Li tanti architettori …

Da Giancarlo Galassi: …

“Caro professore,
questo disegnino, di Adelaide Regazzoni, l’ho fotografato appeso
nello studio di Gianfranco Caniggia.
Da sempre, come siamo organici a un corpo di carne e sangue, siamo
organici a un paesaggio costruito, dal reparto maternità di un ospedale
alla casa di riposo (Morris).
Forse per questo siamo tutti espertissimi di architettura. Però per
gli acciacchi fisici si chiama il dottore e dello specialista ci si
fida per forza, rischio la vita.

L’architetto invece è una figura vagamente superflua e in fondo non
lo si considera più esperto di noi in fatto di buon gusto.
Deve distinguersi piuttosto per il colpo di teatro, la boutade, deve
épater le bourgeois, meravigliarci, fare ciò che non ci passerebbe per
la mente (un grattacielo mosso dal vento tra altri squadrati oppure  
una città neorinascimentale in una periferia di casamenti
prefabbricati). Sarà che da sempre dalla meraviglia scaturisce la
curiosità e dalla curiosità l’intelligenza (Aristotele) ma ci sarà pure
una speranza di servire l’intelligenza e la sensibilità delle persone
con l’architettura che non rimbambirli a «ooh» di meraviglia !?

G.G.

Questa voce è stata pubblicata in Architettura. Contrassegna il permalink.

17 Responses to Li tanti architettori …

  1. ettore maria mazzola ha detto:

    Ottimo!
    Anche se non sono del tutto d’accordo nel porre sullo stesso livello chi propone “il grattacielo mosso dal vento tra altri squadrati oppure una città neorinascimentale in una periferia di casamenti prefabbricati” Sicuramente ambedue cozzano con il contesto, ma nel secondo dei casi probabilmente si ravvisa un atteggiamento più rispettoso a livello ambientale e paesaggistico e, soprattutto, mirante a creare nei residenti, non più ghettizzati in una periferia, un senso di appartenenza.
    Ciao
    Ettore

  2. MAURO ha detto:

    Architetto Galassi, io ho studiato che gli architetti erano (sono) Vitruvio, Adriano a Tivoli, gli architetti delle terme romane, delle chiese romaniche o delle fabbriche gotiche, oppure L. B. Alberti, Palladio, il Rossellino a Pienza, Libera, Terragni, Kahn, Caniggia, Saverio Muratori, Leoncilli Massi e quanti altri se ne potrebbero aggiungere. Poi, nel mondo del lavoro, ho trovato committenti che non pagano, pensando che poi gli architetti siano quelli “strani” che usano la fantasia e vanno bene a metterti sù le piastrelle di firma nella doccia vetrata; oppure i geometri che progettano (e la composizione, dove l’avranno mai studiata?) e l’assessore comunale (guarda caso architetto o ingegnere) che si preoccupa solo di dare incarichi professionali (con quali titoli poi?) a quei tecnici, senza titoli appunto, appartenenti alla sua parte politica….
    Non le dico la fatica professionale per non appartenere a questa “cricca”.
    La saluto
    Mauro

  3. giancarlo galassi ha detto:

    @ Ettore
    Perdonami se ti appaio cinico ma nessun progetto di archistar o dei loro scimmiottatori prescinde, soprattutto recentemente, da rispetto ambientale e paesaggistico. Anzi, questi argomenti sono la prima bandiera insieme a quello dei bassi costi di manutenzione (una bandierina che si sta alzando sul pennone in tempi di crisi – forse bisognerebbe dedicargli un post) e anche sociologicamente nessuno, Archistar o Brodostar, ha intenzione di costruire ghetti – ti sembra un ghetto il fantastico centro leonardo*? Lo è almeno tanto quanto la garbatella.

    I quartieri diventano ghetti quando sono abbandonati dalle scuole, dalle parrocchie, dai centri sociali, dai mezzi pubblici, dalla nettezza urbana, più in generale, dalla politica. Quartieri lasciati abbandonati a se stessi come lo ZEN o il Corviale per pura inettitudine ideologica.
    Possiamo pure chiamare Biagio Rossetti a costruire una nuova Ferrara (ti cito proprio il tuo amato Zevi* per scherzo) al posto del Laurentino ma se non la si amministra con grazia l’architettura è inutile.

    Oppure dobbiamo dar fede agli esperimenti esoterici alla Masaru Emoto* nei quali è l’etichetta sul contenitore a decidere del destino del contenuto. Nel caso dell’architettura le parolacce sarebbero balconi e tetti piani e le parole cortesi lesene e tetti a falde.

