OCCIDENTE …

sergio 43 commented on PISTOLETTO RICICLATO …

“Mentre sto navigando a vista e di bolina in Internet, mi capita di leggere qualcosa su Pavel Aleksandrovic Florenskij scomparso nel 1937 nell’inferno del Gulag e per mio disdoro perfettamente sconosciuto fino ad oggi. Non la faccio lunga, chi vuole può a sua volta andarselo a cercare. Ma mi ha colpito, anche perchè si tiene perfettamente con il tema di questo blog e con le reazioni suscitate, una frase di Elemire Zolla in “La filosofia perenne”, anno 1999: “Nei suoi ultimi anni di libertà Pavel Florenskij compose la sua stupenda estetica. La premessa è l’idea einsteniana di spazio. (….). Florenskij si curva sul concetto di “cosa” e la definisce come “corrugamento” o “luogo di curvatura” dello spazio. (….). QUELLA DI FLORENSKIJ E’ UN’ESTETICA NATA SUL CIGLIO DELLA VORAGINE, DOPO DI ESSA L’ARTE SAREBBE SPARITA, SOSTITUITA DA ESPOSIZIONI DI STERCO, BALBETTII, INSTALLAZIONI”. Detto questo, cari amici, data la situazione di avvilimento, disperazione del nostro Occidente, dobbiamo anche tenerci gli interpreti, perchè questa è la loro funzione, di questa disperazione. Chi ha fegato e genio per opporsi si deve fare avanti. Deve essere però conscio che la lotta sarà terribile e forse infausta. Quando un mondo muore ed è convinto del proprio suicidio non ci son cure che tengano, anzi si vuole che sia certificato il proprio diritto a morire. Pistoletto dice che il nostro mondo può rinascere dalla mondezza. Anche se oramai è un pensiero che non ha più voce, preferisco rifugiarmi nella convinzione che il nostro mondo, quello che ci ha dato ossa, muscoli e nerbo è sorto dal Mito e dal Verbo. A quanto pare a noi sono rimaste solo le ossa cadaveriche e scheleriche del mitico Pinocchio, le scorie rugginose del nostro tecnologico presente e le musealizzate e irrigidite bellezze senza più contesto del morente Occidente che, nomen omen, ha purtroppo in se il suo destino (Occidente=”sol occidens”, sole che cade, che muore). Già una volta, nella figura dell’Impero Romano di Occidente, le nostre lande hanno visto distruzione, morte e rovine. Ha ragione Pistoletto quando afferma, a voce e con le sue installazioni, che un altro mondo può rinascere dagli scarti. Solo che gli scarti che il morto passato ci ha lasciato erano colonne, capitelli, Seneca, Virgilio, Vangeli, Saffo, Omero e su quelle fondamenta è stato possibile ricostruire la modernità. Il futuro dei nostri nipoti, se pur continueremo a generarli, quale sarà? Dobbiamo aver fiducia che da qualche parte pochi semini, adesso dormienti sotto gli stracci di Pistoletto, germoglieranno di nuovo e come i trentasei “giusti” del Talmud, altra pietra angolare della nostra civiltà, sconosciuti a noi e anche a se stessi, con la loro condotta determineranno il destino dell’umanità?

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2 risposte a OCCIDENTE …

  1. Alzek ha detto:

    Tutto bene, solo che chi si pente si pente , sparisce o va in monastero. Pistoletto no. Lui espone e viene commentato. E’ poco probabile che I semini buoni stanno sotto gli stracci di questo maestro. Sono imbevuti di tutto un altro “profumo”, altro che Florenskij!
    Alzek Misheff

  2. Grazie a 43. Ricambio con un taglio il più possibile laico (che lascio alla vostra interpretazione) con un brano di Martini di cui si celebra il passaggio a miglior vita su tutti i giornali.

