DEMOLIAMUR RENOVABIMUS!
La scena era surreale, assurda, ma altrettanto drammaticamente vera, indimenticabile: mentre le ruspe crepitavano ricordo, come fosse accaduto ieri, di aver incrociato il fantasma di Petrolini, scacciato dalle rovine fumanti del suo teatro, inseguito come Pinocchio da energumeni , minacciosi, sgangherati, accaldati e latranti lungo la via Giolitti, le sirene, la polizia, un fracasso d’inferno, un ultimo tonfo sordo e poi più nulla, l’Ambra-Jovinelli scomparso prima di “rinascere” grottesco e sconciato, non ultimo sfregio ad una città che si voleva rinnovata per affari giubilari e elettorali insieme; poi vennero pure le catodiche Jene, unica voce ragionevole e inascoltata a rammentarne, tra tette e culi, lo scandalo e lo scempio, poi più nulla, il trionfo del “potere”, lo scorrere quotidiano degli affari teatrali e bancari. Quello che era stato lo squallido e desolato scenario di uno dei più bei film di D’Amelio diventa via via lo spazio non meno teatrale di una nuova messa in scena, della rappresentazione sciocca e rampante di un’Italietta immobile che ha scelto l’Alta Velocità e la Nuova Economia; Cavaliere, I Care, Bingo, Cina. Lungo via Giolitti già si allineavano i ruderi antichissimi e moderni di una Roma non più imperiale, né, più recentemente, littoria ricoperti di escrementi e di smog, ma oggi tutto ormai tende al nuovo, al rinnovato, al lustro e al patinato. Antichi collegi che si fanno supermarket di una sedicente cultura di massa, terme-beauty center che alludono alle palestre del nuovo benessere, stazioni dove tutto si vende fuorché ferroviarie e puntuali certezze, alberghi faraonici dove un Campari vale una cena, mercati orrendi e precocemente obsoleti, demolizioni, ricostruzioni, viabilità dai flussi contorti, frutto delle più allucinate e perverse teorie di improbabili “esperti”, l’architettura, l’urbanistica il traffico tra Sta e Smart alle prese con il più antico quartiere di Roma Capitale moderna e tutti impotenti di fronte alle domande più ovvie e ragionevoli, patrimoni straordinari, Zecca, Galilei, Fiat, Dogana, Porta Maggiore in attesa di un futuro che ci auguriamo almeno appena migliore del più recente passato. E al fondo poi, dopo il disastro della Pantanella, grottesco e patetico fantasma di una delle più straordinarie architetture industriali della città: la Sopraelevata. E’ da qualche tempo, infatti, che si è ricominciato a parlare dell’abbattimento della tangenziale, o Sopraelevata che dir si voglia, di Porta Maggiore. Quando sento parlare di “demolizione”, mi vengono i brividi; forse perché, per deformazione professionale, facendo un po’ l’archeologo del contemporaneo, ogni “traccia”, anche la più modesta e bistrattata di questa nostra erratica modernità mi parrebbe meritare un’attenzione non troppo dissimile da quella che si offre, generalmente, a reperti più antichi. Ma, si sa, è uno sport diffuso e antichissimo quello di inventare dei “mostri” per poi poter esercitare su di loro un potere perverso che porta, inesorabilmente alla loro catartica distruzione. Nel caso della città contemporanea esiste poi una speciale “paura” del nuovo, mascherata da “amore” dell’innovazione, che, con il tempo, si trasforma nella demonizzazione di qualche sua esemplare testimonianza.
