Tettoia … fiorentina …

Pietro Pagliardini: …

“Cristiano,
onestamente non vorrei rispondere ma è d’uopo chiarire che il tu a cui tu ti rivolgi sono io. Chi lo potrebbe capire, salvo io, te e il professore, dato che rispondi ad un mio commento di qualche post fa? Devo sanare perciò una palese asimmetria.
Inutile tentare di appropriarsi di quel giudizio di De Carlo, che non può replicare. Certo è che se io l’avessi chiamata “tettoia”, sarei stato giudicato offensivo. Tu la nobiliti definendola tettoia tettonica: cosa possano avere di tettonico quattro pilastri, ancorché di sezione consistente, ma, in relazione alla loro altezza, assolutamente esili, totalmente privi, anche in relazione al niente che sostengono, di qualsiasi relazione col terreno entro cui si infilano senza alcun elemento di mediazione, vorrei proprio capirlo.
Ma non ho bisogno della pur autorevolissima certificazione di De Carlo per affermare che quel progetto è sbagliato, non solo per come è stato risolto, ma proprio per l’idea stessa che quel luogo potesse richiedere un vuoto, invece che un pieno. Qualunque tettoia, o gazebo o pensilina è un doppio errore: di lettura del tessuto e di percezione dello spazio circostante.
Guardi una foto aerea e ti rendi conto che manca qualcosa, pensi ad un crollo. Non può essere una piazza, è un luogo assolutamente anti-nodale. E poi affaccia su uno slargo. E, infatti, se c’è qualcosa di decente in quel progetto di Isozaki è proprio la planimetria con l’inserimento della copertura, che inganna perché fa presumere altro. Invece cammini in quella strada e ti manca una parte di cortina stradale. Come non accorgersene!
Ma tu dici, per picca, che Isozaki è “un buon progettista, (competente, si suppone appassionato, dotato di standard operativi e professionali sconosciuti al 90% dei colleghi operanti in Italia”. A me non interessa un baffo sapere se Isozaki sia bravo o no, in assoluto. Io, da architetto e da professionista, lo so benissimo che è un grosso professionista. Lo so che certe posizioni si conquistano se dietro c’è qualcosa. Io, professionalmente, ho grande stima di Isozaki, ma la retorica, tua e di tutti coloro che si trastullano di architettura, per lavoro o per passione, proprio non la reggo. La visione romantica del creatore, del maestro è, a pensare bene, ridicola e infantile, a pensare male, strumentale ad uno scopo.
Il mio giudizio su Isozaki, in generale, è limitato alla compagnia di giro cui appartiene che, tutta insieme, sostenuta dai media e da collezionisti come te, se lasciata libera, imperverserebbe nelle nostre città lasciandosi pensiline, grattacieli (guarda caso ne fa uno a Milano) “oggetti” vari che con l’architettura hanno poco a che fare ma appartengono al mondo dello show e del business. Il discorso di De Carlo, che fai anche te, che quel progetto è brutto perché è brutto, è una ovvietà che non cambia niente nella sostanza. Quel progetto è brutto perché non potrebbe essere diversamente, perché se non fosse brutto, vale a dire originale, diverso, creativo, immaginifico, dissonante, che si pone all’evidenza pubblica, Isozaki non sarebbe Isozaki, non sarebbe una stella, cioè. Se quel progetto fosse stato normale, non avesse avuto nome, se fosse stato ricostruito un fronte stradale come avremmo potuto inneggiare all’archistar? Forse, dato che non capita mai, avreste gridato allo scandalo e avrebbe fatto notizia!
Sarai stato a Perugia, sarai salito con le scale mobili dentro la Rocca Paolina. Chi ha fatto quel progetto? Boh? Complimenti Arch. Boh, ma lei è uno sfigato, perché nessuno, se non da defunto, e mi auguro che non lo sia già, lo citerà nelle riviste, su di lei non si favoleggerà, non potrà rilasciare interviste meditabonde, non potrà raccontarci della sua sofferenza mentre inizia a lavorare su un progetto, non potrà farsi fotografare nella sua casa minimalista di Tokyo o Londra o New York. Però lei ha fatto, quasi 30 anni fa, un bel progetto e, guarda un po’, anche molto utile.
Non voglio pensare cosa sarebbe accaduto se fosse stato fatto per concorso, ovviamente vinto da uno della compagnia di giro.
Io rispetto e apprezzo la tua passione e, nell’ambito di quella, la tua competenza, ma quando resta privata. Quando diventa pubblica, cioè nel suo essere scuola e manifestarsi, è una sciagura per questo paese, negli altri facciano come vogliono.”

