Un treno volante … nel paese dei campanelli …

‘Treno volante’ intorno a Roma
“Già realizzabile sulla Togliatti”

è incredibile l’abnegazione di tanti valorosissimi “tecnici” …

nel tentativo di “salvare” Roma …

commovente la presenza di alcune cariatidi che da almeno trent’anni …

si affannano ancora sull’argomento …

come pure la presenza di tante “giovani” promesse impegnate tutte a far palazze, …

qualche villinetto, … qualche accrocchetto, … molto barocchetto, …

con e senza “torre”, col tetto e senza tetto, colla piazzetta e col giardinetto, …

la vera risorsa … è, comunque, … l’architetto …

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32 Responses to Un treno volante … nel paese dei campanelli …

  1. Massimo ha detto:

    questa vorrebbe essere una risposta, in ritardo, a un post precedente su Zevi e manualistica, in cui si dice che: “L’impiegata ovviamente non sa che Bruno Zevi poco tempo prima di morire scrisse un famoso pezzo su Lotus in cui distruggeva senza possibilità di appello qualsiasi idea “manualistica”, Ho ritrovato un libretto “Saper credere in architettura” cento domande a Bruno Zevi, 1996, clean Edizioni.
    pag 61
    Domanda: 1946-1996 il manuale dell’architetto compie 50 anni; non crede sia venuta l’ora di aggiornarlo?
    Risposta (Bruno Zevi): Ma davvero? Non ci avevo pensato! Il nuovo manuale dell’architetto uscirà entro l’anno. Se ne occuperà l’architetto Luca Zevi, mio figlio. Io mi limito a coordinare, dando un po’ di smalto qua e là”.

  2. giancarlo galassi ha detto:

    sto cominciando a considerare un aspetto positivo della riscossa dei passatisti ora che riescono a ritagliarsi un posto sul palcoscenico della cultura

    anche se sponsorizzati in maniera opportunistica dalla destra che usa a manifesto le loro città per contrapporle a quelle degli architetti della sinistra (e fanno finta di non accorgersene: demolire torbellamonache e corviali vecchie di trent’anni mentre squallide caltacity e terrazzedelpresidente continuano a infestare di nuove gru il panorama romano)

    anche se si difendono sbandierando un generico desiderio della gente di abitare quartieri in stile (e fanno di finta di non sapere che negli anni ’50-’60, quando l’alta borghesia snobbava il centro storico e voleva abitare abitava ai Parioli, la piccola borghesia chiedeva palazzine come quelle dei ricchi e i costruttori hanno fatto affari costruendo i Montimario, le Centocelle… tutta Roma, allora gli architetti – e forse Zevi aveva ragione a non pubblicarli – erano Monaco e Luccichenti e rendevano pop il linguaggio razionalista. Oggi che l’alta borghesia abita al centro storico, i piccolo borghesi vogliono il loro finto centro storico in periferia e gli architetti hanno altri nomi)
    un aspetto positivo della vicenda è che il ridicolo dei progetti dei passatisti mostra e dimostra quanto siano buffi e insensati anche i progetti della corrente antagonista che pretende per sé una ipermodernità informale

    un aspetto positivo è che mai come adesso sembra rivelato palese evidente il niente disperante al fondo della cultura corrente dell’architetto contemporaneo

    non si tratta di un qualche tipo di ignoranza dello specifico disciplinare. Sono tutti dei professionisti affidabili che dove non arrivano con i loro staff si fanno supportare da altri pari grado che a regola d’arte completano il lavoro per loro conto

    piuttosto si tratta di un niente che a differenza del nulla ‘esistenziale’ che abbiamo studiato sui libri, il nulla di cui forse qualcuno ha conoscenza per il dovere di sperimentarlo sulla propria pelle, si presenta, e questa è la novità, spaventosamente gravido di irresponsabilità verso se stessi e verso gli altri

    le responsabilità sono della gente, della politica, dell’università, del sistema

    intanto niente si affaccia con occhi di teschio dalle pagine di un blog

  3. emanuele arteniesi ha detto:

    “Bisogna essere amici dell’orrore” (Apocalypse Now)

  4. pasquale cerullo ha detto:

    Come suol dirsi, due facce della stessa medaglia. Da un lato o dall’altro, c’è un fondo unico che è quello di ridisegnare. A nessuno della fattispecie, progressisti e tradizionalisti passa per l’anticamera del cervello di preservare la memoria del presente. Lo smantellamneto è prassi comune, da un alto irriverenza con forme scomposte senza utilità tangibile, dall’altro una grande falsità di ripristino o recupero che invece è una pagliacciata per esaltare l’ego dei progettisti che assecondano la sete di edificare dei costruttori.
    Nulla cambia sotto il sole di Roma.