“Demoliamur, renovabimus!” era lo slogan di quella “rivista internazionale di battaglia” intitolata appunto “La Demolizione” che aveva tra i suoi collaboratori tanti fautori di una delle stagioni più “moderne” e agguerrite della nostra cultura, quella del futurismo, romantico, anarchico e socialista, cui ancora oggi, a quasi un secolo di distanza, si richiamano in tanti, giovani e meno giovani, dentro e fuori del nostro paese. Non fu così un caso che anche il Mussolini picconatore facesse largo uso di quegli stessi schemi logici, simbolici e verbali che, prima ancora di costituirsi quale solida intelaiatura mercantile risultatavano frutto di un’abile, convincente e pervasiva messa in scena mediatica ove alla metafora politica faceva quindi seguito la realtà di interventi cospicui e cruenti sul corpo della città storica e della sua architettura “senza qualità. ”Tutte le mie simpatie sono, anche nel dominio dell’arte, per i novatori e per i distruttori: per i futuristi”, si leggeva quindi in calce al frontespizio del più noto volume di Alberto Sartoris, “collaudato” da Marinetti e “vistato” da Le Corbusier. Parole inquietanti e peraltro attualissime che riscopriamo spesso nelle cronache di oggi a firma di tanti nuovi epigoni di quelle squadristiche, modernistiche, “razionali” e poi littorie certezze d’antan. Oggi, è la volta della Sopraelevata, ma, in un passato non troppo remoto, sorte analoga è toccata al Vittoriano, all’Augusteo, a Ponte Sisto, al Palazzaccio, al Colosseo quadrato, a via dei Fori Imperiali, all’Ara Pacis, a Corviale, tutte opere importanti e significative dell’ultimo scorcio di millennio che, improvvisamente e per motivazioni spesso di segno opposto, a qualche bell’ingegno, come si sarebbe eufemisticamente detto un tempo, viene in mente di far sparire e che, come portroppo sappiamo, non sempre sono state in grado di resistere al pogrom degli intellettuali e dei tecnici di turno. Il caso recentissimo dell’ala Cosenza della Galleria Nazionale d’Arte Moderna ci conferma poi che la tendenza è ancora drammaticamente in atto anche, e per paradosso, addirittura nei confronti di opere “incompiute”.
Aporie della modernità, dirà qualcuno; ma chi ci restituirà Ponte Sisto, via dei Fori Imperiali, la teca dell’Ara Pacis, la cavallerizza di Viale Romania, l’ospedale del Celio, le scuderie della Peroni e quelle del Quirinale, la Meccanica Romana, i Mulini Biondi, il Consorzio Agrario, la Centrale del latte, l’Adriano, i Cinema romani dal Barberini al Corso, dall’Airone al Maestoso, l’Alfa Romeo, la stessa e già ricordata, compianta, Pantanella? Ma anche le paline segnaletiche dell’Atac, ve le ricordate, erano splendide, intelligenti, intelligibili e rispetto alle attuali, bolse e incapaci, anche un capolavoro di calligrafia storica, ma dove sono finite? E tutto per un po’ di pubblicità in più, da vendere. L’archeologia industriale sembra poi un campo dove si può fare di tutto e anche la più perversa castroneria passa per “progetto moderno”. Se si fa eccezione per la Centrale Montemartini e per il Teatro India, per il pastificio Cerere e per il lanificio Luciani, quasi tutto è restyling d’accatto, ché poi Bingo e multisale hanno fatto il resto.
Perché quindi accanirsi ancora sulla sopraelevata? Forse perché il fantasma di Fantozzi ne invoca la demolizione? Forse soltanto perché la Pantanella, non più lager di disperati, è ormai condominio, grottesco, ma di lusso? Se ne potrebbe invece fare un simbolo rinnovato dei nostri tempi, un grande segno metropolitano recuperato, magari da destinare all’arte contemporanea, lasciando finalmente perdere quel progetto inutile, faraonico e un po’ ridicolo di Zaha Hadid che, distruggendo spazi bellissimi nell’area flaminia, non costruisce altro che il MAXXI monumento di se stesso, stenta metafora proprio di quanto si vorrebbe invece e inopinatamente distruggere nell’area prenestina. Un “progetto” del genere “costerebbe” sicuramente assai meno, dell’ingenuo, mesopotamico, Bilbao romanesco, ma “significherebbe”, senz’altro, molto di più.
Ma forse aveva ragione Guillaume Apollinaire che scriveva : Est-il possibile que la nation//Qui est la mère de la civilisation//Regarde sans la défendre les effort qu’un fait pour la détruire ?
G.M. 11.03
In “SPAZIAROMA” n°. 2








Il panorama di Roma, dalla torre dei mulini della Pantanella, e’ sublime. Unico.
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