La cultura bestiale degli architetti …

Questa voce è stata pubblicata in Architettura. Contrassegna il permalink.

8 Responses to La cultura bestiale degli architetti …

  1. giancarlo galassi ha detto:

    Gentile Pagliardini e grintoso Mazzola,

    i vostri dubbi sono gli stessi che i collaboratori di Caniggia gli rimproveravano durante la stesura dei progetti: – Ma come puoi essere convinto che un metodo permetta di evitare errori o sia in grado di predeterminare tutte le scelte?
    Caniggia rispondeva tranquillamente e senza rimorsi: – Sì. E’ impossibile. Bisogna essere anche dei bravi architetti.

    In quel «esser bravi» può venire giù oppure stare in piedi tutto un mondo.

    Nel progetto di concorso per Campo di Marte a Venezia redatto con Paolo Marconi e altri nel 1984 erano previsti lotti non edificati per edifici residenziali a carattere linguistico ‘eccezionale’ da destinarsi a progetti di architetti di differente ‘scuola’ (o di nessuna scuola se non la propria) nella convinzione che se il progetto complessivo tiene l’eccezione lo rafforza.

    Il lavoro teorico e progettuale sull’architettura iniziato da Muratori e dei suoi allievi più ortodossi (Maretto, Cataldi, Giannini, i fratelli Bollati ecc. e filtrato in qualche modo nei testi della cosiddetta Tendenza, di Aymonino ecc.) probabilmente con rimorsi e sensi di colpa nei nodi difficili della pratica è stato proseguito invece in modo più eretico da Caniggia (che stava solennemente sulle scatole a Muratori e che sensi di colpa sulle ‘eccezioni’ di progetto non mi risulta ne abbia avuti), questo lavoro teorico …dicevo… ha quelle peculiarità logiche che lo inseriscono a buon titolo sulla scia del razionalismo moderno alla cui origine era il tentativo di liberarsi dall’ «esoterismo» delle scelte architettoniche beaux arts.

    Fare delle scelte logiche fino al limite cui la logica edile può arrivare, e nel caso delle residenze si può coprire tutta la gamma delle possibilità, dal master plan ai prospetti, garantisce da sconfinamenti «mistici» personalistici (un esempio che faccio spesso sono le famose «cabine dell’Elba» di Rossi che arrivavano dai suoi ricordi di bambino) nel tentativo di riconquistare il lavoro di tutti i tecnici dell’edilizia (geometri, ingegneri e architetti) a un linguaggio condiviso.

    Poi giungere all’ «assolutamente significativo» che risponda almeno a qualcuna delle nostre domande ultime e più importanti (cosa che l’Arte pretende di fare e sulla sua scia certa A-maiuscolo-rchitettura) è materia afferente sicuramente ciascuno di noi, nessuno escluso, nel lavoro e anche quando scriviamo in un blog. In sede didattica però credo concerna disciplinarmente solo gli insegnanti di Estetica e non quelli di architettura.

    Quindi le mie povere osservazioni sulla corpo vivo dell’architettura dei progetti didattici (che Marconi ha condiviso) per la Moretta potevano e non possono essere altro che logiche. Mica posso entrare nella testa e nei gusti dello studente.

    Può esserci lo studente appassionato da Piacentini che si mette a rifare UN palazzetto novecento o l’altro che pur avendo capito che il panorama linguistico romano è differente decide di utilizzare anche le eccezioni e fare UNA case a schiera a tre file di finestre o UNA su due file messe secondo una campata ritmica.

    Ma sono «eccezioni» in un progetto non la norma e mi sembra che tutte di eccezioni sono costituite le piante e i prospetti che, pubblicandoli, Mazzola ci consente di giudicare.

    Come mi permettevo mesi fa di discutere di Ortinuovi della scuola puriniana su basi logiche (e allora che fossero studenti non era una scusante) sulle stesse ieri ho provato a dire del lavoro dei passatisti alla Moretta e l’altroieri o domani a Tor Bella Monaca.