    Quindi non stremarmi come un predicatore sull’uscio di casa se del new urbanism e del fanatismo sull’architettura d’antan in nome di principi ideologico sociologici non posso proprio convincermi. Te lo chiedo per pietà. Anzi per tenerti buono ti dico subito che se ti dessero l’incarico di un quartierino su un terreno libero ti sosterrei, anche se preferirei di gran lunga una ristrutturazione dei servizi in uno dei quartieri di edilizia popolare che vorresti demolire ( ma non posso chieder la luna).

    Mi viene in mente che laddove gli insediamenti sono nati in cooperativa, Casilino 23 di Quaroni oppure Vigna Murata di Moneta, e quindi il controllo politico era ed è diffuso, le cose hanno funzionato e funzionano. I servizi che mancavano gli abitanti li hanno realizzati, anche a loro spese (vedi il parcheggio interrato al Casilino). Prova a chiedere se anche lì vogliono demolire i loro casamenti!
    Ciao.

    @ Mauro

    Io ti ringrazio personalmente Mauro (perdonami il tu confidenziale) per la fatica di non far parte della «cricca» . Purtroppo di cricche ce ne sono dovunque e solo da dentro possono essere cambiate.
    Io per un certo periodo della mia vita per evitare di farne parte decisi di alzare il livello delle mie conoscenze dell’architettura, imparare almeno quanto sia pesante, e sono andato a fare l’operaio.

    Mi sentivo più onesto a legare il ferro delle armature anche se ero un inetto totale. Ma mi rodevano dentro le parole di Don Milani* che non serve a niente avere le mani pulite se uno le tiene in tasca o dentro i guanti da carpentiere.
    Quindi sono qui a scriverti di architettura. Come posso. Commettendo continuamente errori. Non importa.
    Ciao.

  4. Pietro Pagliardini ha detto:

    Caro Galassi, ma davvero pensa che siano i “sevizi” a determinare la qualità di un quartiere? Beh, certo, i servizi devono esserci, o come direbbe Catalano, è meglio che ci siano invece che non ci siano. Davvero pensa come Gregotti, la cui autodifesa, pur spericolata, è comprensibile, che con i “servizi” lo Zen sarebbe stato un quartiere vivibile?
    E poi, quali servizi? La scuola, certo, la parrocchia, certo, i centri sociali, un po’ meno certo, e poi i mezzi pubblici e la nettezza urbana è ovvio, sono i minimi inderogabili.
    Non le sembra, a parte la parrocchia, di aver citato come riferimento solo “servizi pubblici”?
    La qualità della città è determinata solo dalla presenza pubblica? La società è determinata solo dalla mano pubblica? A me sembra che lo spazio pubblico sia determinante per la città, ma lo spazio pubblico non è “servizio” dello stato, è lo spazio urbano a disposizione dei cittadini, ed è determinato dalla qualità più che dalla quantità.
    Soprattutto manca, nel suo elenco sommario, un accenno all’elemento determinante alla vita della città: il commercio, l’artigianato, la congerie di attività private, lo scambio.
    E questo avviene, lei sa molto meglio di me, lungo la strada. Ma negli esempi che lei porta la strada non esiste, non c’è, a meno che non consideri strade anche i ballatoi. Nelle strade dello Zen ci sono garage, fortunatamente utilizzati come piccole attività, magari abusive.
    Forse ho esagerato e deformato il suo pensiero, forse voleva dire anche altro che io non ho capito o che è rimasto nella tastiera, ma il pensiero di tornare alla cultura degli standard, dei “servizi” (farmacia e ufficio postale) mi fa intristire. Lo sa che quella cultura ha ridotto gli architetti a ragionieri e le città in dormitori, magari col verde intorno?
    Quanto alle cooperative, su cui non sputo affatto perché è il piatto in cui ho mangiato e che, in gran parte rimpiango (parlo delle cooperative vere), hanno avuto sì molti meriti, ma la politica che le guidava, politica influenzata dagli architetti e dall’ideologia, era intrisa della cultura degli standard e i risultati, pur migliori certamente di quelli da lei indicati, anche perché nelle cooperative vere decidevano i soci (e stia tranquillo che con un progetto tipo Corviale ci sarebbero fuggiti dietro) non sono a livello urbanistico molto migliori.
    Case più umane sì, molti ingenui archettini interni, qualche parete interna rivestita in pietra, caminetti in mattoni e “architetto, come ci starebbe un muretto basso nell’ingresso? Bene signora (e che vuoi dirle: male?) però se poi si stanca ci vuole il muratore…..meglio un mobile”, la rivincita del privato sul pubblico, dell’individuo sulla collettività, del desiderio sull’obbligo, del potere (verbo) sul dovere (verbo), ma la città resta altrove. Dove è sempre stata.
    No, Galassi, abbiamo tradito la fiducia dei soci di cooperativa, che ci hanno messo amore, sogni, entusiasmo, sacrifici, risparmi. Gli abbiamo dato la casa ma li abbiamo depredati della città.
    E non si preoccupi per il Corviale, non glielo tocca nessuno, al massimo glielo colorano di verde! Non succede niente in questo paese. Niente di buono almeno.
    Saluti
    Pietro