  5. Pietro Pagliardini ha detto:

    Piccoli borghesi e alta borghesia, ma che strano linguaggio che adopera Galassi! Me lo facevo più giovane!
    E per scoprire il niente dell’architettura contemporanea ha dovuto aspettare facessero capolino quelli che chiama passatisti, termine tanto brutto quanto futuristi.
    Forse che esistono anche i presentisti?
    Futuristi contro passatisti, piccolo-borghesi che imitano gli alto-borghesi: questa è la sua analisi della realtà, non solo urbanistica ma anche sociale!
    Andiamo bene!
    Ma Galassi avrà senz’altro una formula magica per risolvere i problemi che però pare ci siano effettivamente.
    O forse non ci sono formule, non siamo in matematica. L’unica formula è lasciare le cose come stanno e poter continuare a fare il custode del tempio, anche se fuori la città brucia. E chissenefrega se brucia perché sono i futuristi che hanno acceso il fuoco: l’importante è che i passatisti non portino l’acqua, che i piccolo borghesi restino nei loro condomini e non si azzardino nemmeno ad aspirare a migliorare la loro condizione sociale e di vita. Già, ma la classe operaia dove la vorrà mettere?
    Oh, quella, non esiste più! Si è trasferita in Romania, Cina, Serbia. Oppure è stata assunta in Comune, alla ASL. Qualcuno perfino all’Università.
    Che orrore questi piccolo borghesi! E quel Monicelli poi che ci fece anche un film che quasi, quasi..
    Un dubbio amletico mi assale: sarà gattopardismo o semplice conservazione?
    Pietro

    • maurizio gabrielli ha detto:

      Magari brucia la città come conseguenza di un conflitto sociale infuocato che diventa incandescente ? Gli abbienti contro i non, i banditi contro i contro,chi ha il Potere contro chi glielo strapperà di dosso come ‘na mutanda lacera lasciandolo ignudo co’ le vergogne esposte.Magari brucia davvero.L’unica Architettura possibile.

  6. Stefano Serafini ha detto:

    Caro Galassi,

    mi piacerebbe che distinguesse, perché se cominciamo a giocare al “niente”, si finisce in quella famosa notte di hegeliana memoria, tutta piena di vacche clonate. E qualcuno potrebbe porsi domande sul Nichilism Factor dello stesso Caniggia – anche perché a trovare qualcuno esente dal male “dei prossimi due secoli” non è bastato Zarathustra.

    Ci sono “passatisti” e ci sono altri, che cercano di portare avanti un discorso nuovo, senza tessere, senza sconti. Altri, dei quali i “passatisti” (o forse, meramente, gli ignoranti) cercano di far sparire persino il nome, scopiazzando loro le idee.

    Sarebbe bello, per questi altri, che le critiche fossero dirette e costruttive, e gli si concedesse così almeno un po’ du buona fede rispetto alla loro ricerca di un nuovo fondamento epistemico alla crisi dell’architettura volata via sulle ali dell’astrazione, e al desiderio di un’architettura meno “alta”, più umile e servile rispetto a quel che ancora resta di umano nella società prevista da Debord.

    Saremo degli illusi, ma allora entriamo nel merito. Il lavoro di Mazzola (che a suo tempo criticò sia la summa caltagironica che i presidenziali terrazzamenti, e non soltanto), a differenza delle immagini qui raffigurate, non merita il gaio e insieme giustamente preoccupato tintinnio di Muratore. Il progetto su Corviale nacque da un gioco, una scommessa, su un mostro che impediva l’applicazione di qualsiasi forma di intervento mediatore, e obbligava – problema estremo – a inventare una soluzione estrema. O per Lei è meglio aggiungervi due torri alle spalle? O è meglio lasciarlo in piedi, finché durerà la struttura?

    Fai clic per accedere a COVILE_588_LR.pdf

    http://grupposalingaros.net/files/file_blocks/295/DOCUMENTO8.pdf?1291324151

    Cordiali saluti.

  7. giancarlo galassi ha detto:

    Gentile Serafini,
    le confesso che mi provoca grande imbarazzo il confronto con chi indossa il “cappello della paranoia”, tanto per citare Skipper il noto Pinguino del Madagascar, ma la sua osservazione sul nichilismo caniggiano va corretta: se nichilismo era si trattava di nichilismo ben temperato.
    Non altrimenti avrebbe potuto perseguire il suo progetto non tanto di semplificazione dell’Aarchitettura ad architettura quanto di ridurla a edilizia (di base o speciale che fosse secondo un lessico specialistico che dovette ricostruire) allo scopo di mettere nel sacco sia Zevi che Piacentini – per citare i manicheisti più influenti sul nostro paesaggio urbano.

    Alla provocazione di chi trovava insensato il suo accanimento nel voler applicare un metodo integralmente processuale a tutti i possibili incidenti progettuali Caniggia replicava che «bisogna comunque essere dei bravi architetti» sottintendo in quell’esser bravi una fatica di studio della città che non mi sembra proprio di verificare nello scarsamente gerarchizzato, impressionistico e casuale progetto di AnteCorviale.
    Purtroppo oltre che citarle le mie due più autorevoli fonti come ho appena fatto, non riesco a darle oggi e in questa sede una risposta migliore.

    Gentile Pagliardini,
    a un integralista del suo genere è ancora più imbarazzante replicare perché l’impressione che si ha leggendo i suoi testi nel web è che l’aspirazione a un angoletto di paradiso la costringa a ripudiare in maniera illogica tutto il suo passato e la sua formazione in una sorta di autolesionismo tafazziano.
    Mi piacerebbe trovarle una nuova risposta formidabile alla maniera di Arteniesi che mi sembra uno degli spiriti più poetici che si affacciano da questi pixel, ma sono linguaggi che, in questa fase della sua vita, dubito le risultino sopportabili. Che forse si costringe a rifiutare per principio.

