Il sogno del pirata …

SOGNO PIRATA copia

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L’Italia … nel sacco …

nelsacco

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Basta una DIA … per distruggere un’architettura …

LAFUENTE ESSO 1

Clara Lafuente ci invia questa segnalazione relativa agli interventi attualmente in corso sugli edifici alla Magliana: …
“L’edificio della ESSO alla Magliana è stato costruito nel 1978 e progettato dall’arch. Julio Lafuente e dall’ing. Gaetano Rebecchini.
Di grande impatto visivo è posto lungo l’autostrada Roma-Fiumicino, frutto di un incontro fra la scelta di una immagine spettacolare per il fugace osservatore che percorre l’autostrada e di una soluzione tecnica strutturale che riguarda le fondazioni a pali sul difficile terreno vicino all’argine del Tevere.
La facciata è disegnata da fasce di elementi metallici bruniti e da finestre a nastro di colore scuro cui si sovrappone la raggiera chiara della struttura messa in evidenza .
I tre ventagli concepiti come un unico corpo sono anche una soluzione tecnica che permette di concentrare le fondazioni in tre soli punti,  rimandando alle immagini delle grandi strutture portanti dell’ingegneria civile.
L’ Edificio è stato acquistato dalla società “Nova Fuente srl.” che sta eseguendo lavori di ristrutturazione per un importo previsto di duemilionisettecentomila euro che prevedono il frazionamento in tre unità.

I lavori sono già in corso e prevedono:

La sostituzione di tutte le facciate  con un infisso a facciata continua in vetro chiaro
A sostituire le finestre a nastro e gli elementi concavi di alluminio brunito
a fasce orizzontali che formano una trama con la struttura tubolare a
vista e danno slancio  agli sbalzi laterali.

La realizzazione di due imponenti corpi scala a rampa elicoidale  collegati
Ai piani per mezzo di passarelle posizionati nei vuoti dei ventagli , è prevista la chiusura di questi vuoti.

Realizzazione  di passarelle lungo tutta la facciata posizionate davanti  alla struttura a ventagli.

Chiusura per mezzo di frangisole delle scale di emergenza laterali andando a modificare la sagoma dell’edificio.
Smantellamento della facciata a disegno del corpo basso della mensa e
Posizionamento di tende elastiche fra gli elementi della struttura.

Chiusura di due rampe dei garage e modifiche del piano terra.

L’autorizzazione ai lavori è una semplice DIA n.16810 del 10.3.08 a firma
dell’arch. Isabelle Magda Rizk  nonostante l’Edificio sia inserito nella
“Carta per la qualità” del P.R.G.”.
C.L.

…

speriamo che qualcuno …

al Ministero …

alla Regione …

al Comune …

all’Ordine …

si faccia carico della cosa …

prima che sia troppo tardi …

LAFUENTE ESSO 2

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Dopo lo stage … con speranza …

Francesco Ciccarelli di ritorno da un recente stage parigino ci invia queste sue considerazioni scritte “molto spensieratamente” sulla sua esperienza internazionale … pur concludendo che: “un’esperienza di stage a mio avviso avrebbe valore se si stessero ultimando gli studi e si fosse pronti a lavorare e non dopo aver conseguito un titolo ed aver già avuto precedenti lavorativi”…