    Ma se non possiamo incontrarci sulle basi logiche dell’architettura e tutto deve essere ancora facciamo quel che ci pare, studiamo quel che ci pare… ma allora ?

    Poi naturalmente, per carità, ognuno faccia quel che gli pare o quel che è in grado di fare sulla base di quello che ha imparato da insegnanti che dicono di aver buttato dalla finestra un intero decennio di studi sulla città e se ne fanno anche vanto (dai?! è una provocazione?! sarebbe troppo da stupidi… perchè confermerebbe chi diceva che non avete studiato e io li criticavo per questo…)

    Sembra quasi, qua-si, di risentire Bruno Zevi.

    Anche un noto progettista diceva in un intervista linkata su questo blog che era inutile studiare storia, non c’è tempo.

  2. Pietro Pagliardini ha detto:

    Caro Galassi io condivido il fatto che lei parli agli studenti con il linguaggio delle regole, allo scopo (purtroppo vano, ma non per colpa sua) di riuscire a limitare il “tana, liberi tutti”, come di fatto avviene. Ci mancherebbe. Però qui non siamo a scuola. Non perché ognuno di noi muratorini e io per primo non abbiamo niente da imparare, ma perché qui siamo a discutere di un caso molto concerto, siamo dentro la cronaca. E la cronaca prevede sette progetti in un modo e alcuni altri, di studenti, in un altro. Certo, a lei sono stati proposti più direttamente questi ultimi e su questi si è pronunciato, ma degli altri, dei sette, non ha proprio niente da dire?
    Ho letto che il progetto di Portoghesi prevede facciate intonacate di tipo tradizionale ma con spigoli in acciaio per denunciarne la modernità. Mi scuso, ma nasce spontanea l’esclamazione: ma chissenefrega di denunciare la modernità! In tribunale andrebbe denunciata.
    Ecco, su questa cultura, assai diffusa, e a mio avviso fortemente diseducativa proprio per gli studenti, mi piacerebbe conoscere il suo parere, sempre autorevole e mai banale.
    Avrei anche un’altra domanda da farle, ma non voglio approfittare della sua pazienza. Ne parlavo proprio oggi con colleghi di Arezzo che non saprei se definire antichisti, tradizionalisti, muratoriani, caniggiani o che altro; diciamo che in urbanistica seguono le regole, in architettura sono antichisti (lo so, non è una definizione molto scientifica, ma corrisponde alla realtà). Parlavamo appunto del fatto, per tutti noi inusitato, che alla fine a Caniggia, come pure a lei, l’architettura degli anni ’70 si confà molto. Per noi è un mistero, ma non si preoccupi, preferisco, se del caso, una risposta alla prima domanda.
    Cordiali saluti
    Pietro

  3. ettore maria mazzola ha detto:

    Caro Galassi,
    devo dire che, per completezza di informazioni, sarebbe il caso di replicare alle nostre repliche rimanendo nell’ambito dello stesso post, diversamente il lettore potrebbe non avere una conoscenza completa del discorso e quindi dare ragione a questo commento. In poche parole mi sembra un “azzeramento della storia”.
    Paragonare questo lavoro a quello degli studenti di Purini mi sembra a dir poco fuori luogo .. a proposito, io sono stato studente di Purini e mai di Marconi, con la differnza che mentre non condivido nulla del primo (all’esame mi diede 30 e lode ma mi disse che non capico un c… perché mi interessavano certe cose), sono un grande ammiratore del lavoro, scritto e costruito, del secondo.
    Ai nostri studenti non è data nessuna imposizione stilistica, gli viene solo dato un insegnamento privo di ideologia, che consente loro di crescere con una sensibilità diversa da quella artificiale che viene creata nelle facoltà ideologizzate. I progetti che lei ha visto mostrano tre soluzioni, elaborate ognuna da un gruppo di 4 studenti, che mostrano un unico filo conduttore: il rispetto del luogo. Uno studente che, come auspica lei, possa avere un amore particolare per Piacentini o per il razionalismo in genere, e lo utilizzasse per questo luogo, non farebbe un progetto per quel luogo, ma solo per soddisfare il suo gusto personale. A noi, evidentemente, interessa di più il rispetto per gli altri, concetto ignoto alla totalità dei modernisti. Per inciso, leggere il termine “passatista” è davvero triste, mi rimanda alla follia del punto 8 del manifesto di Sant’Elia, ma anche leggere il termine “non moderno” è triste, perché fa capire che si crede che il moderno sia una cosa sola. Per essere più preciso dovrebbe parlare di “non modernista” perché i nostri progetti sono “moderni”, tradizionali ma moderni. Il modernismo è la versione distorta e personale del moderno, è un qualcosa che forzatamente vuole parlare una lingua diversa da quella del suo tempo nella vana speranza di sembrare già rivolta al futuro. come ha detto Edmund Burke:
    «Una civiltà sana è quella che mantiene intatti i rapporti col presente, col futuro e col passato. Quando il passato alimenta e sostiene il presente e il futuro, si ha una società evoluta»
    cordialmente
    Ettore Maria Mazzola