    Ma sa che faccio per replicare al suo gentile post? …scusandomi anticipatamente del dover farle perdere tempo, le trascrivo una poesia di un altro supersuperintegralista segnalandone in particolare il formidabile passaggio centrale che metto in corsivo.
    La avverto però che, siccome il post lo scrivo io e faccio come mi pare, ho corretto il testo sostituendo alla parola Verbo la parola Logos che mi convince di più e strappa quel passaggio ai credenti integralisti per restituirlo ai modesti semplicemente intelligenti.
    La prego però di non confondere la visione evocata dal testo con la triste e disperante piccolo borghese vision of Europe evocata nei vostri ciclostili passatisti.

    Il primo Vedente

    “In Lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” -dice Paolo all’Areopago d’Atene-
    Chi è Costui?
    Come se fosse l’ineffabile spazio che avvolge tutto -Lui il Creatore:
    Domina ogni cosa, traendo l’esistenza dal nulla, e non soltanto in principio, ma di continuo.
    Tutto perdura divenendo perpetuamente –
    “Al principio era il Logos e per mezzo di Esso tutto è stato fatto”.
    Il Mistero del principio nasce assieme al Logos, si rivela attraverso il Logos.
    Logos – perenne visione ed enunciazione.
    Colui che creava, vedeva – vide “che ciò era buono”, scorgeva con un concetto diverso dal nostro.
    Lui – il primo Vedente –
    Vedeva, ritrovava in tutto un’orma del suo Essere, della sua plenitudine –

    Vedeva: Omnia nuda et aperta sunt ante oculos Eius -Il nudo e il trasparente,
    il vero, il buono e il bello-

    Scorgeva con un concetto insolito, estraneo al nostro.
    Una perenne visione ed enunciazione:
    “Al principio era il Logos e per mezzo di Esso tutto è stato fatto”,
    il tutto, in cui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo -Il Logos, lo stupendo Logos primordiale, come un’invisibile soglia
    di tutto ciò che è stato creato, esiste ed esisterà.
    Come se il Logos fosse la soglia.

    La soglia del Logos, in cui tutto era di foggia invisibile,
    la divina e l’eterna – dietro questa soglia iniziano gli eventi!
    Mi trovo sul limine della Sistina –
    Forse tutto ciò era più facile interpretare nel linguaggio della “Genesi” –
    Ma il Libro aspetta l’immagine. – E giusto. Aspettava un suo Michelangelo.

    Perché Colui che creava, “vedeva” – vide, che “ciò era buono”.
    “Vedeva”, ed allora il Libro aspettava il frutto della “visione”.
    O uomo che vedi anche tu, vieni –
    Sto invocandovi “vedenti” di tutti i tempi.
    Sto invocandoti, Michelangelo!

    Nel Vaticano è posta una cappella, che aspetta il frutto della tua visione!
    La visione aspetta l’immagine.
    Da quando il Logos si fece carne, la visione, da allora, aspetta.
    Stiamo sulla soglia del Libro.
    Questo è il Libro delle Origini – Genesis.
    Qui, in questa cappella lo ha descritto Michelangelo,
    non con le parole, ma con una ricchezza
    affluente dei colori.
    Entriamo, per rileggerlo,
    passando dallo stupore allo stupore.

    Così, allora, è qui – vediamo e riconosciamo
    il Principio che sorge dall’inesistenza,
    ubbidendo al Logos della creazione;
    Qui traspira da queste mura.
    Ma forse la Fine affiora più intensamente.
    Sì, ancor più efficacemente traspare il Giudizio.
    Un Giudizio, un finale Giudizio.
    Ecco la via che tutti attraversiamo –
    ognuno di noi.

  8. anonimo ha detto:

    Confermo la necessità di fare un distinguo. Se si va a criticare il progetto “passatista” allegato a questo post, difficilmente si può dar torto a Galassi. Infatti si tratta di un progetto che inizialmente era discutibilmente ispirato a Poundbury e, quindi, un progetto che ben poco aveva a che fare con la realtà romana, poi, su ispirazione di altri due progetti per lo stesso tema, sembra esser stato “magicamente” adattato per non sfigurare, ma il risultato è stato quello di un disegno allo stato embrionale che ha avuto la presunzione di essere presentato come definitivo. Confrontarsi con i contesti in cui si interviene è cosa molto difficile e seria, e richiede molta ricerca, chi lo fa scopiazzando senza comprendere sbaglia senz’altro; tuttavia, mettere tutti coloro che vogliono il rispetto del senso di appartenenza e di identità all’interno dello stesso calderone dei “passatisti” risulta infantile quanto chi progetta in maniera infantile.

  9. ctonia ha detto:

    Un tempo, che pare orami lontano e inutile, esistevano i concorsi di progettazione, dove tanti diversi e divergenti progettisti concorrevano per vincere la possibilità di costruire un edificio, una parte urbana, un quartiere, e così contribuire alla forma della città…
    Non solo, ma a furia di sentire i salìngarosiani tessere le lodi delle modalità concorsuali olandesi e nord-europee, dove almeno tre giurie diverse giudicano i progetti, una delle quali composta da fantastici e retti cittadini informatissimi sull’architettura, ecco, quasi quasi mi ero affezionato all’idea e cercavo un concorso siffatto a cui partecipare, mannaggia…
    Ma qui c’è solo l’incarico diretto, pur simpatico se lo ricevi, ma dopotutto certo molto poco nord-europeo ma piuttosto molto medi-terraneo, molto romano anzichenò, e in aggiunta pure calato sul suddetto Gruppo, che non è l’antico Gruppo Romano Architetti Urbanisti ma il più contemporaneo Gruppo Salìngaros.
    Corrìgetemi se sbaglio :-)
    saluti
    c

    • maurizio gabrielli ha detto:

      Non ti sbagli,neanche un poco.

