“C’ERA UNA VOLTA LA TENDENZA” …

C’era una volta la “Tendenza” …

Trarre un bilancio dalle esperienze recenti della nostra redazione potrebbe voler significare tentare una sintesi impossibile (e forse nemmeno tanto interessante) tra posizioni, tendenze, intenzioni e spinte ideologiche e culturali non sempre assonanti, ma non di rado felicemente radicate nel milieu del dibattito disciplinare che in questi anni si è sviluppato, non solo in Italia. Trarre poi delle conclusioni complessive tese a riconvertire in termini di proposta, per il lavoro ancora da svolgere, un dibattito tutt’ora in corso sarebbe azzardato e certo non ci compete per la responsabilità circoscritta e affatto parziale che ci siamo assunti, o meglio, che ci è stato consentito di esercitare, all’interno dell’apparato redazionale.

Ci limiteremo perciò, in termini necessariamente generali e sintetici, ad indicare quali prioritarie tal une linee di ricerca e di approfondimento che, allo stato attuale dei fatti, ed alla luce delle esperienze recenti, paiono come le più congruenti a far uscire la rivista da quello stato di impasse e, addirittura, di ”morte presunta”, che sembra particolarmente gravare sui criteri di scelta e sui livelli più propriamente metodologici, teorici e critici.

Ci sembra, innanzi tutto, da sottolineare come talune discrasie profonde, taluni margini di ambiguità e di contraddizione di cui soffre nel suo complesso la cosiddetta « cultura degli architetti» in Italia, siano state registrate dalla rivista o in termini supersemplificati, o in termini talmente mediati, sofisticati ed iperbolicamente contraffatti, da far perdere quella necessaria chiarezza che dovrebbe essere alla base di una corretta informazione. Cosicché, la funzione di «filtro critico» che, comunque andrebbe recuperata nei termini di una rinnovata chiarezza di idee, ci pare si sia, più di una volta, inceppata di fronte all’impossibilità di valutare in termini positivi e disinibiti i dati di una realtà, troppo spesso, vista “dall’interno” e quindi soggetta alle panie di una complicità psicologica e culturale non di rado al limite di un grottesco «gioco delle parti», se non talvolta, addirittura, di un ben più equivoco «gioco di squadra» dagli oscuri risvolti professionali ed accademici. Non che la partecipazione accorata a questa o a quella tendenza che oggi si va sviluppando nel fare architettura sia un fatto necessariamente negativo, anzi, ma è certo però che una “critica”, o peggio, una “storia“, che non siano in grado di sollevarsi dai ristretti orizzonti delle mode culturali e dalle occasionali contingenze geografiche, rischiano di far calare irrimediabilmente di potenziale la credibilità, all’esterno, di un servizio che, tutto sommato, crediamo ancora utile in un momento come l’attuale.

E’ in questo senso che ci pare sia stato più volte affrontato, ma certo mai risolto, il problema del superamento, o meglio del vero e proprio “consumo”, della cosiddetta «architettura di tendenza». Termine approssimativo e taumaturgico, copertura paraideologica e metastorica di una realtà assai articolata, variegata, complessa e contraddittoria (e proprio in questo vitale); ebbe una sua funzione ed una sua capacità trainante in antagonismo agli squallidi ed equivoci lambiccamenti « organici» e contro le semplificazioni moralistiche e schematiche di attardati razionalisti. Fu in grado di individuare con una certa approssimazione un’area, una «dimensione» operativa e culturale nella quale non fu difficile a molti riconoscersi. Purtroppo però, la stagione progressiva fu di breve durata, le contingenze di ordine politico e le occasioni di ordine accademico, che erano state alla base del rinnovamento, svanirono attorno alla fine degli anni ’60 ed i vari tentativi di rivitalizzare e di dare nuova credibilità al discorso dovevano restare al livello della patetica invocazione o del disegno terroristico di minoranze potenti sul piano politico-culturale ma disperatamente lontane dalle reali dimensioni di un consumo, anche sociale, dei dati disciplinari e specifici. La vicenda personale di un Aldo Rossi, ad esempio, è in questo senso esemplare di una involuzione di tendenza non tanto espressa a livello personale, quanto, più generalmente afferente ai dati del contesto sociale, politico, accademico ed istituzionale della disciplina, in questi ultimi anni. La più recente delle Triennali milanesi, nella sua ridondante contraddittorietà ‘ne è stato esempio palese. Testimonianza di una radicale, inversione di tendenza: dal mito della didascalicità e della trasmissibilità dei codici specifici, alla ineffabilità del gesto e del segno artistico.

Scelta certo drammatica quella di Rossi che, risolta e sublimata a livello personale” doveva ripercuotersi su chi aveva intravisto in lui l’ultimo epigono critico di una “nuova oggettività” mediata e maturata alla luce delle complesse esperienze del neorealismo e del “novecento”.

Così, talune false certezze troppo facilmente costruite, mitizzazioni personali, appoggi metodologici troppo facilmente individuati, crollavano travolgendo quanti sulla base di una falsa coscienza e di una gratificante autosoddisfazione letteraria si erano appagati prematuramente.