  4. giancarlo galassi ha detto:

    Caro Pagliardini,
    Caro Mazzola,

    (rispondo cumulando le domande perché il blog non consente multireply e poi in prima persona per semplicità – non vi offenderete spero…)

    la ringrazio per l’attenzione a quello che scrivo che sinceramente mi sembra non ne meriti (anche per l’epidemia di irritanti refusi che infesta i miei testi – ovvero i miei pensieri – ma che ho deciso di non accanirmi a correggere, non per mancanza di rispetto nei suoi confronti ma perché siamo sulla Tre Cani e non sull’Enciclopedia Britannica).

    Grazie soprattutto per i toni urbani della reply (la vera ragione per cui le rispondo perché d’altro canto ho l’impressione che la discussione sia andata un po’ troppo per le lunghe … tanto ci sarà modo di parlare sugli stessi temi prendendo a spunto nuovi pretesti).

    Ai dubbi degli aretini mi è facile rispondere perché (inevitabilmente) mi sarò espresso male.
    Degli anni ’70 (fine ’60 – primi ‘80) quello che, nello «specifico» dell’argomento trattato, mi sembrava utile salvare e non cestinabile insieme a Giovannona Coscialunga o Billy Bis non era l’architettura costruita (cui non ho accennato) quanto taluni lavori teorici di tipologia e di storia della città che conservano un certo valore, soprattutto quelli intelligentemente scritti non in forma di sintesi conclusiva ma al fine di essere ‘superati’ da studi più approfonditi.

    Questi studi sono ancora importanti perché fondano un metodo logico di lavoro che non possiamo ignorare per pigrizia o superficialità o snobbare per senso di superiorità generazionale.
    Si tratta di lavori (alcuni più criticabili di altri – quello di Rossi più di quello di Grassi) che ci consentono di essere più consapevoli del linguaggio dell’architettura ai nostri occhi di contemporanei (sono libri molto noiosi – come diceva Nino Dardi – da architetti logorroici che scrivono male e oscuramente, inammissibile oggi dopo aver capito come si può scrivere di scienza da Stephen Jay Gould.

    Capisco che la distinzione basilare in architettura tra asse di specularità o asse di simmetria o la definizione di corpo doppio strutturale triplo distributivo, sono questioni specialistiche e per i più oscure e difficilmente comprensibili, come forse potrebbe esserlo per me una disquisizione tecnica tra cellule gliali e neuroni tra neurochirurghi,– ma, almeno una volta l’anno, si potrà parlare di architettura su un blog di architettura? di blog-sfogatoio è pieno il web… alcuni di un certo valore sono indicizzati su Wilfing che ha molti più frequentatori di questo sito.

    Per questo ho spostato il post sotto lo sfottò del ciuchino cornuto con la speranza di ritagliarmi un angolo meno qualunquista. Forse basta per svicolare dall’alterato di turno che forse inconsapevole di star cadendo dal pero è ignaro della ginnastica polemica contro la pseudocultura di destra o di sinistra che sia da parte di chi scrive su queste pagine. Per carità non che i nuovi ospiti debbano consumarsi le diottrie su un lustro di post ma almeno non si faccia avanti a gomitate con modi da facinoroso nei confronti di chi è capitato di vedere elzeviri pubblicati su Archiwatch a difesa della priorità dei bisogni dei cittadini riscuotere abbastanza interesse da essere prelevati di peso da questi pixel per essere stampati sulla pubblicistica di settore. Perciò Mazzola mi sembra forzato citare la furia dell’uomo della strada per andare fuori dal contenuto architettonico del discorso.

