Cerchiamo di arrivare alla sapienza eterna …

“Al caro Ettore “mai dimentico del passato”,
la nostalgica malinconia
dei suoi bellissimi post pieni di rimpianti per la piega che la storia
ha preso,
mi hanno fatto ricordare quest’episodio proprio a Ostia
ambientato.
Che l’abbraccio fraterno di tutto il blog possa esserti di
consolazione,
Giancarlo :G

Era ormai vicino il giorno in cui ella
sarebbe uscita da questa vita, giorno che tu conoscevi mentre noi lo
ignoravamo. Per tua disposizione misteriosa e provvidenziale, avvenne
una volta che io e lei ce ne stessimo soli, appoggiati al davanzale di
una finestra che dava sul giardino interno della casa che ci ospitava,
là presso Ostia, dove noi, lontani dal frastuono della gente, dopo la
fatica del lungo viaggio, ci stavamo preparando ad imbarcarci.    

Parlavamo soli con grande dolcezza e, dimentichi del passato, ci
protendevamo verso il futuro, cercando di conoscere alla luce della
Verità presente, che sei tu, la condizione eterna dei santi, quella
vita cioè che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore
d’uomo (cfr. 1 Cor 2, 9). Ce ne stavamo con la bocca anelante verso
l’acqua che emana dalla tua sorgente, da quella sorgente di vita che si
trova presso di te.

Dicevo cose del genere, anche se non proprio in
tal modo e con queste precise parole. Tuttavia, Signore, tu sai che in
quel giorno, mentre così parlavamo e, tra una parola e l’altra, questo
mondo con tutti i suoi piaceri perdeva ai nostri occhi ogni suo
richiamo, mia madre mi disse: «Figlio, quanto a me non trovo ormai più
alcuna attrattiva per questa vita. Non so che cosa io stia a fare
ancora quaggiù e perché mi trovi qui. Questo mondo non è più oggetto di
desideri per me. C’era un solo motivo per cui desideravo rimanere
ancora un poco in questa vita: vederti cristiano cattolico, prima di
morire. Dio mi ha esaudito oltre ogni mia aspettativa, mi ha concesso
di vederti al suo servizio e affrancato dalle aspirazioni di felicità
terrene. Che sto a fare qui?».

Dalle «Confessioni» di sant’Agostino,
vescovo (Lib. 9, 10)

Questa voce è stata pubblicata in Architettura. Contrassegna il permalink.

6 Responses to Cerchiamo di arrivare alla sapienza eterna …

  1. ettore maria mazzola ha detto:

    Caro Giancarlo,
    hai colto il senso del mio petulare: “voglio restare su questa terra per vedere gli architetti nuovamente degni di questo titolo”
    Spero però che, dopo questa “confessione” di Sant’Agostino, qualche mal pensante non mi accusi di fare come quel presidente del consiglio che, parlando dei manifestanti in strada disse: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno!”
    Ciao
    Ettore

  2. Pietro Pagliardini ha detto:

    Con tutto il rispetto, ma questo brano che c’azzecca con Ettore e il rimpianto per il passato?
    Saluti
    Pietro

  3. gaincarlo galassi ha detto:

    Penso valga la pena rimandarvi tutti all’articolo di Guido Calza che è assai più leggibile se lo si legge impaginato e con le figure al posto giusto.

    Per vostra comodità ve l’ho messo PROPRIO QUI.

    L’ho ricavato da quella risorsa inesauribile, uno dei grandi tesori della rete, che è l’intera scansione della collezione di ARCHITETTURA E ARTI DECORATIVE 1921 – 1931.

    Colgo l’occasione per baciare pubblicamente i piedi per riconoscenza a Maria Palozzi anche da parte dei miei studenti che si dissetano a questa fonte inesauribile per studiare l’architettura contemporanea romana (e non solo) del primo dopoguerra per imparare a parlare il “latino” dell’architettura per scrivere poi con più proprietà di causa (cioè con proprietà etimologica) un “italiano” migliore nei loro progetti.

