“Gentile prof. Muratore,
come possibile variazione su un tema già dibattuto (quello del labirinto), le segnalo questo articolo su un inedito Bontempi neoilluminista (alla maniera di Boullée)“
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La biblioteca e l’archivio sono aperti al pubblico su prenotazione in osservanza delle norme anticovid.
Contatti:
E-mail: centrostudigm@gmail.com
Tel: +39 347 1095386
Indirizzo: via Tevere, 20 – 00198 Roma
Orari: lun – ven dalle 09.00 – 15.00Classifica Articoli e Pagine
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l’idea è affascinante anche se l’immagine è in realtà un fotoinserimento di un render in un immagine…ma in fondo cos’è oggi (più di ieri) l’architettura se non un’immagine?
In realtà, un’architettura propriamente detta è sempre un’architettura dell’immagine, ma solo in quanto architettura della forma. Solo che quando la forma non è più nè Storia nè memoria, parlerei piuttosto di architettura immaginifica (che è appunto l’architettura di oggi). Anche un monumento propriamente detto, al di là delle motivazioni contingenti che ne costituiscono la ragion d’essere, è pur sempre legato al mondo delle forme. In tal senso, la sfera di Boullée è emblematica, ma non meno di quanto lo sia il labirinto, che nella sua mitologica paura non rappresenta altro che se stesso, la sua forma geometrica, così come la biblioteca di Boullée non rappresenta altro che se stessa, e quindi i suoi libri. Libri che, com’è noto, sono posti all’interno di un anfiteatro che ha sì delle dimensioni finite, ma che nella sua indefinita possibilità di accrescimento suggerisce quel senso di infinito in cui la biblioteca trova, di fatto, la sua identità. La biblioteca, infatti, è infinita pur nella sua finitezza, giacchè i suoi libri sono come le voci di un dizionario, il quale si presta ad essere consultato, ma non certo ad essere letto dalla A alla Z. Nel dare forma a tale idea (almeno sulla carta), potremmo dire che la biblioteca di Boullée, a differenza della biblioteca universale descritta da Borges, è tuttaltro che immaginifica, sebbene l’autore sia passato alla Storia come un visionario. A volte, anche un progetto non realizzato può rappresentare un’eredità con cui confrontarsi e su cui riflettere. Così è stato per il progetto del foro Bonaparte, almeno nelle intenzioni del Pinchetti, il quale lo ha inserito nella sua carta di Milano del 1801