Marco Petreschi, tra arte e architettura …

“Se la cultura sono le stupidate che restano dopo che si sono
dimenticate le cose serie, giuro che se mai rileggerò la collezione de
L’Architettura di Zevi, stavolta mi segno le coordinate bibliografiche
esatte di tutti i giochetti retorici che un paio di giorni dopo, quando
mi è ancora facile ritrovarli, mi sono rimasti in testa. Tra le tante
cose che non saprei ritrovare – ma c’è c’è -, ricordo una controreplica
di Zevi alla lettera di un passatista dell’epoca che polemicamente
osservava che se la libertà progettuale moderna dava davvero luogo a
millemila varianti plausibili, tra le tante, gira gira, c’era sicuro
anche quella simmetrica, prospettica, composta e a tre dimensioni ecc.,
insomma la variante che contraddiceva le Sette Invarianti. Zevi se lo
trombonava facile argomentando che proprio perchè una su millemila non
faceva statisticamente testo, troppo numerose le altre e tutte
sicuramente migliori.

Per contro ricordo anche un fotomontaggio di
qualche muratoriano impertinente che sbertucciava la romantica
recensione sulla rivista della Case alle Zattere in cui Zevi esaltava
lo slittamento delle finestre quasi Gardella avesse voluto costruire il
riflesso di un palazzo gotico nel Canal Grande. Nel fotomontaggio
naturalmente le finestre, fuori asse in facciata, tornavano nell’acqua
tutte ordinatamente in fila e al loro posticino storicamente stabilito.

Tutta questa premessa per dire che se c’è un cosa da cui non si può
essere garantiti di essere nel vero (in Arte e) in architettura è una
Teoria che fornisca le regole scientifiche di una progettazione, fosse
anche quella che in nome dei diritti del singolo all’espressione della
propria libertà dia le regole della sregolatezza. Scegliere di “darsi
una regolata” non è necessario né sufficiente per fare una cosa giusta,
vuol dire solo riconoscere l’importanza di avere in comune con altri
una maniera di pensare il mondo che vada oltre il proprio
individualismo, una scelta ideologica e politica che porta a decidere
per ciò che è bello o è brutto secondo dati criteri e rifiutare ciò che
mi piace o non mi piace secondo un gusto del tutto personale, sublime e
incomunicabile.

Poichè le scelte condivisibili sono sempre meno
rispetto alla gran copia delle scelte possibili, riconoscersi in una
teoria -> saperla spiegare logicamente -> tradurla nella pratica vuol
dire sottostare a dei limiti. Anche il tetto giardino e il piano
pilotis sono dei limiti.  Nonostante si possa fare tutto e il contrario
di tutto per sentirsi parte di una comunità si sceglie una religione e
si fa voto di povertà.

In architettura (non in Arte) accade però che
le regole della storia e della ragione, cioè dell’impostazione
tipologica degli edifici e dell’esito economico/politico di un
cantiere, si impongano all’Autore quale che sia la sua geniale libertà
artistica.
Bisogna allora cedere da subito le armi e fare voto di
castità espressionista?
O in alternativa opporsi duri e puri alla
realtà tentando di imporre il proprio punto di vista oltreumano anche a
rischio di spendere una fortuna, dieci volte di più di quanto
costerebbe un edificio tradizionale, solo per realizzare forme uniche e
specialissime a rischio di far fallire il committente (è successo
spesso in architettura) e di lasciare un’opera incompiuta tanto fuori
controllo è il suo rendimento?

Oppure bisogna essere così bravi da
saper ingaggiare con la realtà dell’architettura un corpo a corpo
tremendo, in cui la straordinaria ispirazione iniziale, la famigerata
“trovata”, al confronto con i limiti economici e costruttivi arriva
generosamente a incorporare quei valori storici e logici della
costruzione senza che il compromesso sia visibile. Addirittura arrivare
al silenzio dell’architettura proprio perché ammutolita la petulanza
dell’arte, il mediocre artista ha lasciato il posto al grande
architetto, la storia e la ragione si riprendono il loro spazio
passando dalla finestra dopo essersi illusi che sarebbe bastato
chiuderle fuori.

Di come saper gestire questa forza d’urto tra il
faustiano “attimo fermati sei così bello” e la storia, tra l’istinto
adolescenziale dell’artista cui è concesso di restare bambino e la
realtà ragionevole dell’adulto che sa prendersi le responsabilità del
mondo è testimone, più che in altri suoi lavori, l’ultima architettura
di Marco Petreschi, la sua chiesa di San Sebastiano a Roma in fase di
ultimazione.

Ho visto nel suo studio la maquette del progetto
iniziale che prevedeva una cupola in bronzo drammaticamente squarciata
da tagli alla Fontana e vicino le foto di cantiere della realizzazione.
Tra venti anni non ci sarà più memoria di quella specie di pagnotta
lievitata da cui il progetto è iniziato ma resterà al centro di una
pianta a croce greca una lanterna definita dagli spicchi della cupola
di cui è lo zenith.
Mi è piaciuto proprio tanto come sia diventata
architettura un tema scultureo iniziale che l’ho voluto raccontare
proprio adesso tra le “teorie e tendenze” di tutti questi post.

Un caro saluto,
Giancarlo :G Galassi

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2 Responses to Marco Petreschi, tra arte e architettura …

  1. adelaide regazzoni caniggia ha detto:

    grazie a giancarlo e a Petreschi, sono argomenti che interessano spesso i miei pensieri.

  2. giancarlo galassi :G ha detto:

    La chiesa naturalmente è S. Tommaso ma per via della cupola squarciata avevo soprattutto in testa un qualche tipo di ferita nel e ho sbagliato del tutto santo.
    E’ nel cervello che c’ho la ferita altro che nello scudo di Cap.
    Comunque con affetto chiedo scusa all’interessato (San Tommaso o San Petreschi? tutti e due).
    Se commentavo la sua chiesa di S. Teresa di Calcutta vedi, dato l’argomento,come te la ridedicavo a Nostra Signora di Via Margutta.
    Comunque autorizzo fin d’ora il curatore del Meridiano a me dedicato a correggere in nota i miei deliri.
    Santo Scolaro, prega per me che a San Tommaso gli gira il chiccherone.

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