Addio al museo di Libeskind
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Certo siamo tutti addolorati per questo lutto. Ma la notizia vera mi sembra quella che, a furia di fare architettura, invocare cultura, chiedere servizi, spazi museali, ci si ritrova con contenitori vuoti e/o sottoutilizzati.
Se lo dice anche Boeri, deve essere proprio vero!
Pietro
Non conosco il progetto ma a guardare questa immagine sembra che Libeskind abbia scambiato Milano per qualche città del golfo persico o dell’estremo oriente dove, anche gli architetti di un certo “spessore”, si sono lasciati andare ad architetture senza freni inibitori, come quelle vacanze che spesso gli occidentali trascorrono nei Paesi esotici, con regole civili molto labili, all’insegna della trasgressione e quant’altro per cui nei Paesi di origine si potrebbe anche rischiare penalmente.
Libeskind non è il mio genere, ma qualcosa di meglio è riuscito a farlo.
e se non trovano i soldi neanche per “la Grande Brera”, ovvero per “Coprire con un cappuccio di vetro il cortile di Brera. Velare per sempre ai visitatori del palazzo «il bel cielo di Lombardia, così bello, quando è bello…». E perché? Per fare un guardaroba? Un bar caffetteria? O per facilitare l’ attraversamento del cortile stesso quando piove? Non mi paiono delle buone ragioni per spendere tanti soldi e per snaturare un monumento. Non siamo a Londra; non scimmiottiamo il British; un cortile in Italia è un cortile: con il suo doppio ordine di colonne, con il suo cielo alto e lontano, azzurro chiarissimo la sera al tramonto; blu smaltato col vento a mezzogiorno” -Alessandra Mottola Molfino (9 giugno 2010) – Corriere della Sera-,
se non li trovano neanche per questa ulteriore follia, firmata dal designer in aspettativa Mario Bellini, se dovesse davvero succedere, come in quei sogni da cui non vorresti mai risvegliarti, potrei perfino consigliare a mio figlio, fresco di maturità, di provare a studiare architettura.
Riguardo a questo progetto, Libeskin disse (fonte http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tempo%20libero%20e%20Cultura/2008/03/milano-mac-libeskind.shtml?uuid=4df83e74-f434-11dc-8cf7-00000e25108c&type=Libero)
“Mi sono chiesto, come riportare nel XXI secolo l’idea rinascimentale dell’uomo al centro dell’universo. Da qui, ho lavorato sulla torsione del quadrato e del cerchio che arriva fino al Duomo», e ne riprende il materiale, il marmo di Candoglia. «Una forma organica con i quattro angoli che rappresentano le stagioni e che ha all’interno uno spazio fluido pronto a essere vissuto a pieno dal pubblico”
Al di là del discorso flou flou frou frou, vorrei sottolineare che già al tempo era ben noto a tutti che il marmo di Candoglia quasi non ce n’è più, quel pochissimo va mantenuto qualora fosse necessaria qualche riparazione del Duomo. Il che, la dice lunga su tutto il resto.