    • Pietro Pagliardini ha detto:

      ctonia, io ti corrigerò, perché non mi risulta ad oggi esserci incarichi. Naturalmente non posso smentire per terzi.
      Quanto all’anonimo ha certamente ragione. Il post del prof. ha estratto quello di cui disponeva evidentemente, cioè il progetto di Corviale presentato dall’arch. Rosponi, rielaborazione di un suo lavoro precedente, che non c’è dubbio evochi Poundbury, con il problema non secondario di non essere Roma.
      Ma l’attacco, inutile negarlo, non è a “quel” progetto (peraltro attaccabilissimo) ma ad una impostazione: parlare a nuora perché suocera intenda.
      Va benissimo, comprensibile, rientra nella normale dialettica che tende a generalizzare e bisogna essere sportivi in queste cose.
      Però anch’io rivendico il diritto di generalizzare.
      Saluti
      Pietro

  10. Stefano Serafini ha detto:

    Caro Galassi,

    grazie per il ben temperato “paranoide” (mi scuserà se interpreto senza finezze la cortesia, la mia cultura non arriva a Skipper – mi limito ad Heidegger, così quando mi par di cogliere riferimenti extra-antropologici – che so, al Logos – anch’io, ohimé, passo automaticamente alla diagnosi psicologica). Sulle squisitezze personali tuttavia glisso, anche perché non vorrei mi rispondesse citando Omar Khayyam e Topolino, che poi Muratore si stufa, e lei mi fa la vergine imbarazzata.

    Nel merito, però, lei si è limitato a un recursivo riferimento alle auctoritates. Se riferiti a Mazzola, i tre aggettivi buttati là potrebbero valere anche per il centro storico di Roma, per l’EUR o per la Magliana, con diverse gradazioni. Troppo facile, di nuovo la notte dell’astrazione. Inoltre con essi torna a relegare la progettazione sotto una categoria estetico-intellettuale né troppo giovane né troppo vecchia, ma certamente borghese, 400 anni sulle spalle.

    Mi creda poi, se non si fosse capito: grande stima e simpatia per Caniggia, citato appunto come _estremo_ passibile di una critica non architettonica, ma culturale. Perché, vede, il Corviale (le Terrazze del Presidente, Vigne Nuove, le new town abruzzesi, ecc.) sta là, i suoi concreti (e non anti-logici) abitanti stanno là, in una concreta relazione politica, sociale e umana con me e persino con lei, nonostante Caniggia abbia cercato di “mettere nel sacco” – come dice – Zevi e Piacentini. (E il parroco di S. Vito a via Carlo Alberto a Roma, ha appena ricoperto di una quasi meieriana vernice bianca la facciata sulla quale il Suo magistralmente lavorò). Perciò, lasciamo in pace il grande Caniggia a progettare nel meritato Paradiso degli Architetti, dove, come annota il mediocre estensore della Summa Theologiae lasciata incompleta dall’Aquinate, forse le viscere saranno costantemente piene di “sublimis humiditatibus” e nessuno desidera mangiare, non ci sono né traffico né traffici, né corviali, non serve fare polemiche ciclostilate per smuovere le immote cose, e i cittadini non disturbano l’Arte.

    Qui c’è un bel casino, sa? E non sono gli architetti più o meno arrivisti o più o meno raffinati ad averne le tasche piene. Siamo noialtri, quelli che abitano là dove la Vostra categoria ha messo la firma o ha fatto calare litri d’inchiostro. Nessuno di noi si sognerebbe di dire: caro Galassi, che meditava la forma, ben le stanno i campanelli e le stecche brutaliste. Magari sostenendo che è colpa di una sua visione politica impressionistica e manichea, e una gerarchizzazione della cultura incompleta. No. Perché qui ci abitiamo, vorremmo una via d’uscita, e capiamo che la questione è più grande della sua stimabile biblioteca.

    Cordialmente.

  11. Stefano Serafini ha detto:

    Gentile Ctonia,

    magari! Purtroppo no, noi sfondiamo solo le porte, di incarichi, al momento, nemmeno l’ombra. Pizza pagata, però, se succedesse.

    Sei così certo debbano essere malviste le giurie popolari, visti i risultati degli ultimi 70 italici anni architettonici? A Sabaudia è stata la popolazione a difendere la piazza del Municipio, non gli illustri Paolo Colarossi, Paolo Cavallari, Carlo Cecere che ne avevano firmato da consulenti il “restyling” con le palle di plastica. Guarda, c’ero, mi sono persino commosso a sentire quelle massaie e quelle insegnati e quelle commercianti della Voghera pontina dire cose più sensate di dieci volumi di Casabella. Sì, soprattutto erano donne.

    Ciao

  12. isabella guarini ha detto:

    Vorrei collegarmi all’ultima riflessione di Stefano Serafini sul fatto che a difendere la Piazza del Municipio di Sabaudia erano soprattutto le donne, come a Napoli sono le donne che combattono di più contro l’inquinamento da rifiuti. In quanto donna capisco che ciò derivi dal fatto che la donna sia il simbolo della continuità della vita, nel suo divenire tra passato presente e futuro. La donna rappresenta paradossalmente la conservazione e l’evoluzione, senza passaggi violenti. Ed è la donna che usa la città quotidianamente e ne percepisce l’ostilità o l’accoglienza. Non esagero se dico che il successo o meno di un insediamento urbano derivi dal giudizio e dalla soddisfazione delle donne che lo abitano. Perciò non mi sento di mettere etichette di “passatismo” o “modernismo”agli interventi urbani, perché significherebbe entrare nello scontro tra ortodossie che penalizzano la varietà contestuale e mi piace l’espressione del “both and” di Robert Venturi|!