    Per quanto concerne il linguaggio didattico che dovrebbe essere differente del nostro parlare da architetti laureati anche qui mi sono espresso male. Mi scuso molto. Volevo dire che possiamo intenderci sul linguaggio architettonico romano solo se parliamo ‘logicamente’ di formazione del linguaggio e risaliamo al perché, ai motivi costruttivi e distributivi che hanno fatto sì che a Roma le finestre sono disposte in un certo modo e in maniera differente che a Copenaghen. Capire il perché, imparare a parlare di nuovo una lingua fatta di mattoni, tetti, basamenti, ci consente di aggiornarla ai tempi nostri. Razionalmente e alla luce delle conquiste del moderno.

    Ad esempio: Le Corbusier deplorando la rue corridor per ragione di aeroilluminazione delle residenze aveva ragione e costruire edifici di tre piani su strade larghe cinque sei metri è stato un errore consentito per speculazione nel XIX secolo e resta un errore se lo recuperiamo senza granum salis nel progetto all’antica (visto che ‘passatista’ pare sia offensivo – ma, ripeto, la lezione filologica del grande Marconi – e ha ragione! È il termine filologicamente più corretto per quel lavoro alla Moretta e per quello a Tor Bella Monaca… ma perché dispiacersene?).
    Quindi alla Moretta è evidente che, alla scuola dei moderni, occorra diminuire la volumetria preesistente correggendo urbanisticamente lo stato di fatto (era sua la responsabilità diretta con i discenti, vero Mazzola?) e poi linguisticamente l’architettura (e di questo mi sembra che altri fossero i professori).

    Tornando al quesito di Pagliardini: se non ci intendiamo sulle basi logiche dell’architettura di cosa dovremmo parlare? Se come Piacentini faccio un locale Jugendstil o come Zaha Hadid ne faccio uno parametrico ma cosa ti posso dire? Va di moda questo?… Ti piace questo?… Che faccio ti prendo a fucilate? Posso scusare Piacentini che della città non aveva capito tutto quello che abbiamo appreso solo cinquanta anni dopo, Zaha Hadid faccio più fatica a scusarla o posso farlo solo se faccio il finto tonto, accontentandomi e abbassando il livello della mia credulità (Chesterton docet).

    Quindi la questione Moretta è stata da me affrontata su queste pagine web (del resto così ha fatto in tutto il suo lavoro, non distinguendo tra scuola e mestiere, l’architetto che più mi ha interessato negli ultimi 15 anni dopo una decina passati a studiare Giovanni Michelucci) in senso logico (che purtroppo, o per fortuna, coincide con didattico) perché altrimenti di cosa parlo con Mazzola? Gli dico che il suo progetto all’antica è pieno di errori a tutte le scale (come è) perché secondo il mio gusto del tutto soggettivo una casa a schiera un po’ più bassa dava un colore diverso alla strada? O un palazzetto con meno cornici avrebbe evocato una certa aria medievaleggiante che non avrebbe stonato accanto ai valori plastici di linee secentesche valorizzandone alquanto i giochi d’ombre delle cornici? Oppure avrei apprezzato la cortina molatadi rivestimento ovvero la screziatura degli intonaci dei diversi toni ocra? Insomma delle argomentazioni da pittore da p.za Navona?

    Ma dai, mi vergogno! Mi sembra di essere [omissis] su Casabella a proposito di [omissis].