  5. ettore maria mazzola ha detto:

    Caro Giancarlo,
    mi dispiace dissentire riguardo ai progetti delle archistar e delle “brodostar” (complimenti, mi piace tantissimo questa definizione). Infatti mi sono recentemente divertito moltissimo a sbugiardare moltissimi progetti che erano accompagnati da parole a favore dell’ambiente e della sostenibilità ma che, nella realtà risultavano assolutamente all’opposto.
    Quanto allo scaricabarile sulle responsabilità del degrado di quartieri come lo ZEN, credo che sia stato molto facile per Gregotti & co. usare questo argomento per giustificare il fallimento totale di quel progetto. Infatti, visto che ho appena terminato il progetto di rigenerazione urbana dello ZEN (1 e 2) – che andrò a presentare a Palermo prossimamente – nei mesi scorsi ho dedicato moltissimo tempo a ristudiare a fondo il progetto e le sue intenzioni, ho potuto interagire con alcuni residenti per cercare di comprendere le problematiche esistenti e dare una risposta alle loro esigenze, sicché posso affermare con certezza che la responsabilità (come nel caso di Corviale – per il quale presenterò il progetto il 23 e 24 settembre all’Ara Pacis) è solo ed esclusivamente dei progettisti, che hanno voluto utilizzare i futuri residenti come cavie su cui testare le scelte progettuali derivanti dall’esasperazione ideologica.

  6. ctonia ha detto:

    Beh, comunque, vedo che lo Zen tira sempre moltissimo :-)
    Sarà il bagno mattutino, ma credo che diamo sempre troppa importanza causale ai nostri progetti… Pensate davvero che con una diversa architettura la gente che ha abitato lo Zen avrebbe prodotto un quartiere diverso? Ho il sospetto che ci crediamo molto importanti, diciamo, tanto da riuscire a “produrre” la società.
    Questa idea è il frutto avvelenato della concezione dell’architetto come demiurgo, che forse alcuni hanno frainteso: no, non chirurgo, demiurgo, compà… un banale vasaio, niente più.
    Non siamo medici, non possiamo curare nessuno, anche se la bellezza fa meglio della bruttezza (a proposito di Catalano).

    • pietro pagliardini ha detto:

      Lo Zen tira ma non l’ho tirato fuori io. Per una volta non sono stato osceno, ho solo replicato. Non ho una visione salvifica di architettura e urbanistica ma so che un ambiente squallido non aiuta la vita. Quindi meglio il bello che il brutto. E poiché negli ultimi decenni il brutto, l’osceno prevale nettamente, non per colpa del destino cinico e baro ma per colpa della politica e degli architetti consigliori, é chiaro che bisogna cambiare. Chi crede il contrario é un conservatore sclerotizzato e sclerotizzante
      Il resto é vita
      Pietro

  7. gaincarlo galassi ha detto:

    @ Pietro e Ettore

    L’ideologia degli standard è il grado 10 dell’urbanistica e il grado 0 dell’architettura. Sono un po’ pignolo nel tenere separate le cose perché ho l’impressione che il new urbanism tenda a confonderle. Applicando i medesimi standard Pietro Barucci ha costruito Tor Bella Monaca * cinquant’anni fa e il Quartaccio * venti anni dopo, tanto per citare due esempi del medesimo progettista. Eppure, architettonicamente, i due quartieri sono impostati su una diversa immagine o idea di città. Con il tentativo, nel secondo caso, di recuperare volumi, altezze e quindi strade e piazze della città storica (poi possiamo discutere all-in-fi-ni-to sul linguaggio utilizzato e in caso mi tiro fuori).