  13. ctonia ha detto:

    Per Pagliardini & Serafini: ok ho capito, complimenti allora per la capacità del Gruppo di mobilitare politici, intellettuali, professionisti e altre figure sociali nella organizzazione di un movimento di studi che, inevitabilmente, porterà a voi eventuali incarichi. In sostanza voi vi siete mossi a studiare un problema, avete prodotto del lavoro gratuitamente in forma di studi urbani, lo avete proposto, lo avete fatto discutere, lo avete portato all’attenzione della città. E dunque a voi andranno gli incarichi, o la supervisione degli stessi. Io essendo antico e schematico avrei immaginato una cosa più terra terra e cioè il comune che indice una serie di concorsi per fare quello che avete fatto voi: concorsi per premiare il miglior studio urbano, concorsi per premiare il miglior progetto di una certa area, concorsi per premiare il miglior quartiere, etc etc etc.
    Però, in definitiva, l’importante è che alla fine si concluda qualcosa e che il “malato” città guarisca.
    Buon lavoro!
    ciao
    c

    • ettore maria mazzola ha detto:

      caro Ctonia,

      dubito seriamente che le cose andranno come dici tu, visto come è stato strutturato il convegno!
      Noi comunque andiamo avanti per amore della professione e della città, se poi arriva qualcosa potrà far solo piacere.

      Ciao
      Ettore Maria Mazzola

    • Pietro Pagliardini ha detto:

      ctonia, io non sono il comune di Roma, è ovvio, quindi non sono certo stato io a decidere le modalità. Quanto ai concorsi, aldilà delle battute e dello spirito, tu sai bene che io non sono un assertore dei concorsi ad ogni costo. Io ho sempre sostenuto e continuo a sostenere, che in caso di concorso vi siano anche i cittadini a decidere. La prima volta me lo hai sentito dire credo 3 anni fa e proprio davanti a Natalini che, per l’appunto, grazie a questo metodo ha vinto in Olanda con un suo bel progetto.
      Ma ugualmente dovrebbe avvenire per i progetti di una certa rilevanza (e quelli romani appartengono tutti a questa categoria) e, nella disperata ipotesi che anche nel caso romano accadesse qualcosa del genere, è ovvio che i cittadini dovrebbero decidere, specie nel caso di demolizioni. Per fare un esempio: se decidessero mai di abbattere Corviale, sarebbe impensabile farlo senza il giudizio dei residenti, che hanno già subito quella che io ritengo una deportazione in un luogo di sofferenza, subendo anche la beffa delle visite guidate degli architetti e l’attenzione del così detto mondo della Kultura.
      Tuttavia, per chiarire ancora meglio la questione che tu poni, quello di Roma è stato un workshop, che non so bene perché si chiami così, ma è una roba in cui il comune chiama architetti, a sua scelta (non vorrai negare questo diritto, mi auguro) per elaborare idee. Sui risultati non voglio entrare, anche se io non sono così negativo come i più (l’importante è non guardare il dito ma la Luna, o meglio il particolare piuttosto che il generale) ma è evidente che la somma investita è stata davvero modesta, credo addirittura misera, a partire dal buffet (il buffet rimane sempre un rilevatore essenziale delle risorse!!!!), fino alla magra organizzazione, per arrivare alle videoconferenze, risparmiando su biglietti, soggiorno e cachet. Ma è stato giusto così. Non saprei dire se è per questi motivi che sono mancati i “grandi nomi” annunciai all’inizio e poi via, via depennati.
      Quanto al resto vedo che tu dai per scontati gli incarichi.
      Poiché non sono un sepolcro imbiancato, personalmente non posso che augurarmi che quello che tu sembri temere si avveri; è ovvio d’altronde, si tratta del mio mestiere (e anche del tuo) e non mi piace fare la vergine, ne esistono anche troppe in giro, ma non ci scommetterei un euro.
      D’altronde se ti chiamasse il parroco di San Sughero per fare il progetto della nuova chiesa tu che faresti? rifiuteresti chiedendo il concorso?
      Non mi rispondere che è impossibile dato che la CEI fa i concorsi, perché prevengo la risposta: meglio non li facesse se i risultati (e le procedure un po’ opache) sono quelli che tutti conosciamo.
      Pietro

  14. ctonia ha detto:

    Se mi chiamasse il parroco di San Sughero a fare la chiesa sarebbe un incarico diretto che ovviamente accetterei con entusiasmo, perchè dovrei richiedere un concorso? Voi siete stati chiamati a svolgere studi da proporre alla città, dei workshop o cose del genere, e onore al merito vostro, appunto, che siete riusciti a farvi chiamare! Mi pare una sorta di concorso a inviti o simile, e non ci trovo nulla di male, scrivo e chiedo per capire meglio. Il mio parere è che in questi casi (casi urbani, quartieri, parti urbane significative) il concorso sia la procedura più seria e feconda. Nessuno ovviamente vi chiede di mollare tutto per immolarvi a questa mia ipotesi, of course.
    Le procedure di concorso della CEI: sinora non ho motivi per ritenerle opache, per quel poco che mi è capitato di averci a che fare, se tu ne hai svelali e discutine a viso aperto con i responsabili degli uffici nazionali, facilmente contattabili e raggiungibili pubblicamente. La valutazione architettonica dei progetti mi sembra un altro problema, sul quale possiamo discutere appunto da architetti.

