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Paradossalmente è proprio la poesia rossiana a rivelare ai miei occhi, forse per la prima volta, in questo corto circuito archicefalico, la poesia della Hadid a cui sinceramente sono stato sempre abbastanza impermeabile per scarsa sensibilità al pop/rock punk-dark-gothic-emo e questo è sicuramente un torto mio.
E non c’è nessuna delle vecchie semplificazioni apollinee-dionisiache o seriali-organiche che reggano ancora.
In modo diverso sono apollinei e organici, in nome dell’Arte e a pari merito, tutti e due.
Di un’Arte che pretende per se stessa un ruolo «a garanzia di tutti i cittadini» per dirla come la dice l’ordine degli artisti a cui appartengo.
E guardando questa unica doppia immagine riconosco che sono ormai immerso in un enorme melassa appiccicosa marca Dal Co, che giusto una quindicina di anni fa, su uno dei suoi primi Casabella, pubblicava Ghery e subito a seguire Rossi e mi toccava tornare a guardare la copertina per capacitarmi di non aver comprato Domus o peggio L’Arca, cosa che con la precedente noiosa e poco spettacolare “linea” Gregotti non sarebbe mai successo.
Una melma critica ha travolto tutto, anche la critica stessa, e arriva alle caviglie e ci si muove a fatica.
E forse è giusto così perché non ho voglia di tornare indietro e non c’è più nessun posto dove arrivare.