“Sei mesi di stage Leonardo, la Sapienza mi paga un soggiorno a Parigi presso l’agence internazionale A.S. Architecture Studio, un “premio” per aver ben impiegato il mio periodo di studio universitario con risultati soddisfacenti.
Un periodo di rottura col nostro Paese, con le frequenti diatribe sulla buona o cattiva opportunità di nuove proposte, con la critica spinta della nostra profonda cultura, per approdare nella Francia delle trasformazioni, dei cambiamenti, del pragmatismo. Non nascondo il grande disorientamento che ho avuto quando, lavorando di fianco a persone di ventiquattro nazionalità differenti, ho dovuto operare scelte rapide e concrete nei progetti a cui partecipavo. Non mi mancavano le capacità o gli strumenti che La Sapienza, le mie precedenti scuole, gli approfondimenti personali e due anni di prime esperienze lavorative mi avevano dato. Era il coraggio di approdare ad una soluzione che riflettuta esclusivamente nel tempo di realizzarla a mano sui lucidi con pennarelli indelebili veniva poi trasferita sul supporto informatico e presentata alla committenza.
Con ciò non mi permetterei mai di asserire l’inutilità di tante forme di riflessione proprie della nostra cultura che ha avuto una storia quanto mai più complessa e diversificata, nutrita degli apporti di tanti popoli e che di conseguenza difficilmente riesce a scoprire un suo linguaggio. Al contrario ho apprezzato il piano pratico dell’architettura, quella che non si scrive sui libri, ma che si realizza nei cantieri, un’architettura dove ogni figura riveste il suo ruolo professionale e si prende le sue responsabilità agendo in rapporto alle altre figure del processo produttivo. Come dire teoria e pratica costituiscono un binomio a sé stante, due binari che viaggiano parallelamente, ma che non si incontreranno mai, e come l’uno richiede gli impegni riflessivi e meditativi della coscienza umana, l’altro chiama l’agire, lo sperimentare, l’innovare.
Mi tengo stretta la mia formazione culturale perché in essa coltivo tutti i miei interessi, ma a Parigi ho avvertito forti lacune nel partecipare a quella che era l’architettura costruita, quella dei documenti scritti e firmati, dei permessi, delle riunioni costanti fra i membri dell’equipe di lavoro e le imprese appaltatrici; quella dello scegliere, ragionando sulla convenienza e sul gusto, ma senza trascinarsi in vane elucubrazioni o riferimenti teorici che fanno parte di un’altra sfera, non di certo della realtà fisica.
Devo ringraziare i miei colleghi di A.S. per avermi ricordato che l’università non è solo un luogo di riflessione, ma anche di apprendistato, e questo lo asserisco in riferimento alla qualifica di stage che l’ordinamento francese fornisce, ossia di una figura che si affaccia alla conclusione dei suoi studi, al di là della quale si sentirà direttamente proiettata nella realtà lavorativa.
Lo stage Leonardo se offre un diverso ambiente di lavoro, credo che sia significativo principalmente per il contesto socioculturale ove si collabora. Lavorare in una grande agence di architettura significa conoscere nuove persone, nuove culture, capire la differenza fra un “sentire” europeo ed uno islamico o asiatico nel mio caso specifico. Culture e storie diverse, personalità con modi di intendere e comunicare che si ritrovano unite dal linguaggio architettonico. Sul piano relazionale si impara ad ascoltare prima di parlare poiché i punti di vista, i valori e le espressioni cambiano, e se devono convivere, è proprio sul livello delle proprie responsabilità che il mutuo rispetto può realizzarsi.
Grazie Sapienza per lo stage Leonardo, grazie A.S. per l’opportunità di collaborare con voi, grazie colleghi internazionali con cui ho avuto modo di scambiare i miei apporti, per arricchirli nelle convenzioni come nella capacità di comprensione reciproca. Mi sento ora più motivato a riversare le mie capacità nella società dove credo di poter sempre arricchire la mia persona.”

F. C.

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Quel salotto del ‘40 …

Sergio Marzetti … attento, in questo caso, anche ai più intimi panorami domestici … e in attesa, come tanti di noi, del suo mitico 20% …
ci scrive: …

“Quel salotto che i miei comprarono nel 1940 quando si sposarono, quel salotto in radica, due poltrone, due pouff, un tavolino scomparso in qualche trasloco, un mobile a “L” che conteneva il tutto, salvato dalle mire di svendita delle mie sorelle, vive una seconda esistenza nella mia casetta di Torre di Palme. Adesso, leggendo l’immagine di Casa Molle, capisco perchè non mi sono mai voluto privare delle sue eleganti forme. Anche se in una veste meno lussuosa, ripete pari pari l’atmosfera, tra il Decò, il Biedermeier, il Moderno di questa foto. Nella Storia dell’Arredamento abbiamo voluto chiamare questo stile con il termine, con un pò di sufficiena e con un giudizio forse non del tutto positivo, di “modernariato”. L’unico problema é che il salotto sta in uno spazio un pò sacrificato; avrebbe bisogno di uno spazio tutto suo. Potrei risolvere il problema d’interni se avessi la possibilità di chiudere la terrazza a sud con una vetrata, cosa che non feci negli anni ‘70 per motivi economici. Adesso dovrei chiedere di nuovo la licenza al Comune ma non sono certo dell’assenso date le norme attuali, il vicinato mi invita a chiudere abusivamente la terrazza perchè “loro non faranno la spia!” Ma aborro questo modo di pensare e la terrazza é rimasta aperta e inutilizzata. Questo decreto-casa mi offre forse l’opportunità di ricostruire e rivedere un ambiente così come l’arredatore del 1940, ispirato evidentemente dall’opera del Morpurgo, aveva disegnato. Ho detto questo perchè le possibilità di ripensare, rimodulare e ridisegnare il nostro paesaggio abitativo date dal decreto non debbono essere scartate a priori per tema di abusivismi, prepotenze e corruttele che invece sono state il pane quotidiano del nostro più recente passato. Una legge, che oltre a fornire un necessario volano alla economia asfittica che stiamo vivendo, ben studiata e calibrata da un confronto dialettico che non voglia essere ostativo a prescindere, rispettosa sia delle responsabilità normative degli Enti Locali ma anche aperta alle giuste esigenze dei cittadini, non dovrebbe essere riguardata con interesse e favore soprattutto da chi, Architetti, Ingegneri, potrebbero e dovrebbero offrire tutte le loro capacità professionali alle richieste della Società Civile? O forse non abbiamo fiducia nella nostra capacità di governare la trasformazione?, Troppe volte usati, manipolati da forze economiche che, con l’acquiescenza spesso di chi doveva controllare e spesso non tenendoli in alcun cale, hanno fatto di tanta parte del nostro Territorio “carne di porco”? Ma allora chiudiamo casa e bottega di questa impotente Italia e certifichiamo l’inutilità e debolezza delle nostre categorie professionali!”