    Quindi non c’è ideologia, anche nella biografia del medesimo autore, che non trovi e voglia correggere le mostruosità di un’altra. I centri storici erano considerati orrendi e invivibili cento anni fa e la cultura architettonica del tempo vi trovava errori del tutto confrontabili a quelli che adesso riconosciamo nei casamenti degli anni ’70, dalla cattiva qualità della costruzione all’inadeguatezza degli spazi. Ne conseguiva: atterrare tutto con gli sventramenti.

    Chissà se, in linea di massima, si possa smettere con questi metodi avanguardistici, se non altro perché non ci sono più soldi. Occorre «rigenerare» (ti rubo il termine, Ettore) la politica della città, la sua amministrazione, che poi si manifesta nei servizi e ovviamente, ha ben ragione Pietro, nella creazione innanzitutto di posti di lavoro. E parlavo proprio della politica in generale ma poi con gli esempi mi sono fermato sul pianerottolo di casa.

    Lavorare con tenacia sui tempi lunghi, quelli della città. Usare i soldi per pagare bene i migliori insegnanti della Sicilia perché vogliano insegnare nelle scuole dello ZEN e si formi un paio di generazioni di abitanti che abbiano voglia di essere cittadini. Lo stesso valga per sovvenzioni all’imprenditoria che voglia investire nella zona (trascuro solo per brevità la piaga malavita organizzata che è poi una delle radici dei disagi allo ZEN infiltratasi nell’assegnazione degli alloggi).
    In sintesi tutti i soldi per scuola e lavoro. E niente soldi agli Architetti Sfascisti. Non hanno ragioni logiche per meritarseli. Forse politiche: per fare da foglia di fico a amministratori inetti.

    Concludo stemperando il mio discorso da ogni possibile assolutismo.
    Errori allo ZEN, a Corviale e al Quartaccio ci sono sicuramente. Non si può difende ciecamente il lavoro di Gregotti, Fiorentino o Barucci (ad esempio via Andersen che attraversa il Quartaccio * mi appare troppo larga e la crescita degli alberi non sarà di gran soccorso). Le intenzioni originarie di un progettista possono restare disattese non solo per cattiva gestione ma per il mutare delle abitudini dei residenti e ovviamente per effettive valutazioni errate in fase di progetto. Tutto ciò richiede correzioni ma da correggere a demolire tutto… da qui a far espiare all’architettura le colpe della politica, ce ne passa.
    Ciao.

  8. ettore maria mazzola ha detto:

    caro Cristiano,
    il tuo commento rischia di essere catalogato come “classista”. Se conoscessi meglio la realtà palermitana dello ZEN e del centro storico, ti renderesti conto che il tuo commento è il frutto di chi vuole credere ai luoghi comuni che sono stati creati a difesa delle malefatte di Gregotti e del suo staff (Franco Amoroso, Salvatore Bisogni, Hiromichi Matsui e Franco Purini) E’ indubbio che allo ZEN ci viva anche della gente che si è insediata abusivamente e che svolge attività illegali, ma è anche vero che ci vive tanta brava gente, ricca di umanità nonostante tutto. Se vai a rivederti la video-intervista delle Iene, ti renderai conto che, mentre gli “zenioti” mostrano una certa dignità e una mancanza di rassegnazione, il “grande” Gregotti si mostra assolutamente indegno del rispetto che tutt’oggi gli si riserva in ambito accademico e tecnico. Infatti, pur avendo realizzato quel progetto dicendo che avrebbe dovuto mettere in pratica la “Nuova Gerusalemme”, ovvero “un luogo dove non esistono più le distinzioni di classi sociali”, alla domanda di Lucci: “perché, visto che dice essere così bello e riuscito non si trasferisce a vivere allo ZEN?” risponde “Che c’entra, io faccio l’architetto, mica faccio il proletario!”
    Detto ciò, ti dico che la stessa ipotetica “gentaglia” che vive allo ZEN accanto a tanta brava gente, è anche quella che vive nel centro storico di Palermo, che rappresenta un meraviglioso esempio di mix sociale, specie negli ultimi anni, durante i quali molti cosiddetti “pentiti della vita di periferia” hanno deciso di trasferirsi per avere una vita più sociale e in un ambiente molto più umano in grado di dargli un senso di identità e appartenenza. Se ne deduce che, a parità di tipologia di abitanti, l’ambiente influenza fortemente i comportamenti. Non è una mia scoperta (… non vorrei che pensassi che voglia fare il demiurgo di turno …) ma una conquista che risale a 100 anni fa, al lavoro di Orano, Magni e Pirani a Testaccio, e che portò l’ICP a coniare lo slogan “la casa sana ed educatrice! Cosa che i tanti architetti sociopatici degli anni ’60, ’70 e ’80 hanno totalmente ignorato grazie alla loro visione distorta della realtà, una visione profondamente influenzata dall’ideologia in base alla quale si è insegnato, teorizzato e praticato in Italia, specie dopo il ritorno in patria di Zevi. Io penso che se tutti fossimo in grado di metterci in discussione e di far partecipare la gente (come fecero Orano & co.), i risultati si vederebbero subito.
    Ciao
    Ettore

