1893). (Vi sta venendo l’ansia, eh?!) Rasa al suolo per il 75% nel bombardamento di Capua del 1943 viene ricostruita nel 1957 da Giulio Pediconi (1906-1999) e Mario Paniconi (1904-1973) in stile moderno e nei limiti vincolanti delle ristrettezze economiche del dopoguerra. Paniconi e Pediconi si inventano una filigrana romanica per un elegante tardo decò. Particolarmente inquietante il grande rosone della facciata che, insieme alle nuove finestre sui fianchi della navata, stravolge tutta l’illuminazione della chiesa, è arrivata l’illuminismo della modernità. Soprattutto, anzi, in fondo, è straordinario il disturbante profilo policentrico del nuovo arco trionfale, una sagoma che decide poi dello spazio costolato del presbiterio.
Finale: negli anni ’90, vescovo Luigi Diligenza e regnante in soprintendenza Gian Marco Jacobitti (il nome del progettista non l’ho trovato), imperante la nuova ideologia del restauro alla Paolo Marconi secondo la quale tutto si può ricostruire in architettura documenti alla mano, viene ripristinata la volta neoclassica, chiuse finestre, ridotto il rosone a rosino e inventata (sicuramente usando una stampa antica) una facciata neoromanica in intonaco sul quadriportico. All’interno un nuovo doveracomera arco trionfale a tutto sesto si sovrappone a quello pseudoparabolico di Paniconi & Pediconi (considerati forse per i buffi superlativi alla Circo Togni alla stregua di un Clown Bianco e di un Augusto dell’architettura).
Morale triste, solitaria e anche un po’ presuntuosa che se no, non c’è sugo: se c’è una cosa che Bruno Zevi ci ha insegnato è la libertà delle ideologie in architettura (lo ha predicato così fanaticamente che è arrivato al limite di fondare un’ ideologia zeviana del moderno ma è difficile essere zeviani se lo si è studiato abbastanza – e basta la sufficienza! – da capire la necessità di essere fondamentalmente antizeviani). L’ideologia è l’arte di non pensare. E’ rimettersi a schemi preparati da altri. Accomodarsi in una griglia di pensate affidabili, condivise, criticamente tranquillizzanti, imparate in accademia. E se un’ideologia è scusabile se sei un architetto romanico o rinascimentale o barocco o neoclassico (tu chiamala se vuoi: tradizione) o anche moderno (tu chiamala se vuoi: antitradizione) non lo è certamente se hai studiato da progettista contemporaneo. Precisiamo: se hai studiato! perché si può diventare vescovi o soprintendenti senza farlo.
Giancarlo :G Galassi
Bibliografia minima: L’Architettura Cronache e Storia n.34, 1958; A. Muntoni, Lo studio Paníconi-Pediconi 1934-1984, Roma 1987, pp.102 sgg. Immagini: cittadicapua.it; tripadvisor.it; prolococapua.wix.com; capuaonline.it e altri siti che non ho segnato (pietà!).






















