Da Pietro Barucci: …
“Il lungo articolo di Enrico Pugliese dal titolo Napoli trasformista (il manifesto dell’11 luglio, pag.16) prende le mosse dal recente libro di Vezio De Lucia Le mie città, di cui ci dà una sommaria ma ben calibrata recensione e lo usa poi come filo conduttore per proseguire in una puntuale rassegna delle vicende vissute dalla più importante città del meridione italiano negli ultimi decenni, sotto il profilo urbanistico, politico amministrativo e socio culturale.
Sono amico e estimatore di Vezio De Lucia da almeno trent’anni, trovo pertinente la descrizione delle varie “stagioni” vissute dalla amministrazione napoletana, mi associo a Pugliese nel giudizio positivo sul libro. Ma non posso evitare qualche puntualizzazione.
Nel gennaio 1982, quando a Napoli l’operazione PSER (Piano Straordinario Edilizia Residenziale) successiva al terremoto del 1980, meglio nota come “la ricostruzione”, era nel suo pieno sviluppo e le cronache nazionali non parlavano d’altro, fui invitato ad assumere l’incarico di architetto coordinatore di uno dei maggiori concessionari del Piano, il Consorzio Barra – Villa – San Giovanni – Pazzigno, “disturbato” in quei frangenti da alcuni problemi di progettazione.
La struttura preposta alla gestione del Piano era il cosiddetto Commissariato Straordinario di Governo insediato a Napoli in Largo Torretta, diretto da Vezio De Lucia; i funzionari erano i ben noti “Ragazzi del Piano” ricordati anche da Pugliese, la figura politica di riferimento era il Sindaco di Napoli Maurizio Valenzi, sorretto da una ampia maggioranza di sinistra.
Il nitore morale che aleggiava in quelle stanze, l‘interesse disciplinare per l’operazione urbanistica impostata con criteri innovativi, la presenza carismatica di Vezio mi conquistarono e accettai l’incarico. Che durò per oltre dodici anni: un’esperienza lunga e disseminata di imprevisti, che sarebbe provocatorio definire soltanto impegnativa.
Chiesi e ottenni la nomina al mio fianco di Vittorio De Feo, allargai e riorganizzai per la bisogna il mio Studio.
I primi anni restano indimenticabili, dominati dalla figura di Vezio che con rare sicurezza ed energia avviò l’enorme programma urbanistico e costruttivo (ventimila alloggi distribuiti fra dodici comparti, assegnati ad altrettanti Consorzi concessionari) muovendosi con abilità in una scena turbolenta in cui tutti i numerosi operatori, dai concessionari ai funzionari, dai progettisti ai consulenti specializzati, marciavano all’unisono regolati, secondo le consolidate abitudini del settore, con tempi e scadenze infernali, resi possibili solo dal clima di straordinaria partecipazione da egli creato.
Credo di aver dato qualche contributo agli innegabili successi di quei primi anni se l’unica citazione che De Lucia si concede in quel passo del libro, fra le “centinaia di progettisti mobilitati”, si riferisce alla “passione e alla qualità professionale e umana di Pietro Barucci”.
Noto per inciso che trovo singolare e ingiusto che, a differenza dei politici, dei consulenti, dei funzionari, degli urbanisti, dei giornalisti, che hanno partecipato alla creazione e all’avviamento del Piano, tutti citati e riveriti, De Lucia ignori totalmente la categoria dei progettisti, molti dei quali hanno dato un notevole contributo sul piano culturale, su quello del fervore nella partecipazione, nella accuratezza professionale, nella assiduità, finanche nella costante presenza fisica, durante molti anni di lavoro.
Come è noto, non appena il PCI perse la maggioranza al Comune di Napoli, cadde il Sindaco Valenzi e Vezio De Lucia si dimise dalla direzione del Commissariato. Era l’ottobre 1983, dopo circa tre anni dal terremoto.
Anche se quelle dimissioni apparvero affrettate e non del tutto motivate, ne ho sempre riconosciuto la legittimità specie sul piano personale, dato lo straordinario sforzo che gli era stato richiesto.
Ma sono molto meravigliato del modo in cui Vezio tratta nel libro la descrizione di quegli anni precedenti il suo distacco. Poche pagine, un latente senso di colpa, una prosa elusiva, sfuggente, l’ammissione del sostanziale insuccesso del Piano.
Per chi ha bevuto fino in fondo, come me, l’amaro calice del dopo-De Lucia nel ricordo dei primi anni epici, la lettura di quelle pagine è fonte di una cocente delusione.
Il gigantesco piano di intervento che De Lucia ha interpretato e coordinato magistralmente in quei tre anni campeggia nella storia dell’urbanistica italiana come uno dei tentativi più colti e coraggiosi di intervenire in una grande città storica nell’intento non solo di ricostruire ma soprattutto di risanarne i tessuti, riconducendo a nuova vita, attraverso il recupero, le preesistenze storiche, senza ricorrere a nuove degradanti espansioni ma ricorrendo a interventi limitati di nuova edilizia adatti a ridefinire e integrare gli ambiti di intervento.
