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A Zaha Hadid non piace l’architettura. I suoi tentativi nei campi della gioielleria (Anversa) e della calzoleria si possono anche interpretare alla luce dei testi di Loos, anche lui alle prese con “il regno del tappezziere, un regno del terrore di cui ci è rimasto l’incubo ancora oggi”. Il tappezziere, un tempo lavorava con l’ago e imbottiva i materassi, s’è annodato intorno al collo una cravatta svolazzante ed è diventato artista. Zazà è gagà, ha sete di bellezza e la vuole nell’abbigliamento e nell’arredamento, come Van de velde. E’ empatica cioè vuole vedere se stessa nelle sinuosità dinamiche. Probabilmente soffre il proprio corpo e si preclude l’eleganza, quella che non dà nell’occhio. Se l’architettura è dimora del corpo, che probabilmente può anche non essere una tomba, l’idea di collocazione finale essendo oggi a malapena roba da preti, se il lavoro dell’architetto riguarda l’immobile, il volume inerte, i muri e i soffitti, lei non ne vuole sapere così come sparisce davanti alla progettazione esecutiva e alla costruzione. “Ogni arte è erotica” qui stiamo a patologie serie
Citando indirettamente Emanuele direi che la peggior punizione per un architetto dovrebbe essere considerata una condanna all’ergastolo da scontare in una cella disegnata da Zazzà. Magari con lei stessa nelle vesti di carceriera. Sadomaso estremo. Eppure a qualcuno piacerebbe :-)
ciao
c