Festa della donna artigiana …

sirena

Da Eduardo Alamaro: …

“Ricorrendo l’8 marzo pongo una domanda all’Archiwatch: perché così pochi interventi di donne in questo blog, mi pare? Forse perché hanno da fare cose migliori che le maschili seghette al web? Forse perché le esclude le tematiche trattate, il taglio e la confezione e non di rado la durezza dei post, … o chissà?  Da qualche tempo è sparita (mi pare) anche la nostra amica Isolabella e me ne dispiace molto.
Meno male che ogni tanto il Muratore-capo rilancia nel web qualche pezzo d’epoca della Irene Kowaliska, raffinata artigiana da entrambi amata. Per caso proprio ieri, 8 marzo, andando alla ricerca di vecchio file nel mio archivio del computer, mi sono imbattuto in un altro file che conteneva la sbobinatura della presentazione del catalogo della mostra che la “Città della Scienza” di Napoli, allora in nuce, oggi distrutta dolosamente, dedicò a questa artista nel 1992.
L’ultimo testo –cioè l’ultima che parlò in quella occasione- è di Carla Giusti, l’architetto di Napoli che, insieme a Ugo di Pace e l’intero staff di “Futuro Remoto”, manifestazione multimediale di divulgazione scientifica, curò l’allestimento della mostra della I.K.. Particolarmente riuscita per la messa in scena volutamente “fluida”, d’acqua, amniotica, “al femminile” (peccato che non ho nemmeno una immagine disponibile da allegare, dovrei cercarle in archivio, forse qualcosa sta nel sito di Città della Scienza, non so).
Il tema di “Futuro Remoto ’92” era il mare, quello Mediterraneo in particolare. Mare nostro artGiano che tanto at­trasse la nordica sirena Irene: ella si rappresentò così, in queste vesti, ricca di squame e di simbologie proprie alla nascita ed alla ma­ternità, in un bel disegno del 1931, anno nel quale l’artista scese al Sud per rimanerci tutta la vita: una decisa scelta di campo, di atmosfere fascinose, che manterrà fino al 1991, anno della morte avvenuta a Roma, all’età di 86 anni.
Allego quindi di seguito il bel testo di Carla Giusti, quale omaggio alle donne artigiane, in questo 8 marzo 2013:
“Noi svolgiamo la  professione di architetti e quello che facciamo alla fine si vede, non ha molte teorie. Questo allestimento è frutto del nostro lavoro e di Mario di Pace, per quanto riguarda il progetto, e di tutta la equipe di “Futuro Remoto”, struttura abbastanza complessa composta da molte persone, per quanto riguarda i molteplici aspetti connessi all’organizzazione e realizzazione.

Questa mostra sintetizza quindi lo sforzo di molta gente che ha lavorato insieme in maniera integrata, e il suo input progettuale deriva dal fascino provato da noi – tutte architetti donne -verso un’altra donna, la sua storia ed i suoi oggetti: di ciò in qualche modo ci siamo innamorati.

Tutto è stato molto semplice: un giorno è venuto Fabio Donato allo studio con alcune foto che ci hanno assolutamente affascinato per la loro poeticità: erano foto di Fabio che interpretavano oggetti della Kowaliska, brocchette, quadri, stoffe, e c’erano riproduzioni di vecchie foto di questa donna.
Sul piano dei criteri espositivi l’allestimento rispecchia fedelmente l’interpretazione critica di Eduardo Alamaro, curatore della mostra: le opere infatti sono raccolte per tipologie, così come il catalogo, e quindi da una parte ci sono le ceramiche, poi le stoffe, quindi i vetri ed i ricami.
Per quanto riguarda la forma di questa esposizione, il tentativo progettuale – o se volete la nostra sofferenza – è stata quella di semplificare delle forme complesse.
Questo allestimento, che sembra così semplice ed immediato, è invece frutto di un lungo iter e di semplificazioni successive: abbiamo tolto e svuotato delle cose, abbiamo cercato di lasciare solo le forme principali, che sono come scavate in Irene e nel suo corpo/casa.
Il nostro progetto è una “cosa” nata veramente dalla lettura minuziosa di tutti questi oggetti che ora sono in mostra e che abbiamo cercato di relazionare insieme secondo un segno poetico che confermasse quello di Irene Kowaliska ma che fosse anche nostro.
All’inizio il nostro progetto era molto complicato formalmente, poi ciò non si ci è sembrato corretto perchè ci è apparso come un volersi sovrapporre al segno dell’artista, fascinoso perchè essenziale ed addirittura elementare.
Abbiamo quindi cercato di semplificare il più possibile queste nostre forme espositive in modo da farci star bene per un mese “le cose di Irene” che dovevano abitarle.
L’allestimento doveva essere ancora più semplice di quanto non appaia, quello qui realizzato: le vetrine si sono poi “sedute”, come diciamo noi scherzosamente.
Voi le vedete appoggiate a terra, invece –  auspice un artifizio tecnico – le avevamo immaginate sospese, poi per vari motivi – non ultimi quelli economici – non siamo riusciti a ottenere ciò: ancora di più tutto doveva apparire come una cosa non disegnata e spontanea, sospesa e leggera come il segno/marchio dell’uccellino dell’artista, di Irene Kowaliska.”

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