Naturalmente non si può imputare ad Aldo Rossi (che peraltro ammiriamo e stimiamo come uno dei migliori architetti italiani), di non aver saputo, o potuto, creare una scuola, o ai suoi manieristici epigoni di essere tanto inferiori al “maestro”; resta, comunque, il fatto che tanti falsi profeti, tanti cervellotici esegeti di una mai realizzata «saison nouvelle» dell’architettura italiana dovrebbero costringersi ad una serena quanto radicale autocritica. L’enfasi retorica con -la quale, con pedante continuità si sono inseguiti i risultati di ricerche personali, al limite di una forsennata filologia biografica, ci pare abbia talmente frastornato gli ultimi entusiasti esegeti di quella ormai disseccata «tendenza» da far perdere di vista taluni e non certo rnarginali mutamenti di struttura che il mondo dell’architettura era andato apportando, nella sostanza, ai suoi tradizionali referenti disciplinari. Così se, da un lato, è sembrato interessante ad alcuni inseguire la parabola figurativa di un Aldo Rossi, e ad altri, la ben più opaca rumorosa ed immodesta vicenda di un Carlo Aymonino, attraverso la stanca e reiterata intenzione di scorgervi ancora alcunché di progressivo e di comunicabile, d’altro canto, in una falsa alternativa a questi, sono stati rispolverati alcuni consunti luoghi comuni del più vieto neoavanguardismo o del più mistificato ed opportunistico professionalismo italiano ed internazionale. Giunti così alla più totale confusione dei linguaggi ove gli estremi paiono toccarsi in un orizzonte di giudizio ormai aberrato per eccesso di interpretazione, ci pare giunto il momento di recuperare un minimo di chiarezza e di significato al faticoso lavoro comune della nostra redazione. Elitario, snobistico, antistorico, regressivo, cinico e masochistico, pare infatti l’atteggiamento di quanti ancora si ostinano a ridurre i termini di una problematica, oggettivamente e drammaticamente, legata alle trasformazioni reali, anche e soprattutto dell’ambiente fisico, a quelle che sono le espressioni più superficiali, immediate, epifenomeniche e sovrastrutturali di un corpo disciplinare in gran parte degradato e corrotto (e, prima che altrove, nella scuola), ove i livelli di contraddizione reale vanno, invece, misurati e risolti in chiave positiva ed in termini materiali senza cedere al facile compiacimento di fumosi edonismi pseudoletterari o di improvvisate teorizzazioni paraideologiche.

I problemi gravissimi ed urgenti della casa, della città, del territorio, dell’ambiente, anche e soprattutto, secondo le loro specifiche dimensioni disciplinari, non consentono ulteriori compiaciute onanistiche autosoddisfazioni che neghino valore e significato ai problemi reali di una didattica e di una professione, tutta da riscoprire in termini nuovi, di una tecnica e di una produzione, di una tecnologiae di una normativa ove dovrebbero, ed invece non hanno, radici profonde nel dibattito “culturale” ed alle quali, quasi in un assurdo e suicida «jeu de massacre», si contrappongono mute icone, raffinati esercizi, inutili sfoghi, intellettualistiche esibizioni di impotenza e disinvolti exploits lirici, né ironici, né provocatori.

Per quanto ci riguarda, infatti, non ci sembra sia lecito andare oltre per questa strada ave non è consentito scorgere i segni di un’aderenza ai termini di un discorso politico ed ideologico corretto ed imperniato, innanzitutto, sui termini materiali e di classe delle sue specifiche connotazioni strutturali. Non ci sembrano più accettabili i compiacimenti, forse raffinati, certo inutili, i virtuosismi politico-culturali con cui si maschera il rimpianto decadente e regressivo per un modo di fare e di gestire l’architettura, che non vediamo in che modo sia diverso dalle tanto giustamente criticate esperienze neocrociane e purovisibiliste di chi ancora pensa in termini consunti al “linguaggio moderno” delI’architettura. Né, d’altro canto, ci sembra più vicino alla realtà dei fatti, che anzi, ne è, forse, più alienato, l’atteggiamento di quanti nella pratica di uno spontaneismo politico-disciplinare tutto  “gruppuscolare” e nella mistica esaltazione di una non meglio identificata sessantottesca ”espressività” o «immaginazione collettiva», vedonoil facile talismano per i mali odierni della nostra società. Noi crediamo ancora, ci si consenta questo schematico, forse ingenuo, certo illuministico, atto di fede, nella ragione e nella storia, e nella loro capacità di liquidare, in termini disciplinari, anche a tempi brevi, un modello di comportamento e un habitus mentale consunti ed al quale tocca senza ritardi sostituire un’alternativa costruita su basi reali, radicata nella «cultura materiale» di chi opera nel campo dell’architettura e di tutte quelle forze autenticamente in grado di sostituirsi alla attuale egemonia di chi considera ancora la cultura patrimonio di pochi e difende questi privilegi attraverso il terrorismo verbale e le convenzioni gergali.

Giorgio Muratore

 

CONTROSPAZIO – MARZO-APRILE 1976

…………………

sono passati quasi quarant’anni …

fa impressione rileggersi oggi …

quante ingenuità, …

ma qualche cosa di vero ancora resiste …

comunque, quell’articolo …

tra le altre intemperanze giovanili …

ci costò la carriera …

ma, tutto sommato, …

ce la siamo cercata …

ci siamo anche divertiti …

e non ci lamentiamo di certo …

Questa voce è stata pubblicata in Architettura. Contrassegna il permalink.

Una risposta a “C’ERA UNA VOLTA LA TENDENZA” …

  1. emanuele arteniesi ha detto:

    Complimenti, pare di leggere una delle ultime voci da quel dibattito importantissimo che ci fu dal tempo dell’istituzione delle scuole di architettura tra Milani, Costantini, Piacentini, Minnucci, Pietro Maria Bardi, Pagano. Scuole di Roma e Milano, gruppo di Como. Ma anche tra le decine e decine di tecnici geniali ormani ignoti che parteciparono alla ricerca sull’edilizia italiana, in un’epoca in cui ingegneria e industria erano così presenti e orientavano gli architetti. Dal tempo del MIAR, mito emerso da un periodo animato da ben più duraturi interrogativi sul progresso da realizzare, fino alla prefabbricazione e al periodo subito precedente a questo scritto. Complimenti ancora anche per aver resistito benone a questi ultimi decenni…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.