Saluti
Pietro

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9 Responses to Tettoia … fiorentina …

  1. Pier ha detto:

    “…ma proprio per l’idea stessa che quel luogo potesse richiedere un vuoto, invece che un pieno. Qualunque tettoia, o gazebo o pensilina è un doppio errore: di lettura del tessuto e di percezione dello spazio circostante…”…dove sta scritto? chi l’ha certificato? E’ un’opinione, spero, solo una opinione. Probabilmente così non pensavano i componenti della giuria, per quanto male si possa parlare di quel concorso. E, secondo il mio modestissimo parere invece la lettura del tessuto e dello spazio circostante è corretta. Possiamo trovare infine una serie di definizioni ironiche per la pensilina, rete per materassi, bistecchiera, chissà cos’altro. Non facciamo altro che appropriarcene sempre di più…Mi auguro che possa essere costruita quanto prima, così come il Betile e il Museo di Reggio Calabria di Zaha Hadid e che anche in seguito, possano continuare i vostri coltissimi dibattiti su questo forum.

    • Pietro Pagliardini ha detto:

      Come a dire: più se ne parla e migliore diventa il progetto! Strano modo di interpretare il mestiere di architetto, Pier. Quanto all’opinione è suffragata da una lettura, se pur sommaria, del tessuto e dello spazio che esiste, e non è da inventare, non è una tabula rasa, non da un “ma quanto è bella la tettoia di Isozaki!”.
      Questo mestiere ha, nonostante tutto, delle regole e il mi piace, non mi piace lasciamolo per la moda. Che poi anche per quella….
      Saluti
      Pietro

  2. sergio43 ha detto:

    Se basta irridere un edificio perchè i cittadini se ne appropino, volevo ricordare che a Roma ancora chiamano “dente cariato” il glorioso Mausoleo di Augusto rovinato da chi tu sai e “macchina da scrivere” il patriottico Vittoriano. Credo che anche a Firenze l’ironia non sia mai mancata di fronte al ridicolo (ridicolo perchè voler rifare una simil-Loggia dei Lanzi nel retrobottega degli Uffizi é idea puerile), dal michelangiolesco: “ammannato, ammannato, che bel pezzo di marmo tu ha’ rovinato” a proposito della ben più centrale statua del Nettuno fino all’odiena bistecchiera made in Japan. Mi pare di aver letto in questo blog che un bambino, sveglio come il bambino che svelò che il Re era nudo, di fronte al bianco Auditorium di Oscar, lo abbia soprannominato “rotolo di carta igienica”, con il che anche il popolo amalfitano si é appropriato di quest’ultima “pensata”.

  3. Cristiano Cossu ha detto:

    Sulla netiquette da te evocata: non è colpa mia se il Prof. ha aperto un nuovo thread (“Pop Cola”) con la mia risposta alle tue argomentazioni, che avevo postato nel posto giusto; se vuoi, prenditela con lui :-)
    Per il resto, grazie di avere risposto, anche se non avresti voluto farlo, apprezzo la fatica dello scrivere e l’impegno letterario!
    Io sono architetto, e qualche volta anche “lo faccio”. Da quello che scrivi – fra “trastulli” e letture aprioristiche dei luoghi di progetto – sto cominciando ad avere il dubbio che abbiamo studiato la stessa disciplina.
    Io studio la composizione, e questi sono fatti miei, ma quando mi chiedono di fare un progetto per gli arredamenti interni di un pollaio o per la nuova recinzione della casa di mio cugino faccio un mestiere di rilevanza pubblica: è banale ripeterlo, ma quando sento qualcuno dire che i maestri dell’architettura si sono trastullati, beh, repetita iuvant, pur non essendo io maestro ma solo sub-apprendista… Io per comporre e per progettare non aspetto che la gente mi approvi, mi plauda, mi dica che sto facendo bene, non ne ho bisogno, lo stato mi ha già detto più volte che ho i massimi titoli possibili – per quanto valgano oltre alla carta – per esercitare il mestiere e la mia coscienza mi dice che ho studiato e lavorato abbastanza bene nel prepararmi a costruire. Dunque, non ho paura come voi salingarosiani d’Italia dell’incognita stupenda che appare all’inizio di ogni progetto: che fare. Non c’è analisi che te lo possa dire con certezza e non c’è studio del luogo che ti possa mettere al sicuro rispetto alla cosiddetta volontà popolare, alla storia della città, alla storia tutta di quel luogo. Niente di niente, è l’architettura bellezza, e tu non puoi farci niente, niente :-)
    Vi suggerisco però di studiare la composizione, materia ancora intonsa per voi. Iniziare da zero è dura, ma ce la si può fare se si trova un buon maestro che non vi proponga scorciatoie. Io ho studiato con Giancarlo Leoncilli, se non fosse purtroppo scomparso qualche anno ve lo indicherei senza dubbio, ma potete ancora leggere i suoi libri per introdurvi all’argomento. Come trastullo non è propriamente morbido o divertente, però l’efficacia è assicurata: o impari o ti metti a fare un altro mestiere.
    Auguri
    ciao
    c

