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Lo scambio curioso per quanto è furioso di opinioni tra gli avatar di questo blog (chè non siamo mica veri fino in fondo dai, non mi sembra proprio possibile e immagino noi tutti assai migliori fuori dalla parte che si è scelta per essere riconoscibile) con addirittura gli interventi in gamba tesa a smarcare la palla, come mai successo prima, dello nostro stesso pseudotimido senion curator (e al sentirsi insignito con una certa pompa di tale titolo in questo autarchico angolo di mondo mi immagino lo sghignazzo di GM), in una partita in cui tutti si segnalano per amarezza e mancanza di ironia fino all’esegesi del «30 e lode e non capire niente» mi sembra segnalino la ficcanza (aahh ooohhh aaaAAAahhh sì! SI’! ANCORA! come godo a praticare la ficcanza di termini ficcanti e addirittura dopo una «pompa» tre righe sopra uuuuuhhh) mi sembra evidenzino la ficcanza (sospiro!) dell’insegnamento di Purini in discenti e colleghi fino ad arrivare in certi casi al limite del bisogno di una seria terapia di sostegno per superare il trauma del padre.
Certo che si può chiamarla furbizia; ma pensarlo mi oscura e confonde le mie già povere capacità di logica e di obiettività, ovvero quelle che più di altre mi piacerebbe tener da conto.
Certo si può disprezzarla quale confusione sofistica di saper dire tutto e il contrario di tutto; però pensare così mi sembra giustifichi una mia arroganza da «dotto ignorante» (e per carità lasciamo fuori Niccolò Cusano e usiamo il termine solo in senso trashpop alla Moschini solo perché è “fica” come antinomia, evocativa a orecchie ignorandotte di chissà quali profondità teologighe) e giustifichi in sostanza una mia protervia da signor Sopracciò del Benaltrismo.
Certo si può evocare lo sbarbo e spettrale ectoplasma di un Quaroni organico vicino a Zevi ma talmente meno ipocrita da ammettere un’oggettiva inferiorità intellettuale rispetto a Muratori segnalandolo finalmente in bibliografia e allora sentirsi (imperdonabile!) sacrosantamente offesi nei propri pregiudizi dalla presunzione di voler ricapitolare nel proprio lavoro didattico o grattaceleste cent’anni di Scuola Romana Conlamaiuscola, per di più non solo architettonica ma pure artistica; però pensare alla sua di presunzione mi sembra un buon modo per non vedere la mia: immaginarmi una bella trave in lamellare nel suo occhio è quello che ci vuole per giustificare quella predalla pretesa che mi trancia il corpo calloso interrompendo il flusso tra emozioni e ragione.
Certo posso chiamarla in tutti questi modi e farlo mi fa sentire, sinceramente, una persona molto peggiore.
E mi fa veramente pena il fatto che per arrivare con più buona fede, sotto un cielo migliore, a chiamarla semplicemente, «generosità» devo con vergogna prima fare l’elenco di «alcuni temi su cui dovrò cambiare idea».