    • Pietro Pagliardini ha detto:

      ctonia, la CEI non è casa mia e per quello che mi riguarda può fare ciò che vuole. Mi dispiace solo che continui pervicacemente a produrre chiese dalle forme assurde. Ma non cambiamo discorso. Se vuoi delucidazioni e dettagli in materia di concorsi CEI ti consiglio questo post su Fides et Forma,
      http://fidesetforma.blogspot.com/2010/11/concorsi-per-ledilizia-sacra-il.html
      riferito all’ultimo concorso della Diocesi di Piacenza. Tralasciando il più che discutibile esito risultato, è proprio la procedura della giuria molto sospetta, o quantomeno singolare, non diversamente, in vero, dai normali concorsi pubblici.
      Ciao
      Pietro

      • ctonia ha detto:

        La CEI l’hai citata tu, e su quello ti ho risposto.

        Conosco il blog di F. Colafemmina, e mi sfugge la ragione per la quale qualsiasi illazione comparsa su un blog debba automaticamente essere considerata verità rivelata. Mi ripeto: se tu o il signore di cui sopra avete testimonianze di reato, o comunque notizie “molto sospette” sul concorso di Piacenza seguite pure la procedura dei retti e bravi cittadini che dite di essere, andate dai carabinieri ed evitate, magari, di sparare balle pubbliche a vanvera su internet durante lo svolgimento del concorso stesso: non denunciare alle autorità competenti ma calunniare in pubblico è scorretto come cittadini, è scorrettissimo come architetti professionisti, nei confronti di colleghi che agiscono in maniera perfettamente trasparente e che potrebbero risultare danneggiati dalle vostre bugie.
        Cristiano Cossu

  15. pietro pagliardini ha detto:

    Caspita Cristiano, come sei sensibile, e ti dirò anche un po’ offensivo! Il giudizio sui fatti ridotto a “notizie di reato”, noi “bravi cittadini”, i Carabinieri, addirittura! Se dai per scontate le nostre “bugie” dovresti andare te dai Carabinieri e fare il “bravo cittadino”.
    Ma sbagli su un punto: non può esserci reato in un concorso svolto da un ente che, fino a prova contraria, non è di diritto pubblico, semmai scarsa correttezza o trasparenza.
    Ma tu non vuoi vedere ciò che invece appare in base a semplici, elementari constatazioni logico-deduttive. Se queste constatazioni fossero sbagliate, e in via di principio non si può escludere, l’onere della prova spetterebbe a chi ha gestito il concorso: basterebbe spiegare i fatti.
    D’altronde, quando te hai scritto qui di incarichi ecc. riferendosi al workshop cos’altro hai fatto se non delle deduzioni, molto più vicine alle illazioni, mettendo insieme logicamente alcune informazioni e “impressioni”?
    Nessuno si è sognato di chiederti di fare il “bravo cittadino” e andare dai Carabinieri, ti è stato risposto da alcuni che le tue ipotesi erano destituite di ogni fondamento ed è tutto finito. Ma in vero c’era più fumus (fumus non è certezza ma il segnale indiretto di qualcosa che brucia) nella vicenda concorso di Piacenza, e dunque nelle ipotesi di Colafemmina (e non solo) che non nelle tue.
    Quanto al mio essere “bravo cittadino”, io e diversi altri colleghi abbiamo fatto saltare un concorso con un acre fumus di irregolarità nella giuria, inviando una lettera firmata e la documentazione al Sindaco di Arezzo. Dunque…..
    Pietro

    • ctonia ha detto:

      Bravo, fai lo stesso per Piacenza se ti ritieni ben informato sui “fatti”. Io mi ritengo ben informato sui fatti del mio gruppo e sto facendo quello che si fa in questi casi.

      Per la parte romana del post: io non vi ho accusato di nulla di irregolare. Leggi bene. Avevo un’idea sbagliata riguardante una legittima procedura amministrativa (incarico diretto) e ve l’ho attribuita, appunto sbagliando. Me ne scuso, ma nessuno vi ha accusato di aver commesso irregolarità di nessun tipo, così come si sta facendo con il concorso di Piacenza sia verso la giuria che verso di noi.
      ciao
      c

  16. pietro pagliardini ha detto:

    Cristiano, mi scuso sinceramente ma non sapevo proprio che tu facessi parte di un gruppo del concorso di Piacenza. Puoi non credermi ma, senza nulla ritirare, non ho citato il concorso di Piacenza per colpire te in quanto concorrente, ma solo perché so che ctonia si occupa di architettura sacra e ho visto un vostro progetto nel vostro blog mi pare.
    Mi dispiace davvero perché ho il vizio di attaccare le idee degli altri ma non gli altri.
    Ciao
    Pietro

    • giancarlo galassi ha detto:

      Gentile Pagliardini,
      chapeau…
      tanto di cappello per la risposta a Cossu.

      Ho ripescato una citazione postata da uno degli utenti di De Architectura.

      «Acquisiamo il diritto di criticare una persona solo quando siamo riusciti a convincerla del nostro affetto e della lealtà del nostro giudizio, e quando siamo sicuri di non rimanere assolutamente irritati se il nostro giudizio non viene accettato o rispettato. In altre parole, per poter criticare, si dovrebbe avere un’amorevole capacità, una chiara intuizione e un’assoluta tolleranza» (Mohandas Karamchand Gandhi)

      Così anche se i flame sono il sugo di un blog e soprattutto sono un ottimo surrogato di una sigaretta per chi ha smesso di fumare (il tempo dello scrivere è più o meno lo stesso), a rileggersi nel portacenere uno misura le proprie dismisure.

