Restauri romani …

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2 Responses to Restauri romani …

  1. simone ha detto:

    Rosso Tramonto? Ma non è che era anche lui “giallo Torino”?

    http://www3.lastampa.it/torino/sezioni/cronaca/articolo/lstp/377363/

    l’ultimo restauro risaliva, guarda caso, al 1961, esattamente cinquant’anni fa, data del primo centenario dell’Unità d’Italia. Ma, soprattutto, più che fuori moda, si trattava di un abito contraffatto, com’era un tempo contraffatto l’intero colore che dominava il centro storico: quel famoso «giallo Torino» che per anni i torinesi si sono tenuti credendo fosse la tinta originale, filologicamente corretta, dei palazzi aulici, e che invece era soltanto frutto di una colossale cantonata.

    Così com’era «giallo Torino» piazza San Carlo e Palazzo Reale, risultano ancora oggi «giallastri Torino» i fantastici palazzi di fronte al primo parlamento italiano: «E l’accostamento con l’appena restaurato Palazzo Carignano appunto – ha dichiarato ieri l’assessore alla Cultura e al 2011 Fiorenzo Alfieri – risultava davvero stonato».

    e infatti…

    Fai clic per accedere a colore_68_web-20111122-145717.pdf

    A Torino, come si è visto nello studio citato, in epoca barocca si impone
    il modello del Theatrum Sabaudiae. Per rendere più ricca l’immagine
    della Città, allora capitale dello Stato Sardo, con ambizioni europee, il
    “Piano colore” allestito contestualmente col piano urbanistico, riveste
    le facciate formate normalmente da fondi lisci (con eventuali sfondati)
    e rilievi e cornicioni in aggetto, con colori per lo più imitativi dei materiali
    edilizi nobili locali (pietre, marmi e graniti), mentre pure i legni e i ferri
    si nobilitano cromaticamente, diventando colore “bronzo” e in qualche
    particolare decorativo, persino colore “oro”.
    Nell’ambito del Piano del colore di Torino, il colore più diffuso in assoluto,
    almeno relativamente agli assi viari principali, come si può vedere
    dalla ”Mappa cromatica” e dalla “Tavolozza dei colori” di Torino (v. Figg.2-
    3), è costituito dal colore “Molera” o Mollera, o “Molassa”, imitativo della
    “pietra molera“, una pietra dal caratteristico colore giallognolo (“Giallognolo
    detto molera”, “Giallognolo-mollera”). Questo colore viene declinato
    nelle diverse tonalità chiare o scure a volte con inflessioni dialettali
    (“Molera chiaro” o “Mollera chiaro”, “Molera scuro”, “Mollera scuro” o
    “Mollera oscuro”, “Molura oscura”, “Pietra molare chiara”, “Pietra molare
    scura”, “Pietra Mollera”, “Pietra Molassa”, “Pietra detta Molassa”, “Pietra
    detta Molassa più chiara”).
    Questo colore “corre” tutte le vie e piazze principali, combinato variamente
    con altri colori, a seconda della località. In realtà, come si vedrà
    più avanti, si tratta del colore naturale della “calce forte di Casale”, che i
    trasporti ferroviari nella metà dell’800 rendono questa calce (e questo
    colore) accessibile a Torino e in altre località piemontesi e che verrà denominato
    pomposamente “Giallo Torino” o “Giallo Piemonte”, soppiantando
    gli altri colori del Piano colore originario.

    ‘Na colossale cantonata…beh io me lo ricordo quel giallo, non capendone niente non so dire se fosse bello o meno, ora tutto è bianco panna.

    Per quanto possa sembrare assurdo, mi manca Torino quand’era brutta: una città-fabbrica immersa nello smog e denigrata per il suo grigiore dal resto d’Italia. Non so come spiegarlo, ma aveva la bellezza nascosta che il viaggiatore a volte scopre con stupore in contadine poverissime quando viaggia nel terzo mondo; una bellezza unica che poi, una volta ripulite e rivestite di lusso, diventa fredda e banale come quella di milioni di altre ragazzotte borghesi sparse in giro per il mondo. Ecco, oggi Torino si è rifatta il guardaroba, ha sfrattato i miserabili dal centro, si è tolta il cerone giallo, le ciminiere sono demolite o spente (o diventate campanili di Botta), eppure è diventata più insipida, non sa più bene nemmeno lei quale sia la sua vera identità.

  2. Manuela Marchesi ha detto:

    il “bianco panna” e’ diventato un pernicioso vezzo pseudofilologico, secondo me. Se tutta la facciata e’ uniformemente bianco panna (o come dico io “color cacca di cicogna” ), si perdono cornici, timpani, aggetti, decori vari che negli antichi palazzi sono elementi fondamentali, come ogni storico dell’architettura sa e, se e’ nella sua funzione, insegna. Ultima perla che ho visto e’ una grande facciata su via del Tritone, nella parte alta: tutto bianco, ma bianco tutto: ogni decoro nascosto dalla colata bianca, senza la minima considerazione per quello che doveva essere il pensiero del progettista post Unita’ d’Italia. Gia’ quell’architettura e’ pesante di per suo, ma renderla un muro candido che “spara” mi sembra voler far del male alla citta’…

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