Una presa di distanza così vistosa e totale, trascurando l’importanza di quel tentativo che resta comunque grandioso sul piano culturale, disciplinare, politico, normativo, amministrativo, che ha coinvolto centinaia di professionisti, di imprenditori, di personalità della cultura e della politica, tutti mobilitati dalla presenza e dalla credibilità di Vezio De Lucia, non solo appare fuori luogo sul piano storico, ma suona come un vuoto improvviso, una pausa accidentale nella catena di esperienze e dei molti successi raccontata da Le mie città.
A mio parere la Napoli della giunta Valenzi, per il complesso di opere impostate, avviate e parzialmente realizzate durante la gestione coordinata da Vezio De Lucia, è stata e resta a pieno titolo una delle sue città, a prescindere dai profondi stravolgimenti degli anni successivi e malgrado il suo svogliato resoconto attuale.
Peraltro, in questa sua uscita sotto tono Vezio si adegua al giudizio più diffuso, che non vuol sentir parlare di distinguo, di meriti parziali o non riconosciuti; ormai la ricostruzione di Napoli nel sentire comune fa parte di un unico “tavolo degli orrori”. E’ uso consolidato, da parte di chiunque abbia avuto a che fare con quella esperienza, rifugiarsi nell’oblio, sminuire il proprio ruolo, se possibile negare la partecipazione; nessuno, in nessuna circostanza, vanta ancora titoli o meriti acquisiti nella cosiddetta ricostruzione.
“Un’analisi e una riflessione approfondite” secondo Vezio sono mancate, ma a me risulta che alcuni seri tentativi siano stati fatti. Ai quali ho anche partecipato, ma devo riconoscere che non hanno lasciato tracce apprezzabili. Resta dominante il tavolo degli orrori di cui sopra.
Con qualche eccezione…
Oltre al clamoroso understatement di Vezio, nel mio entourage ho registrato altre significative defezioni. Importanti colleghi, collaboratori qualificati, amici e compagni di lavoro intensamente frequentati durante i lunghi anni dei dibattiti, delle progettazioni, dei viaggi, dei cantieri, si sono allontanati, hanno lasciato cadere il rapporto, a volte hanno candidamente confessato di essere rimasti danneggiati dalla partecipazione a questa lunga, sfibrante esperienza.
Ho la netta sensazione di essere rimasto uno se non l’unico assertore della sua validità.
Negli anni recenti ho creato un catalogo dei miei progetti ed opere, di ben ottocento pagine, di cui più di un terzo sono dedicate al piano di ricostruzione di Napoli.
Ognuno ha Le sue città.”
P. B.





Non è semplice rispondere al lungo intervento dell’architetto Pietro Barucci sul Piano Straordinario Edilizia Residenziale del Commissariato di Governo per la ricostruzione post sisma 1980, che a sua volta commenta il libro di Vezio De Lucia, protagonista dell’urbanistica napoletana dal 1982 al 1997, come coordinatore del PSER e come Assessore all’Urbanistica. Non ho letto il libro “Le mie città” di De Lucia, per cui mi limito al commento di Barucci. Il PSER, alias Piano delle Periferie, ha avuto aspre critiche per l’elevato costo e le modalità attuative con l’Istituto della “concessione” contro cui l’Istituto Italiano di Studi Filosofici intraprese una vera e propria guerra a causa dei privilegi che produceva e delle distorsioni. Dal punto di vista urbanistico l’obiettivo di riqualificazione delle periferie, dal punto di vista edilizio, è stato raggiunto a scapito del Centro Storico di Napoli, privato dell’occasione di recupero e ricostruzione, di fondi e di abitanti trasferiti in periferia senza più ritorno. È stata questa scelta che ha inciso sul destino sociale e urbanistico di Napoli, cui sono associate le Vele di Scampia, appena costruite con fondi della Cassa per il Mezzogiorno, pronte per accogliere gli sfollati del Centro Storico. Infine, la questione più importante riguarda le attrezzature e parchi in abbondanza che sono stati costruiti con un notevole impiego di fondi per la ricostruzione, strutture già vandalizzate a pochi anni dalla realizzazione e non gestite, di cui si discute ancora oggi. In tutto questo il ruolo della Sinistra è stato fondamentale, anche se l’Amministrazione Valenzi non ha mai avuto un’ampia maggioranza di Sinistra, perché si reggeva con l’astensione della Democrazia Cristiana. Solo dopo Mani Pulite, la Sinistra ebbe un’ampia maggioranza con la presenza di Vezio De Lucia che promosse le Varianti al PRG del 1972 e il Piano per Bagnoli. Questa non è un’altra storia ma il seguito del Piano delle Periferie!