    Naturalmente articoli come quello di Guido Calza, come tanti altri (forse tutti) nella rivista, mi sembrano inevitabilmente superati e oggigiorno del tutto inattendibili (però si leggono che è un piacere e le figure sono bellissime – sempre meglio di StranoMaVero della Settimana Enigmistica).

    Tornando al saggio su Ostia quello che Calza pretende come origine dell’abitazione moderna romana altro non è che un’operazione interpretativa al contrario: nelle ricostruzioni nel testo non fa che proiettare sulle insule imperiali il paradigma dell’abitazione in linea borghese in cui abitava e che ha stampata in testa.

    Dovrebbe metterci sull’avviso forse soltanto l’interpretazione data dei balconi e dei terrazzi sopra i portici (e con lui il Gismondi che ricostruisce gli alzati), fraintendendo il loro assai più probabile uso come ballatoi di distribuzione a diverse monocellule abitative ai piani superiori, le insule erano veri e propri alveari, scambiandoli per balconi a servizio di grandi appartamenti pluricamere – di cui infatti non sa bene definire la destinazione. Vede corridoi la’ dove sono anditi di distribuzione a un vano nodale che, a ogni piano, da accesso al ballatoio comune. Manca solo la stanza della cameriera.

    In definitiva mi sembra non si accorga che il tipo a ballatoio multicellula dell’insula romana con le case in linea moderna seicent-settecent-ottocent-novecentesche romane abbia poco a che fare se non nella campata strutturale che è oggi la stessa di allora, quei 5/6 metri inglobati nei tipi di tutti i tempi.

    Comunque niente di strano basta esserne accorti. Tra Guido Calza e oggi ci sono un paio di generazioni di studiosi che hanno interpretato altrimenti Ostia e tra gli architetti, non tra gli archeologi, mi piace concludere ricordando un notevole e dimenticato saggio di Alessandro Giannini.

  4. ettore maria mazzola ha detto:

    Caro Giancarlo,
    sicuramente è vero che il testo di Calza abbia delle interpretazioni “naif” sulla tipologia, del resto si iniziava a studiare solo allora quegli argomenti che, in quell’epoca di “fame di case”, risultavano cruciali.
    Indipendentemente dalla correttezza di quegli studi “naif”, e delle interpretazioni di Gismondi però, gli architetti “romani” si adoperarono al massimo per riuscire ad articolare i grandi casamenti popolari, (dialogando con l’edilizia borghese che tu citi) riuscendo a rompere la monotonia delle ipertrofiche e noiose lunghe facciate ottocentesche che nulla, o poco, avevano a che fare con l’articolazione dell’edilizia romana.
    Ovviamente gli studi sulla disposizione interna delle insule, lungi dall’essere del tutto compresa a quei tempi, e lungi dall’essere considerata la più salubre ed ergonomica, contribuirono alla realizzazione di quei grandi casamenti che, nonostante le dimensioni, rappresentano gli ultimi esempi sublimi di architettura popolare. Va detto che, in aggiunta al discorso “tipologico”, gli scavi e le ricerche linguistiche di Ostia (e i disegni di Architettura e Arti Decorative stanno lì a ricordarcelo), e i vari articoli di Giovannoni, Marconi, Mezzanotte, ecc. contribuirono non poco alla creazione un un vasto abaco che, insieme con i meravigliosi studi sull’edilizia minore, consentì a quella generazione – ancora profondamente legata all’artigianato – di progettare edifici semplici ed economici, ma al tempo stesso incredibilmente nobili, e profondamente romani.
    Anche per questo mi dispiace che tu debba sentenziare:
    “Naturalmente articoli come quello di Guido Calza, come tanti altri (forse tutti) nella rivista, mi sembrano inevitabilmente superati e oggigiorno del tutto inattendibili”
    Tempo fa, per esempio, postai su De-Architettura un articolo intitolato “Attualità di Giovannoni sui Grattacieli” ( http://www.de-architectura.com/2009/10/attualita-di-giovannoni-sui-grattacieli.html) in cui mi limitai a scrivere un cappello introduttivo ad un testo di Giovannoni pubblicato su “Architettura e Arti Decorative”. Ebbene quel testo non solo risulta non essere né superato, né inattendibile”, ma addirittura sembra scritto nei giorni in cui scoppiava a Roma la polemica sulla proposta idiota di costruire dei grattacieli.
    Ma come quello, tantissimi sono gli articoli che andrebbero tenuti in grandissima considerazione, per esempio quelli in materia di edilizia popolare, quelli in materia di artigianato, nonché i tantissimi scritti che aiutano a far chiarezza sui tanti fraintendimenti (in malafede) che tanta influenza hanno avuto sul modo in cui l’architettura e l’urbanistica sono poi state insegnate.
    Ciao
    Ettore