    Ps.: l’operazione dei progetti dei sette è un’operazione del tutto propagandistica come propaganda era chiamare Marconi in Campidoglio per chiedergli un masterplan.
    Dal canto mio proverei un operazione di ricucitura tipologica (non proprio ‘quel’ progetto di Caniggia perché quel lavoro di 25 anni fa ha fatto il suo tempo in certi passaggi e andrebbe corretto – naturalmente in dettagli e argomenti così disciplinari su cui sarebbe assurdo dilungarsi qui… e poi non ne posso più!).

    Infine per non eludere la domanda da due centesimi (se ne ho dimenticate qualcuna è in buona fede) se dovessi scegliere tra i 7 il progetto più sincero e didattico (secondo la sua scuola) dei 7 mi sembra quello di Purini. Sincero anche per un certo qual valore effimero che corrisponde bene al carattere aleatorio di tutta l’operazione.

    Un abbraccio.

    A chi ha letto questo predicozzo fin qui pago un caffè se mi incontra. Ma chi te l’ha fatto fare…

  5. pietro pagliardini ha detto:

    Quando verrò a Roma, mi deve un caffè.
    Pietro

  6. ettore maria mazzola ha detto:

    Caro Galassi,

    resta abbastanza fuori strada, sempre per le ragioni di cui sopra.
    Questi progetti sono stati fatti dagli studenti della ND, e quindi li ho seguiti io dall’inizio alla fine, ma sono progetti di studenti e sono fatti in 4 settimane, precedute da uno studio analitico che li ha condotti ad elaborare un abaco linguistico specifico dell’area in cui il progetto doveva sorgere, ovvero studiando i caratteri urbanistici, architettonici e strutturali lungo la sequenza urbana che muovendo da Piazza Capo di Ferro e Piazza della Quercia, arriva fino al luogo in oggetto.
    Accusare di errori ad ogni scala, senza fare dei riferimenti specifici equivale a menare il can per l’aia per aver ragione. Che possano esserci alcuni errori nessuno lo nega, si tratta di progetti di studenti del 3° anno svolti in un tempo relativamente breve!
    Il senso di questi progetti, e del programma che c’è dietro, era quello di dare le linee guida per il concorso da farsi, quindi torniamo al punto di prima.
    Se a lei piace il progetto di Purini a me dispiace, ma non posso farci niente, però non si può prendere in giro la gente come fa questa amministrazione mostrando una finta democrazia e fingendo che la decisione finale spetti alla cittadinanza: decidere su 7 porcherie, il cui filo conduttore è deciso in partenza e prevede di poter fare tutto tranne che un percorso filologico è inamissibile! Se si deve far scegliere alla gente, le si deve dare anche la possibilità di “votare” per l’intervento filologico.
    Se lei ama Roma, come dice di fare, non può non essere d’accordo con questo punto, che è quello intorno al quale ruota tutto il senso della pubblicazione del numero speciale del Covile
    Cordialmente
    Ettore Maria Mazzola

    • giancarlo galassi ha detto:

      … ma come…

      «… senza fare dei riferimenti specifici» ???

      … mi viene da piangere … davvero …

      un abbraccio e caffè pagato comunque.

      alla prossima

  7. ettore maria mazzola ha detto:

    vuol dire che al caffè porterò un fazzoletto!
    Anzi due perché penso che ne userò uno anch’io visto che evita le risposte ai quesiti che le pongo, rimanendo fossilizzato sulle delle critiche basate su una lettura intenzionalmente parziale il cui giudizio è già deciso in partenza, ed è strutturato sul principio che non esista altro al di là di Caniggia e dei suoi discendenti, figli della “lezione degli anni ’70”.
    Chiudo perché diventa noioso anche per i lettori. Il peccato è che lei non si renda conto del fatto che, finchè i presunti amanti di Roma e dei centri storici continueranno a combattere una guerra intestina, i vari Zaha, Piano, Fuksas, Decq, e compagnia cantando, non troveranno mai un’opposizione compatta a fargli da freno e, sotto l’egida di amministrazioni come quella attuale, moltiplicheranno i loro interessi, sfregiando le nostre amate città! Chissà perché questa situazione mi ricorda tanto ciò che accade nelle alte sfere della politica italiana!

Scrivi una risposta a ettore maria mazzola Cancella risposta

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.