    LA DIMENSIONE CONTEMPLATIVA DELLA VITA

    Tra le molte cose che si possono dire sulla maniera in cui è vissuta oggi la dimensione contemplativa dell’esistenza, vengono alla mente le seguenti:

    – la disabitudine presso la grande massa alla pratica della preghiera e delle pause contemplative. In questo la nostra civiltà occidentale si distingue nettamente dalle civiltà dell’Oriente dove sono in onore la pratica e le tecniche contemplative e il gusto per la riflessione profonda;

    – la ricerca, diversamente motivata, presso alcuni gruppi, di forme e momenti più intensi di preghiera, di esperienze di “deserto” e di riconversione alla natura;

    – l’inconsapevolezza, un poco presso tutti, dell’importanza del problema, insieme con una certa nostalgia per questo valore irrinunciabile della vita. Forse la gente prega e riflette più di quanto non sappia o non dica. Si tratta di aiutarla a dare un nome più preciso, un indirizzo più costante, un contenuto più cristiano a certe provvidenziali impennate del cuore che, più o meno intensamente, sono presenti nella storia di ognuno. L’esodo massiccio dalle città nei periodi di vacanze e nei fine settimana esprime in fondo anche questo desiderio di ritorno alle radici contemplative della vita.

    Lo sfondo generale di questa situazione è costituito da una cultura occidentale attuale, che ha un indirizzo prevalentemente prassistico, tutto teso al “fare”, al “produrre”, ma che genera, per contraccolpo, un bisogno indistinto di silenzio, di ascolto, di respiro contemplativo. Ma entrambi gli orientamenti rischiano di rimanere superficiali. Sia l’attivismo frenetico, sia certe maniere di intendere la contemplazione possono rappresentare una “fuga” dal reale. Per far evolvere cristianamente questa situazione, non basterà risvegliare una ricerca di preghiera. Occorrerà anche purificare, orientare, cristianizzare certe forme scorrette o insufficienti di ricerca. In particolare occorrerà evitare le generiche contrapposizioni tra azione, lotta, rivoluzione, da un lato, e contemplazione, silenzio, passività, dall’altro. Bisognerà dare uno specifico orientamento cristiano sia all’azione, sia alla contemplazione.

    Quanto qui diremo sull’impegno per rendere più cosciente la dimensione contemplativa della vita va dunque inteso nel quadro dell’impegno generale per un’armonica crescita dell’uomo, homo faber e homo sapiens, secondo la sua piena misura e capacità.[…]

    Il silenzio.

    Se in principio c’era la Parola e dalla Parola di Dio, venuta tra noi, è cominciata ad avverarsi la nostra redenzione, è chiaro che, da parte nostra, all’inizio della storia personale di salvezza ci deve essere il silenzio: il silenzio che ascolta, che accoglie, che si lascia animare. Certo, alla Parola che si manifesta dovranno poi corrispondere le nostre parole di gratitudine, di adorazione, di supplica; ma prima c’e il silenzio.

    Se, com’è avvenuto per Zaccaria, padre di Giovanni Battista, il secondo miracolo del Verbo di Dio è quello di far parlare i muti, cioè di sciogliere la lingua dell’uomo terrestre ricurvo su se stesso nel canto delle meraviglie del Signore, il primo è quello di far ammutolire l’uomo ciarliero e disperso (cfr. Lc 1, 20-22).

    “La Parola zittì chiacchiere mie”: così Clemente Rebora, nobile spirito di poeta milanese dei nostri tempi, descrive con rude chiarezza gli inizi della sua conversione.
    Possiamo anzi dire che la capacità di vivere un po’ del silenzio interiore connota il vero credente e lo stacca dal mondo dell’incredulità.

    L’uomo che ha estromesso dai suoi pensieri, secondo i dettami della cultura dominante, il Dio vivo che di sé riempie ogni spazio, non può sopportare il silenzio. Per lui, che ritiene di vivere ai margini del nulla, il silenzio è il segno terrificante del vuoto. Ogni rumore, per quanto tormentoso e ossessivo, gli riesce più gradito; ogni parola, anche la più insipida, è liberatrice da un incubo; tutto è preferibile all’essere posti implacabilmente, quando ogni voce tace, davanti all’orrore del niente. Ogni ciarla, ogni lagna, ogni stridore è bene accetto se in qualche modo e per qualche tempo riesce a distogliere la mente dalla consapevolezza spaventosa dell’universo deserto. […]

    Carlo M. Martini (1981)

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