  9. ettore maria mazzola ha detto:

    caro Giancarlo,
    ho scritto il precedente messaggio in risposta a Cossu, ma molte delle cose che ho detto replicano anche al tuo ultimo commento che ancora non avevo letto.
    Ferma restando la mia posizione ipercritica nei confronti di New Urbanism (se applicato in Italia), mentre in America può averci un senso, mi limito ad aggiungere un commento a ciò che dici in apertura. Urbanistica e Architettura NON SONO ASSOLUTAMENTE SEPARABILI! Proprio a causa della compartimentazione delle professioni abbiamo avuto il decadimento di architettura e urbanistica e ma morte dell’artigianato. Quanto alla generazione di posti di lavoro e alla necessità di rigenerare in toto “la politica della città, la sua amministrazione (…) e la creazione innanzitutto di posti di lavoro”, voglio rassicurarti perchè io ne faccio il mio cavallo di battaglia, ne ho scritto fino alla noia (ti raccomando il mio ultimo “La Città Sostenibile è Possibile” a conferma di quanto dico).
    Cordialmente
    Ettore

    • MAURO ha detto:

      Io consiglierei, invece del testo “La Città Sostenibile è Possibile”, “Lestetica dell’Architettura. Saggio sullo sviluppo dello spirito costruttivo” di Salvatore Vitale, argomenta sullo Spazio compositivo……Quello sì che era sostenibile. Possibile? Magari……
      MAURO

  10. ctonia ha detto:

    Ettore, sono già stufo dei tuoi commenti socialmente corretti ancora prima di iniziare l’anno accademico…
    Non sono mica un proletario! :-)
    baci
    c

    • ettore maria mazzola ha detto:

      Caro Cristiano,
      mi sembra che ti stufi troppo facilmente … non credo di aver detto niente di strano mettendo in discussione certe affermazioni.
      Se poi vogliamo rimanere nel faceto allora ti chiedo: Non pensi che con le ultime “strategie” ecomiche del governo miranti alla distruzione del ceto medio, presto saremo tutti dei proletari?
      Ciao
      Ettore

      • ctonia ha detto:

        Per Ettore e Mauro, accomunati da mancanza di ironia, senso del paradosso, voglia di scherzare: ma avete fatto le vacanze? Possono essere utili :-)
        baci e abbracci!
        c
        ps: hasta la victoria etc, of course :-)

  11. MAURO ha detto:

    Cristiano, sei caduto nella provocazione, rispondendo con un commento un po’ “classista”, dal sapore “nazional-giacobino”. Non ci sarebbe nulla di male ad essere un proletario, in fondo erano coloro che non disponendo di beni, potevano “denunciare” solo la (numerosa) prole……Che male c’è a denunciare regolarmente? A proposito di denunciare regolarmente, ce ne fossero che lo fanno, soprattutto quando mancano all’appello 150 miliardi di “euri” all’anno di mancate denunce a causa dell’avasione…..
    Ciao
    MAURO

  12. ettore maria mazzola ha detto:

    Caro Cristiano,
    a me l’ironia piace eccome, tant’è che anch’io mi sono divertito a fare post e commenti, anche su questo blog, puramente ironici. Il problema è che il tuo messaggio non aveva proprio niente di ironico, ti limitavi a dire di essere annoiato dal mio testo “socialmente corretto”, e quando si toccano certi temi sono portato a prenderli seriamente.
    Hasta la victoria .. siempre!

    • MAURO ha detto:

      Cristiano, come sai ho fatto delle vacanze che te e Mazzola “non mi portate neanche l’acqua”………..
      Comunue: “DI SOLITO L’IRONIA, PIU’ CHE UN EFETTO RIUSCITO, E’ UN’INTENZIONE MANCATA”……

      Come sai, chi provviene dalla tua Scuola non lo porrei mai in discussione……neanche se una mattina ti svegliassi sostenendo l’opera di Renzo Piano ………L’ho detta grossa?
      ciao
      MAURO

Scrivi una risposta a Pietro Pagliardini Cancella risposta

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.