AL DI LA’ DELL’NCAZZATURA … IL SOR VITTORIO NON HA POI TUTTI I TORTI …

Sergio Brenna su: IL SOR VITTORIO S’E’ INCAZZATO …

“Non ho nessuna particolare simpatia per Gregotti e per le sue architetture (anzi lo scatolone di cemento del Teatro degli Arcimboldi a Bicocca -, progetto affidatogli “intuito personae” da Tronchetti Provera perchè suo progettista di fiducia degli edifici privati del PII – è, insieme all’Auditorium di Renzo Piano a Roma, uno di quelli che indico più spesso ai miei studenti come esempi di “architettura urbana mancata”), eppure… non mi pare che le sue critiche alle modalità di scelta del duo H&M siano del tutto infondate, anche se è legittimo criticare l’ipocrita doppia morale del loro autore. Fonti assolutamente attendibili ed informate interne alla Feltrinelli mi assicurano che la scelta dei progettisti non è dovuta ad un’ adesione consapevole alla loro visione progettuale, ma ad un incontro casuale di Carlo Feltrinelli nella hall di un albergo di Zurigo. E allora mi è venuto in mente l’escamotage che usava Giò Ponti per diffondere il suo nome nel mondo della buona e danarosa società milanese: andava al banco informazioni dell’aeroporto di Linate e chiedeva di chiamare all’altoparlante l’architetto Ponti. Forse oggi sono più efficaci le hall degli alberghi internazionali. E in ogni modo, visto che su quel “luogo irrisolto” molti avevano già sviluppato studi e proposte, perchè non promuovere un confronto, magari aperto anche ai bravi H&M, ma che coinvolgesse l’assunzione di responsabilità dell’amministrazione e dell’opinione pubblica ?. O la Fondazione Feltrinelli, con tutta la sua tradizione di cultura e responsabilità civile ed intellettuale, ritiene opportuno e giustificato che il capo possa comportarsi come un “cùmenda” alla Pirelli degli Anni Cinquanta/Sessanta?”

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perfettamente d’accordo …

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2 Responses to AL DI LA’ DELL’NCAZZATURA … IL SOR VITTORIO NON HA POI TUTTI I TORTI …

  1. stefano nicita ha detto:

    L’abitudine dell’affidamento diretto è così radicata nel nostro Paese, che secondo me l’idea di un confronto tipo concorso non viene neppure in mente. Affidare ad un anonimo sconosciuto il proprio progetto è inconcepibile. Perchè farlo poi se con un sistema più “agile” si può scegliere l’architetto più alla moda o quello che gli assicura un iter burocratico più facile? Tanto agli italiani il contemporaneo non piace comunque…

    • marta sirolo ha detto:

      E’ sufficiente bandire un concorso d’architettura per far si che l’Amministrazione, come dice Sergio Brenna, possa responsabilizzarsi? IL ” nuovo ” PRG di Roma prevede in qualche sua parte che, ricorrendo a un concorso di progettazione, il privato proponente riceva in cambio una maggiore cubatura. Non mi sembra un ” virtuosismo” anche se, per la verità, non ho notizia se qualche ” mecenate” (sic) sia ricorso mai a questa possibilità. E’ forse responsabile eccedere in cubatura e in consumo di suolo? Ora io non so se sia vera la storia di Feltrinelli j che si perde in un hotel internazionale sedotto dai due HeM. E’ solo questo il problema?.Cambiando architetto su concorso cosa cambierebbe? Basterebbe a risolvere il problema di assicurare alla comunità, ai cittadini, modalità e potere affinché l’interesse privato sulla città non venga mediato dall’Amministrazione a vantaggio esclusivo dei proponenti (come sembra invece auspicare la norma del citato piano del Veltroni)?.
      Partire, come fa il professor Brenna dalla particolare simpatia con cui si guarda agli “ scatoloni” di o alle sue classifiche di “ architetture urbane mancate” non risolve certo il problema che quel progetto pone. Mi pare che quel progetto rientri ( aldilà del proprio esito edilizio) in quella sfacciataggine ( privata/pubblica), propria alla forma del comando del mondo finanziario, che interviene, anche attraverso nuove definizioni spaziali, sulle nostre stesse vite quale unico antidoto per sopravvivere alla stessa crisi che ha provocato. Per farlo ha bisogno, infatti, di rendere tutto il territorio immediatamente produttivo; a partire dall’eliminazione di ogni spazio pubblico. E a questo punto il discorso si complica maledettamente. Come riconquistare lo spazio pubblico quale luogo del riconoscersi della medesima comunità e della decisone?

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