      Mi resta l’impressione di aver calcato inutilmente i toni andando incresciosamente sul personale.

      Mi scuso.

      A rileggerla.

      gg

    • ctonia ha detto:

      Ciao Pietro, grazie per la precisazione.
      Alla prossima!
      ciao
      c

  17. pietro pagliardini ha detto:

    Ringrazio Galassi per il beneficio della presunzione di sincerità. Si tolga ogni brutta impressione.
    Purtroppo io oltre al vizio dei flame (Dio ci perdoni per questa orribile parola) ho anche quello del fumo. Sarebbe meglio perdessi l’ultimo e attenuassi il primo, ma temo che fallirò in entrambi.
    Pietro

  18. CtrlC-CtrlV ha detto:

    Il pensiero sbrigativo

    di Michele Serra

    <bLa pedagogia e la didattica, così come sono andate evolvendosi nell’ultimo mezzo secolo, sono avvertite come discipline “di sinistra” non tanto e non solo per il tentativo di sostituire alla semplificazione autoritaria orientamenti più aperti, e a rischio di permissivismo “sessantottesco”. Sono considerate di sinistra perché complicano l’atteggiamento educativo, aggiungono scrupoli culturali ed esitazioni psicologiche, si avvitano attorno alla collosa (e odiatissima) materia della correttezza politica, esprimono un’idea di società iper-garantita e per ciò stesso di ardua gestione, e in buona sostanza attentano al desiderio di tranquillità e di certezze diun corpo sociale disorientato e ansioso, pronto ad applaudire con convinzione qualunque demiurgo, anche settoriale, armato di scure. In questo senso la proposta Gelmini è quasi geniale. L’idea-forza, quella che arriva a una pubblica opinione sempre tentata da modi bruschi, però semplificatori, è che gli arzigogoli “pedagogici”, per giunta zavorrati da pretese sindacali, siano un lusso che la società non può più permettersi. Il vero “taglio”, a ben vedere, non è quello di un personale docente comunque candidato – una volta liquidati i piloti, o i fannulloni, i sindacalisti o altri – al ruolo di ennesimo capro espiatorio. Il vero taglio è quello, gordiano, del nodo culturale. La nostalgia (molto diffusa) della maestra unica è la nostalgia di un’età dell’oro (irreale, ma seducente) nella quale la nefasta “complessità” non era ancora stata sdoganata da intellettuali, pedagogisti, psicologi, preti inquieti, agitatori politici e cercatori a vario titolo del pelo nell’uovo.

    Una società nella quale il principio autoritario era molto aiutato da una percezione dell’ordine di facile applicazione, nella quale il somaro era il somaro, l’operaio l’operaio e il dottore dottore. Una società che non prevedeva don Milani, non Mario Lodi, non Basaglia, ovviamente non il Sessantotto, e dunque, nella ricostruzione molto ideologica che se ne fa oggi a destra, è semplicemente caduta vittima di un agguato “comunista”.In questo schemino, semplice ed efficace, la cultura e la politica, a qualunque titolo, non sono visti come interpreti dei conflitti, ma come provocatori degli stessi. Se la pedagogia “permissiva” esiste, non è perché il disagio di parecchi bambini o la legnosità e l’inadeguatezza delle vecchia didattica richiedevano (già quarant’anni fa) di essere individuati e affrontati, ma perché quello stesso problema è stato “creato” da un ceto intellettuale e politico malevolmente orientato alla distruzione della buona vecchia scuola di una volta. Insomma, se la politica è diventata un format, come ha scritto Edmondo Berselli, la sua parola d’ordine è semplificazione.
    Per questa destra popolare, e per il vasto e agguerrito blocco sociale che esprime, la complicazione è un vizio “borghese” (da professori, da intellettualoidi, beninteso da radical-chic, e poco conta che il personale scolastico sia tra i più proletarizzati d’Italia) che non possiamo più permetterci, e al quale abbiamo fatto malissimo a cedere.

    Non solo la pedagogia, anche la psicologia, la sociologia, la psichiatria, nella vulgata oggi egemone, non rappresentano più uno strumento di analisi della realtà, quanto la volontà di disturbo di manipolatori, di rematori contro, di attizzatori di fuochi sociali che una bella secchiata d’acqua, come quella della maestra unica, può finalmente spegnere. La lettura quotidiana della stampa di destra —specialmente Libero, da questo punto di vista paradigma assoluto dell’opinione pubblica filo-governativa — dimostra che il trionfo del pensiero sbrigativo, per meglio affermarsi, necessita di un disprezzo uguale e contrario per il pensiero complicato, per la massa indistinta di filosofemi e sociologismi dei quali i nuovi italiani “liberi” si considerano vittime non più disponibili, per il latinorum castale di politici e intellettuali libreschi, barbogi causidici, che usano la cultura (e il ricatto della complessità) come un sonnifero per tenere a freno le fresche energie “popolari” di chi ne ha le scatole piene dei dubbi, delle esitazioni, della lagna sociale sugli immigrati e gli zingari, sui bambini in difficoltà, su chiunque attardi e appesantisca il quotidiano disbrigo delle dure faccende quotidiane. Già troppo dure, in sé, per potersi permettere le “menate” della sinistra sull’accoglienza o il tempo pieno o i diritti dei gay o altre fesserie.