  5. Mi sembra che il sito di Roma 3 dove sono archiviati i numeri di Architettura e Arti Industriali sia consultabile solo in orario extralavorativo.
    Ieri notte funzionava benissimo.
    Per questo e per intanto, i frettolosi possono fare download del saggio di Calza al link che ho postato.

    Caro Ettore,
    (al di là degli scherzi su Santa Monica a Ostia e che Pietro non capisce… non ho resistito),
    proprio per evitare ulteriori edefatiganti polemiche e per non stuzzicare nervi scoperti sull’argomento passatista in tanti cosiddetti e presunti (cosiddetti e presunti… so’ bravo eh?!) misoneisti di questo blog, mi sembra che nelle mie poche righe – anche in quelle che copincolli – ci sia una proliferazione di forse di credo di probabilmente.
    Mi dispiace che tu non l’ abbia notato. Di sicuro non l’hai fatto in malafede solo per discutere.

    Se c’è una lezione che questo blog impartisce, credo, è il ridicolo di cui si coprono tante archistar nell’ostentare solide certezze negli esiti sempre provvisorissimi del loro lavoro e della loro visione del mondo.

    Quello che penso della rivista, del suo scarso valore per me come “manuale” per l’odierno e del suo fondamentale valore storiografico, l’ho scritto e in un paio di passaggi su Calza a Ostia credo di averne spiegate – probabilmente male – le ragioni.

    Spero non ti dispiaccia se altrettanti ed enormi buchi logici, dovuti a un aggiornamento della critica architettura e artistica in novanta anni, li trovo negli articoli di tutti gli altri autori, insieme certamente a tanti imperdibili spunti validi per nuove riflessioni, ma spunti, niente di più, non certo verità che una presunta autorità delle firme dovrebbe suggellare come tale.

    Di sicuro mi sbaglio.

    :G

    • ettore maria mazzola ha detto:

      Caro Giancarlo, hai tutto il diritto di pensarla come ti pare sulla rivista (a proposito, il link da quando lo conosco io, ha sempre funzionato), per me ha un valore immenso. 1 a 1, ma non credo che agli altri interessi, è bene che ognuno si faccia la propria idea, specie riscoprendo tanti altarini poco noti e, comunque, presentati in maniera imparziale su quella rivista, a dispetto della faziosità di quelle che sono venute dopo.
      A proposito di verità assolute devo però fare una nota polemica che mi viene tirata fuori a forza. Sembra che qualsiasi cosa diverga dalle verità assolute che tu attribuisci a Caniggia, risulti priva di valore e superata, chiunque abbia delle verità differenti da quelle risulterebbe in errore. Io penso che anche un mostro sacro come il tuo maestro possa mettersi in discussione. Egli infatti ha indubbiamente fatto un grandissimo lavoro di ricerca, probabilmente non ancora superato, ma senza le basi lanciate dai suoi predecessori probabilmente non avrebbe fatto nulla, e poi, mentre i personaggi che ricercavano e scrivevano cose mirabili su Architettura e Arti Decorative costruivano anche in maniera sublime (grazie alla loro interpretazione dei segni del passato), e grazie al rispetto dato alla cultura artigiana, Caniggia, come architetto, è stato davvero insignificante e, se vogliamo dirla tutta, ha realizzato opere bruttissime.

Scrivi una risposta a gaincarlo galassi Cancella risposta

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.