S.M.

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Se si travolgono le norme …

Riceviamo da Andrea Costa e volentieri vi giriamo:
“Cari amici,
vi mando il testo definitivo dell’appello di Italia Nostra. Assotecnici, Comitato per La Bellezza, Legambiente, Ass. R. Bianchi Bandinelli  su piano casa e altri temi. Ognuno lo diffonda come sa e come può, grazie e molti sinceri saluti”

A. C.

Se si travolgono, per giunta per decreto, le norme urbanistiche e paesaggistiche, avremo un Paese più brutto, disordinato, cementificato
 

Le Associazioni qui rappresentate hanno più volte denunciato il processo di manomissione, di cementificazione e di imbruttimento dei paesaggi italiani, pur in presenza di taluni atti (le demolizioni dell’ex Hotel Fuenti e di Punta Perotti, l’approvazione del Codice per i beni culturali e paesaggistici) che sembravano aprire una fase di rinnovata, consapevole e condivisa tutela di questo bene fondamentale. Esse rivolgono ora un pressante appello al governo, al parlamento, al presidente della Repubblica affinché il programma per l’edilizia enunciato non venga, anzitutto, approvato nella forma sbrigativa del decreto legge con cui si impone alle Camere di ratificare un provvedimento tanto complesso senza, di fatto, discuterlo. Mentre, trattandosi di principi fondamentali nella materia di governo del territorio (oggetto di legislazione concorrente di Stato e Regioni), si deve escludere che ricorra il caso straordinario di necessità ed urgenza che legittima il Governo all’assunzione di potestà legislativa. Tanto più se fossero previste modifiche peggiorative al Codice dei beni culturali e del paesaggio (in materia dunque che ha copertura nell’art. 9 della Costituzione) con la più volte annunciata esclusione della efficacia vincolante del parere rimesso alle Soprintendenze sugli interventi in aree vincolate.
Osserviamo nel merito che la semplificazione delle procedure edilizie non può  spingersi fino all’abolizione del permesso di costruire  (garanzia insopprimibile di legalità nell’edilizia) e alla sua sostituzione con una spicciativa autocertificazione del progettista, mentre agli uffici tecnici comunali sono date limitatissime facoltà di contestazione. Contro il principio costituzionale di buon andamento dell’amministrazione e in un evidente squilibrio di forze fra gli uffici comunali e chi rappresenta corposi interessi privati.
Molto rischioso, nella stessa direzione, anche l’ulteriore allargamento della già discutibile Dichiarazione Inizio Attività (DIA), nonché l’inclusione di ogni sorta di interventi fra le opere di “conservazione” e l’ammissione ai benefici della nuova legge dei Comuni ancora privi di strumenti urbanistici i quali semmai vanno, in vario modo, sollecitati a dotarsene. Mentre del tutto improponibile è la prevista assoluta liberalizzazione delle opere interrate, accessorie alla residenza, e nella elevatissima misura del 20 per cento del volume dei fabbricati esistenti, quando invece l’edificazione sotterranea esige rigorosi controlli di fattibilità e sicurezza e, specie nelle aree urbane storiche, verifiche preventive di compatibilità con la tutela archeologica. La quale va mantenuta salda e forte, in capo alle Soprintendenze e non disarticolata con continui commissariamenti (vedi Pompei, ed ora Roma, addirittura l’intera sua Provincia) per ragioni di “protezione civile” che svuotano le Soprintendenze stesse e rimandano nel mondo l’immagine di un’Italia disastrata.
La ristrutturazione e il recupero di fabbricati e la riqualificazione di interi quartieri semi-periferici e periferici precariamente edificati nell’ultimo dopoguerra possono essere attuati  soltanto con piani pubblici, attenti e rigorosi, elaborati d’intesa fra Regioni e Comuni, col controllo degli organismi della tutela. Piani i quali tengano conto non del solo mercato ma di una domanda di alloggi popolari e sociali sin qui largamente insoddisfatta, con un intervento pubblico precipitato all’1 per cento.
Tali piani di recupero possono prevedere, in sede regionale, anche premi in cubatura ma non certo nella misura preventivata del 20 per cento. Allo stesso modo un premio generalizzato pari al 10 per cento non può venire regalato indiscriminatamente a chiunque voglia aggiungere altra edilizia nelle zone agricole già tanto invase e di per sé preziose come bene primario, con l’ulteriore effetto di grave alterazione nelle tipologie delle superstiti architetture rurali di tradizione.
Il Paese ha bisogno di una legge-quadro la quale ponga le Regioni in condizione di legiferare in modo snello e insieme rigoroso, valorizzando il paesaggio, i centri storici, i parchi nazionali e regionali (minacciati invece da nuove norme a favore della caccia e a danno dell’avifauna), riqualificando le nostre periferie, potenziando il trasporto locale su rotaia, dando risposte serie ad una nuova domanda di edilizia economica e sociale anche attraverso il recupero attento del patrimonio esistente ed evitando il più possibile ogni nuovo consumo di suoli liberi, agricoli e forestali. Che si stanno infatti diffusamente impoverendo, con danni irreversibili al bene primario del paesaggio: dalla collina veneta, all’Agro Romano (dove la superficie agro-forestale è stata più che dimezzata fra il 1961 e il 2000), alla costa siciliana.

