Beati i puri di cuore perché vedranno dio … Post 2 …

«Sappiamo tuttavia che l’architettura dorica è una interpretazione
illogica ed estetica, eseguita in pietra di una struttura in legno
inizialmente logica e comprensibile. Conosciamo, più per intuizione che
per esperienza, che una forma naturalmente estetica nell’architettura
rappresentativa è stata inizialmente suggerita dalla risoluzione di una
necessità tecnica o funzionale.

Ma i rapporti tra l’ultimo anello della catena e quello iniziale
spesso ci sfuggono perché crediamo morte e disperse nella preistoria
quelle testimonianze edilizie intermedie che han servito da lievito
alla rappresentazione aulica. Pur conoscendo che la sopravvivenza di
una forma è più forte della sua stessa ragione pratica, e che una
abitudine formale, originata da un bisogno ben circostanziato e
ripetuto, diventa abitudine estetica o gergo decorativo o inerzia
tradizionale quando è cessato lo stimolo di quel bisogno, la
maggioranza si rifiuta di sottoporre l’architettura stilistica a questa
indagine».

Giuseppe Pagano Pogatschnig

Pagano mette all’angolo lo Stile e lo fa con il primo, il Dorico,
cioè l’architettura agli esordi della ‘rappresentazione’ di se stessa,
del suo bisogno di mostrare in modo astratto che ‘costruire’ è il rito
di montare elementi uno sull’altro Un’astrazione stilistica che subito
si scontra con la non astratta risoluzione dei nodi come quello
angolari con gli inevitabili ‘rimedi’ della contrazione/dilatazione
degli intercolumni o delle metope.

Usa poi una definizione: «architettura rappresentativa», intendendo l’
architettura dei templi distinta da quelle delle case, ma forse
intenzionato a sottolineare anche la possibilità di  un altro modo, non
rappresentativo, di poter pensare l’architettura, un’architettura solo
tecnica e necessità. Un muro sostiene e chiude non esprime ‘murarietà’,
così una fila di colonne sostiene ma non chiude, non è un ‘muro
scavato’ alla Alberti, non è una ‘scultura’ alla Zevi e nemmeno chissà
cosa per l’architetto di turno.

Giancarlo Galassi :G

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3 Responses to Beati i puri di cuore perché vedranno dio … Post 2 …

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    Post 1 – Ancora l’Architettura Rurale. Pagano e Vitruvio

  2. ELDORADO ha detto:

    AAA .. a proposito di puri di cuore …
    consiglio per gli acquisti: correte, ac-correte, muratorini de Roma: ancora pochi giorni e poi chiude, … chiude a Roma-centro una bella mostra di Richard Dolker (e chi è?) a via della Stelletta 32 … io ci sono stato per l’inaugurazione … e poi oggi ho terminato una lunga riflessione sul tema….
    Ne ho tagliato un pezzo, circa 100 grammi, per Voi, spero vi piaccia la mia cucina … per alimentare il dibattto sull’oggetto paesano, la mia passione:

    “…… Richard Dolker confeziona così per primo a Vietri sul mare furbi cliché alla Mulino bianco; riduzioni culturali di tutti i generi e degeneri … fino al familismo dei segni vietresi odierni …; e questo perché tutto ciò che faceva ha avuto una straordinaria fortuna e fioritura.
    Il tedesco Richard Dolker fissa negli anni venti del ‘900 il nuovo immaginario del luogo, … immettendo dolcemente nuovi soggetti e inediti motivi decorativi … crea una nuova tradizione, … crea nuova appartenenza …; poi si son fatte politiche identitarie, … velleitarie … difensive, offensive.
    Dolker riscopre la forza e la bellezza del “paesano”, del rustico, … e per questa via reinventa il vernacolo vietrese moderno. La sua bella vernacolarità è sempre miracolosa e si mantiene sempre su un filo sottile; non è mai banalizzata a quello che sarà lo “stile vietrese”, cioè a qualcosa di appiccicato e decorativamente indifferente, questo è importante, alla sostanza architettonica del vaso, del piatto, della brocca, del corpo ceramico “cafone”, …. anzi.

    Guardo questi pezzi in mostra e penso che Dolker fa ceramiche con cuore e passione progettuale …. con molto sesso dentro. La sua cifra è sempre furba, artistico – commercial – commerciabile; i suoi sono exempla … modelli, didattica estesa …. poi i lavoranti vietresi ci “giocano” su, … rendono il pezzo originario di Dolker “arte attenuata” & pratica decorata … gustosa, appetibile, moltiplicabile ..; in modo doroteo lo smussano di quella durezza di segno di provenienza nordica e lo fanno più morbido e appetibile ai più. Nel tentativo (riuscito) di fare “un prodotto giusto e commerciale”, come da titolo di un mio libello che fu.

    Questo passaggio progettuale-operativo tra artista e artigiano è una cosa straordinaria; un risultato unico tra le città della ceramica italiana della tradizione da rinnovare nel primo ‘900: Albisola, in quegli stessi anni venti – trenta e seguenti, non ci riesce, non ci fu integrazione e sana con fusione: restano due culture, due livelli, due produzioni: la ceramica alta e difficile degli artisti e quella “bassa” e “facile” (se non facilona) del popolo; nemmeno Faenza ci riesce: resiste il collaudatissimo “garofano” e non si afferma una diffusa “nuova tradizione” commerciale ‘900; forse Deruta e la produzione della “Fabbrica Grande”, per qualche verso, centra l’obiettivo mixato … specie nella produzione massiva e diffusa degli anni cinquanta-sessanta del ‘900, …”

    Basta, … taglio, … è troppo, il chinotto. Vi allego anche un paio di immagini.
    Saluti rustici, Eduardo Alamaro

  3. Michele Granata ha detto:

    Secondo Zevi dovrebbe riferirsi piuttosto ad un monumento, in quanto non puo’ essere vissuta all’interno, non avrebbe quindi la quarta dimensione, condizione sine qua non per definirsi Architettura.
    Facendo un parallelo sul tempio greco e quello romano, il primo lo considerava un monumento in quanto i fedeli assistevano alle celebrazioni all’esterno, non avendo accesso alla Cella, mentre in quello romano la funzione si svolgeva all’interno e quindi poteva chiamarsi Architettura.
    ……. Ma sara’ poi vero ?

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