LA SCUOLA E’ MORTA … VIVA LA SCUOLA …

Rimestando tra vecchie cose …

un vecchissimo articolo …

pubblicato su Rassegna di Architettura ed Urbanistica …

più di dieci anni fa, …

ma, probabilmente, …

la situazione è ancora peggiorata …

Nell’introdurre su queste stesse pagine (“Rassegna …” N°.35-36), nell’ormai lontano 1975, un mio lungo, noiosissimo, datatissimo e pletorico saggio intitolato “Dalla composizione al progetto” non potei fare a meno di utilizzare in apertura una citazione tratta dal “Manuale dell’Architetto” di Daniele Donghi che, tra l’altro diceva “… Non possono chiamarsi architetti coloro che sono lanciati nel mondo da certi istituti nostri, creatori di illusi! …”

E’ passato già di un quarto di secolo da quel mio scritto e quasi un secolo intero dalle parole del Donghi, ma le cose, oggi come allora, sembrano, più o meno confermare che, sull’argomento, la situazione sia, non ostante tutto, pressoché immutabile.

Si tratta probabilmente di un dato genetico della nostra condizione di architetti quella di vivere una speciale insoddisfazione nei confronti dei dati ultimi della ricerca, della sperimentazione e dei linguaggi più recenti, ma, a ben vedere, si tratta altresì di un dato in certo qual modo  anche oggettivo che uno sguardo anche superficiale ai risultati della “sperimentazione” didattica di questi anni recenti non fa altro che confermare ulteriormente.

L’accanimento e la superficialità con il quale negli ultimi anni, in sede accademica, si è affrontato il tema del progetto di architettura senza riuscire a coglierne il senso più profondo, anzi eludendone i perché più sostanziali e confermandone invece marginalità, tautologie e artificiosità, ha condotto ad una specie di rimbambimento di massa cui le “rinnovate” strutture della didattica danno alimento ulteriore.

Allo stesso tempo la funzione disgregante e diseducativa delle più note riviste d’architettura che, come è ovvio, sono da sempre il veicolo più naturale e accessibile dell’informazione soprattutto destinata alle generazioni più giovani e perciò agli studenti, ha fatto il resto.

E, se è pur vero che con tanto disinvolto cinismo le testate editoriali più affermate vanno producendo guasti evidenti e diffusi soprattutto legati alla incapacità critica e alla fragilità etica di un’intera generazione di modestissimi maitres a penser, non va, d’altro canto, sottovalutata la evidente condizione di disagio di una ancor più vasta pletora di consumatori messi nella evidente impossibilità di non poter comprendere e quindi di non poter giudicare e perciò anche di non poter neppure riconoscere i fenomeni pur gravi e globali che li circondano. Intere generazioni di aspiranti architetti sono così sostanzialmente obbligate al consumo coatto di sottoprodotti dell’industria culturale,   degli “avanzi” di un sedicente dibattito globale. Intere generazioni che si accaniscono, quasi sempre inconsapevoli, con l’entusiasmo che è tipico dei più giovani, nel labirinto aggrovigliato del senso del quale è sempre più arduo rintracciare il bandolo. Consumatori, per lo più ingenui, abbacinati dalla lucida patinatura dei media e dal luccichìo delle Soubrette di passaggio, dal loro “mestiere” e sopratutto dai loro astuti ammiccamenti sul palcoscenico della grande comunicazione.

Cattiva coscienza e incultura diffuse scambiate troppe volte per nuovo, attualità, moda, mercato, innovazione, tecnologia, avanguardia e quant’altro, affollano riviste, aule universitarie e seminari internazionali, alimentando situazioni da festival rock e da show televisivo. Il meccanismo dello Star System, anche in Architettura paga i suoi prezzi, ha i suoi meccanismi, i suoi costi, le sue vittime.

In particolare, ci sarebbe da riflettere in profondità sul, più e meno recente, recupero di uno pseudoavanguardismo diffuso e, peraltro, basato sulla rilettura meramente epidermica di fenomeni ampiamente storicizzati che vengono più volte riproposti come la panacea, la risposta necessaria ai nuovi bisogni di “creatività” delle ultime generazioni.

Il mercato dell’immagine, che, in questi ultimi tempi, sacrificando la riflessione e il confronto delle idee, ha pervaso, devastandoli, i valori del progetto di architettura, costituisce ormai lo scenario sul quale si sviluppano e si definiscono, per lo più, anche i suoi  significati ultimi, i suoi etimi più profondi.

In tutto questo la scuola non è più in grado, ma forse non lo è mai stata veramente, di definirsi quale luogo alternativo di una ricerca “alta” e “altra” coivolta e contaminata com’è da altri interessi, altri “mercati”, primo fra tutti quello delle cattedre, che sembra essere ormai l’ultimo e suicida orizzonte dell’istituzione nel suo complesso.

Che dire quindi delle speranze, o meglio delle illusioni che, non ostante tutto, alcuni ancora coltivano rispetto a quello che, bene o male, per molti di noi è stato ormai (ma lo è ancora?) lo scopo di una vita intera?

Forse, ma rendendosi innazitutto ben conto della propria marginalità, istituzionale e disciplinare, si potrebbe ricominciare tutto da zero, contandosi prima, e cercando di ricostruire modestamente un nesso tra le parole e le cose, la tra le immagini e i processi, tra i significati e i valori, per costringerci a dare  ancora un senso a questo nostro lavoro che, malgrado tanti tradimenti e tante cadute, non cessa di coivolgerci e di affascinarci.

G.M.

settembre 2000

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1 Response to LA SCUOLA E’ MORTA … VIVA LA SCUOLA …

  1. Se c’è una cosa da cui non si scampa è proprio la marginalità.
    Ai margini della periferia.

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