Assotecnici,
Ass. R. Bianchi Bandinelli,
Comitato per la Bellezza,
Italia Nostra,
Legambiente
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PPPalladio …

pppalladio

Palladio e la modernità
Lezione Magistrale di Paolo Portoghesi

Venerdì 3 aprile 2009 – Aula Magna ore 11.00
Facoltà di Architettura Valle Giulia

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Tipiche “vele” … palladiane …

bassanocarron

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Interni d’autore …

casamolle

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Torri … “geniali” … anche all’ombra del Vesuvio …

Isabella Guarini … a proposito di genius loci: …
“Nel 1987 vi fu una mostra di “Progetti per Napoli per celebrare il Cinquantenario della Fondazione della Facoltà d’Architettura della Federico II, cui parteciparono architetti napoletani, italiani e provenienti da varie parti del mondo. Le aree interessate dai progetti riguardavano la città storica , da est a ovest, e le aree industriali dismesse. Paolo Portoghesi interveniva sul Lungomare Caracciolo con parcheggi a Torre nello specchio d’acqua antistante l’Acquario e altre due Torri davanti al Palazzo reale e alla radice del Molo Angioino, per attività culturali e turistiche e per un museo vivente alla maniera di Patrick Geddes. Nella presentazione del progetto è scritto testualmente:
“ L’intervento più importante, dal punto di vista della trasformazione del paesaggio e del rilancio del rapporto col mare, è costituito dal progetto delle due torri: quella del faro e quella posta all’inizio del Molo San Vincenzo, La Torre del Faro che un tempo era la terminazione di uno dei moli del porto viene ricollocata sull’asse della stazione marittima. Le vedute più interessanti per questo elemento sono quelle dalla città, dalla Piazza Municipale e dal terrazzo del Castello e anche dallo sbocco di Piazza Plebiscito sulla via Cesario Console.
Le due torri sono state trattate in modo diverso, in un certo senso a riassumere i momenti salienti della storia di Napoli, con le sue due vocazioni. Una vocazione classica che si incentra su Pompei e sulle immagini della Campania felix e una vocazione barocca che ha espresso in modo congeniale le caratteristiche specifiche del Genius Loci di Napoli, che potrebbe riassumersi in due aspetti specifici; la musica e il teatro.
La Torre del Faro è intesa come rappresentazione del barocco e la Torre del Molo di San Vincenzo come una immagine classica legata alla riscoperta del dorico; entrambe ricordano Napoli come la città delle guglie, questo straordinario tipo edilizio a funzione esclusivamente visiva.”
Ma anche Adolf Loos aveva proposto un grattacielo a forma di colonna dorica per il concorso del Chicago Tribune nel 1922. Allora come la mettiamo con Napoli, la Campania felix e ora con il genius loci del Trentino
?”
I.G.

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