    La sinistra ha molto di che riflettere: la formazione culturale e perfino esistenziale del suo personale umano (elettorato compreso) è avvenuta nel culto quasi sacrale della complessità del mondo e della società, con la cultura eletta a strumento insostituibile di comprensione anche a rischio di complicare la complicazione… Ma non c’è dubbio che. tra il rispetto della complessità e il narcisismo dello smarrimento, il passo è così breve che è stato ampiamente fatto: nessuna legge obbliga un intellettuale o un politico a innamorarsi dell’analisi al punto di non rischiare mai una sintesi, né la semplificazione – in sé – è una bestemmia (al contrario: proprio da chi ha molto studiato e molto riflettuto, ci si aspetterebbe a volte una conclusione che sia “facile” non perché rozza o superficiale, ma perché intelligente e comprensibile).Ma la posta in gioco è molto più importante del solo destino della sinistra. La posta in gioco – semplificando, appunto – è il destino della cultura, degli strumenti critici che rischiano di diventare insopportabili impicci. Se questa destra continuerà a vincere, a parte il marketing non si vede quale delle discipline sociali possa sperare di riacquistare prestigio, e una diffusione non solo Castale o accademica.Perché è molto, molto più facile pensare che l’umanità e la Terra siano stati creati da Dio settemila anni fa (cosa della quale è convinta ad esempio la popolarissima Sarah Palin) piuttosto che perdere tempo e quattrini studiando i fossili e -l’evoluzione.

    Molto più rassicurante, convincente, consolante pensare che le buone maestre di una volta, con l’ausilio del cinque in condotta e di una mitraglia di bocciature, possano mantenere l’ordine e “educare” meglio i bambini ipercinetici, e consumatori bulimici, che la televisione crea e che la propaganda di destra ora lascia intendere di poter distruggere, perché è meglio avere consumatori docili (clienti, come dice Pennac) piuttosto che cittadini irrequieti. E meglio avere certezze che problemi.E’ molto più semplice pensare che il mondo sia semplice, non fosse che per una circostanza incresciosa per tutti: che non io è. Il mondo è complicato, l’umanità pure, i bambini non parliamone neanche. Se le persone convinte di questo obbligatorio, salutare riconoscimento della complicazione non trovano la maniera di renderla “popolare”, di spiegarla meglio, di proporne una credibile possibilità di governo, di discernimento dei principi, dei diritti, dei bisogni fondamentali, diciamo pure della democrazia, vedremo nei prossimi decenni un progressivo trionfo dei semplificatori insofferenti, dei Brunetta, delle Gelmini, delle Palin [dei Meier, dei Krier]. Poi la realtà, come è ovvio, presenterà i suoi conti, sprofondando i semplificatori nella stessa melma in cui oggi si dibattono i poveri complicatori di minoranza. Nel frattempo, però, bisognerebbe darsi da fare, per sopravvivere con qualche dignità nell’Era della Semplificazione, limitandone il più possibile i danni, se non per noi per i nostri figli che rischiano di credere davvero, alla lunga, al mito reazionario dei bei tempi andati, quando la scuola sfornava Bravi Italiani, gli aerei volavano senza patemi, gli intellettuali non rompevano troppo le scatole e la cultura partiva dalla bella calligrafia e arrivava (in perfetto orario) alla più disciplinata delle rassegnazioni. Cioè al suo esatto contrario.

    • pietro pagliardini ha detto:

      Questa sì che è la rappresentazione della fine di un impero! La fine di un’egemonia culturale durata troppo: 40 anni, una generazione intera, se riferita alla cultura in genere, almeno 60 se riferiti all’architettura. Oggi qualcosa sta cambiando, con molti nuovi errori, ovviamente, ma quell’egemonia è durata troppo. Michele Serra con questo testo ne certifica la fine, ne è il cantore, bravo senza dubbio, ma senza commozione in lui, solo amarezza e sconfitta, perché ormai anche i sentimenti veri sono persi, e neppure riesce a suscitarli in altri, perché la noia e il disgusto ormai prevalgono.
      Non ci può essere rimpianto nella fine dell’oggi, da parte di nessuno, solo speranza.
      Ammesso che l’oggi sia davvero finito, ammesso che il nuovo e necessario errore si affermi. Difficile cancellare 60 o 40 anni, o forse un secolo, di follia collettiva senza che questa non abbia trasmesso tare profonde in ognuno.
      Il re è morto, viva il re.
      Pietro

      • lineadiSplash ha detto:

        questa m’era sfuggita. 40, 60, forse un secolo di “follia collettiva”. cavolo, probabilmente il secolo di maggior prosperità economica, sociale, civile e culturale ridotto a follia collettiva. detta in un momento in cui stiamo diventando secondari, dove la ricchezza, la ricerca, l’innovazione (e le pensioni) si stanno spostando in altri continenti, dove metà della nostra popolazione sa benissimo che avrà un futuro peggiore dei propri padri… mi sembra di assistere al titanic che affonda e uno grida: “oh che bello! che bello! che bello! finalmente mi tuffffooooooo!!!!

        rob

  19. Antonio C. ha detto:

    “… bella calligrafia …” ???

    Sarà, ma non riesco a rassegnarmi all’ascolto delle prediche dai pulpiti copiati e incollati; che almeno siano IMITATI …

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