  4. Pier ha detto:

    Egregi,
    parliamo di regole o dogmi? Non si può discutere su queste regole, investigarle, reinventarle?
    Non credo di aver detto che il progetto “mi piace”, ma piuttosto che, in questo caso la lettura del contesto e dello spazio circostante è corretta, ed il risultato finale altrettanto. Sono d’accordo, quello spazio, che conosco benissimo, non è tabula rasa, e Isozaki ha dato una sua interpretazione, che condivido.
    Se poi si ritiene che vi siano regole ormai talmente definite da non poter essere approfondite, allora basta con le discussioni. Stampiamo un manuale “Cosi e basta”, e tutti i progetti saranno belli e conformi. D’altronde, seguendo regolamenti e norme tecniche si può confezionare un progetto senza troppi sforzi mentali. Poi sul fatto di “irridere” un edificio, anche questa mi pare un legittimo esercizio personale. Che pure mi piace, anche se in questo caso io, purtroppo, sfortunatamente, non riesco a vedere ne bistecchiere ne reti per materassi.
    Sarà perchè ho uno strano modo di interpretare il mestiere di architetto, ma a volte è meglio strano, che angosciante.

  5. franco di monaco ha detto:

    Per quanto può valere la mia opinione (immagino a poco), il punto centrale, che spesso sfugge, è LA COMPOSIZIONE. Il Prof. Leoncilli Massi è stato un Maestro (inarrivabile) capace di insegnare “l’occultissima arte del comporre”. La Sua risposta, Arch. Cossu, è a tal punto pertinente, da farmi dire che sarebbe il momento di avviare un “ragionamento” (almeno su questo blog) su quanto la composizione sia una pratica dimenticata e non più insegnata.
    Così almeno per “trastullarci”, direbbe l’arch. Pagliardini….
    Saluti
    FdM

  6. Nikos Salingaros ha detto:

    Cristiano Cossu diche delle cose molto importanti:

    “Da quello che scrivi –– sto cominciando ad avere il dubbio che abbiamo studiato la stessa disciplina.”

    Ha ragione. Noi abbiamo studiato le leggi di un’architettura a scala umana, la composizione a base di matematica e complessità di Pattern, regole sviluppate in informatica e sistemi complessi, la progettazione adattata alla biologia e psicologia umana. Invece altri architetti per decenni studiano un’altra disciplina, cioè, l’antiarchitettura.

    Cari saluti,
    Nikos

  7. Cristiano Cossu ha detto:

    Matematica e complessità di pattern? Informatica e sistemi complessi? Mi scusi dott. Salìngaros, io ho studiato Louis I. Kahn, Adolf Loos, K. F. Schinkel, Filippo Brunelleschi, Giuseppe Terragni, Mario Ridolfi, Gustavo Giovannoni, Marcello Piacentini, Saverio Muratori, ma anche Rafael Moneo e Massimo Carmassi e Carlos Martì Arìs: mi deve essere sfuggito che nella loro opera vi fosse qualcosa di anti-architettonico, nè ho trovato la cosiddetta “psicologia umana” o i ridicoli “pattern”.
    Forse è venuto il momento, per lei, se vuole interessarsi al tema, di lasciare i numeri e la biologia e di ricominciare dai fondamentali dell’architettura: le consiglio un certo Vitruvio, godibilissimo.
    saluti
    c

  8. franco di monaco ha detto:

    Mi permetta (o mi consenta, diceva Quello…) Prof. Nicos, ma quando si parla di COMPOSIZIONE s’intende quel “filo conduttore”, cioè la variazione compositiva dei “temi spaziali” della storia, che accomuna L. B. Alberti, Palladio, Scinkel, Scarpa, Kahn, Aldo Rossi, Terragni, Libera, Moretti e altri….
    Se per lei questa è Antiarchitettura, per fortuna che non ho avuto lei all’Università…..
    Anti-Saluti
    F.d.M

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