mettete in salvo le creature …
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Quel poveraccio che ha definito Le Corbusier il male assoluto.
Per chiarire, sono stato io a definire Le Corbusier come il male assoluto.
“If he is serious in his declarations, Hitler can crown his life with a magnificent work: the remaking of Europe.” — Le Corbusier, ottobre 1940.
Le Corbusier’s letters
Questo è per il suo pensiero politico ammalato. Ma le ragioni per quali la sua architettura è anche ammalata si deve discutere in fondo altrove.
Saluti,
Nikos
misura e pudore! dove siete?
No, professor Salingaros, non può volare così basso. Però sapendo che sta usando della sua cultura solo il cascame da osteria mi adeguo e le rammento questa valorosa operetta:
Leon Krier,
ALBERT SPEER ARCHITECTURE,
Princeton Architectural Press,1989
su LC teorico urbanista -totalitario, paranoico, titanico- siamo tutti ormai d’accordo, credo, a condannarlo -e il tanto bistrattato su questo blog Rem lo ha demolito ed umiliato argutamente in delirious new york (“scendo dal mio grattacielo cartesiano monofunzionale e mi trovo in mezzo ad un enorme pratone, l’edificio più vicino, uguale al mio, è a chilometri di distanza: e mo’ ‘ndo vado?). Ma ogni volta che sono entrato in contatto con un edificio di le corbusier -dalla ville savoye al padiglione svizzero, da marsiglia alla casetta di Ozenfant- mi sono sempre emozionato per il rispetto della scala umana, la domesticità e la sensazione -non voluta, forse, ma chiaro retaggio dell’attività pittorica cui dedicava metà della sua giornata- del fatto a mano, del manufatto artigianale, con l’uso quasi elementare dei colori, con il cemento grezzo che evidenzia i disegni del legno e tutte le imperfezioni nella grana che lo rendono umano e scultoreo come se fosse stato modellato a mano come la creta. Materiale povero, non come il cemento di tadao ando o zaha hadid, tirato a lucido come se fosse marmo, e costoso come e più del marmo. per non parlare poi del le corbusier barocco ed espressionista del dopoguerra. quando ho visitato l’unitè di marsiglia tornavo in macchina da un anno di erasmus a barcellona, e fu automatica l’associazione mentale ed emozionale tra il “parco di sculture architettoniche” del tetto giardino e il parc guell o soprattutto il paesaggio del tetto della pedrera.
Poi tutti d’accordo sul fallimento urbanistico, grandiosamente simboleggiato dalle foto del povero abitante di chandigahr -ah! quanto mi piacerebbe andarci!- che percorre sotto il sole cocente con il suo carrettino le enormi stradone deserte della mancata capitale del punjab.
Letto. confermato e sottoscritto.
Anch’io, in anni molto, molto lontani, visitai Marsiglia e Ronchamp, l’emozione è ancora viva, ora come allora, evidentemente il contatto con il genio lascia il segno. Del resto l’Unité ancora oggi funziona ed è amata da chi ci vive, lo stesso non si può dire di altre icone molto più recenti.