Foligno … dibattito liquido …

Ancora a proposito del Kubo … sul Maus …

Eduardo Alamaro … ci scrive … e allega …

“Cari muratorini,
Primo maggio, festa dei lavoratori. Dovrei e potrei riposare. Ma dato che non ho mai lavorato e ho sempre fatto artigianalmente ciò che mi dava piacere, vi scrivo. E perciò mi in/scrivo in questa vostra festiva comunità liquida on line. Alla quale partecipo a sob / sbalzi. Flessibile e a sorpresa qual è. Orizzontale e divertente, al pari della PresS/T di Lpp che frequento di più.
Altra cosa evidentemente, entrambe, da quei rigidi e seriosi veicoli dei tempi e mala tempore di Gutemberg. Strutturalmente gerarchiche e accademiche, in funzione e finzione fino a ieri. Anzi, fino a oggi, talvolta. Cerchi di cooptazione alta nei quali ci siamo formati e affannati. E spesso azzannati. Che vita da cani d’età industriale, la nostra!
“Magico web” ha cambiato invece le regole del gioco critico nostro. Rendendolo ampio e dilettevole (alla lettera profonda). Liquido e sorprendentemente di movimento. Opinioni diffuse e sfuse nel web. Esempio pratico odierno è la proficua discussione che state portando avanti su Foligno si / Foligno no /Foligno non lo so. Cioè su come si evolve e/o si capovolge una tipologia architettonica tosta al variare del tempo e dei gusti, com’è l’edificio di culto cristiano, cattolico apostolico fuksiano.
Nel (non lontano) tempo moderno sarebbe stato un dibattito sacrale e aurato. Confinato in qualche nobile rivista d’architettura difficilmente raggiungibile oltre alcuni luoghi di giudizio deputati. E depurati in partenza da fastidiose incrostazioni di massa spuria e rustica. Pieno di veleni con veline accademiche da replicare in tanti saggi e saggetti da presentare nei concorsi universitari dagli ossequiosi chierici. Erano questi infatti giudizi inappellabili della Cassazione d’architettura d’Italia. Con casse e cassette di risonanza pratica. Talvolta, c’era una volta. Ora invece tutto è (o pare) da pari a(p)pari. Da casa a casa. Da porta a porta. Da porta a/portate di mano, di maus. Il topino nostro e il cubo suo, di Fuksattila, appunto. Qui non si capisce più un cubo!! Tutto è i gioco e fuori-gioco al contempo. Non ci sono più primi maggio, ma solo quattro maggio, quelli tradizionalmente dedicati al cambio casa, allo sfratto per fine location.
Insomma, rivedendo e aggiornando uno speranzoso proverbio napoletano antico: si chiude una porta (di Gutemberg) e si apre un portale web. E poi non sottovalutiamo la questione dell’ingombro, dello spazio, del corpo. Il peso on line di un parere autorevole vale quanto quello mio dilettevole.
Andando su questa via (critica) più ampia e partecipazionistica, liquida e/o da sciacquone architettonico, siamo però, credo, ancora alle prime armi e avvisaglie. La generazione mia (e credo nostra) usa ancora i tasti del computer come quelli della vecchia Olivetti lettera 22. Sta ancora in riga, in colonna. Il nostro rapporto corpo-macchina è ancora rigido, meccanico, industriale. Poco semplificato, flessibile e fantasioso. E’ vero che noto tentativi per un rompete le righe (e le rughe) del modo di scrivere, ma è ancora pochino.
Per quanto mi riguarda, ad esempio, cerco di sfrantummare il senso e le mie parole. Cerco di giocarle e rigiocarle nel testo isolandole nel frammento fraudolento parte-nopeo locale. Dialettale e di(a)lettevole nostro più che parteno-loro globale, ma … non so, chissà, … sono solo piccoli segnali, frasi in bottiglia di naufraghi nel cambio tecnologico. E noi siamo tecnologia con anima-animale. Ci vorrà, credo, almeno un’altra de/generazione di post/scriventi come noi per capire la macchinetta crtica che abbiamo tra le mani. La sua potenzialità e le sue relative possibilità architettoniche. Per capire, in questo caso di Fuksattila, se le nostre sono parole al vuoto cubico di Foligno o no. Saluti festivi e festosi a tutti.

P.S. Vi allego, solo per ricordo e confronto con voi, quanto scrissi per Lpp su questo edificio, allora in costruzione. Era l’autunno 2007 e lo battezzai (con qualche ironia) “la Ronchamp quadrata” di Foligno. Sottotitolo: Per chi suonano le campane?”
E.A.

INTERMEZZO dalla PresS/Tletter n. 28/2007

La «Ronchamp quadrata» di Foligno
Il delitto era prefetto. Il progetto ultimato, definito, consegnato, approvato. Con tutti i timbri e nulla osta consueti. Nonché i crismi ecclesiastici. Crismi, perché parliamo di una nuova chiesa, a Foligno. Una parrocchia “a scatola chiusa”. Anzi a scatolone sforacchiato. Un parallelepipedo compatto, imponente, grigio. La casa di un Dio punitivo, scuro in volto, respingente. Alto venticinque metri, con due pareti laterali tranciate d’impeto, di brutto, col taglierino. A mo’ di zumpata, sfreggio permanente d’architettura. E poi un gran lucernaio piano per tetto, con la luce divina che spiove dall’alto. Dall’alto come l’archi-tetto spedito dal Signore. L’architetto della Provvidenza. Lui, sempre lui, il Maximo, Fuksattila, il barbaro-lituano de Roma. E lo scatolone sforacchiato è solo “il salotto buono”, la chiesa della domenica. Per le funzioni feriali, la bassa cucina d’ogni giorno, è previsto un corpo più piccolo, a latere, trasparente, a vetri. Collegato a sua volta con una scatoletta di servizio, che forse sarà dipinta di rosso, o azzurro, contenente la sacrestia, l’oratorio e gli altri annessi e connessi della parrocchia. Che sta a due passi dal nuovo ospedale di Foligno, quello grazioncello a mattoncini, con i tetti spioventi tipo residence di Heidi. La zona è piana, anonima, d’espansione urbana. Il classico non-luogo (a procedere). La tipica periferia che fa rima con monotonia, anticamera del suicidio. Quella dell’uomo senza qualità d’oggi, che pure il Padre Eterno s’è l’è scordato, pare. Ma la qualità dell’Architettura, come dice Sarkozi, lo riscatta. L’architettura, in questo caso alto e nobile, anzi divino, è Redenzione, Riscatto, Speranza Eterna dei Popoli. Pronto Intervento di Dio. Così sia!

Il delitto era quindi (quasi) perfetto, tranne un particolare. Perché il diavolo si annida nei particolari. Il diavolo s’è appeso ai batocchi delle campane. “Le campane dove le metto?”, s’è infatti domandato l’architetto della Provvidenza. La magica stereometria dello scatolone di Fuksattila, una sorta di lectio magistralis su fede e ragione d’architettura, non le prevedeva. Così come non prevede nemmeno una croce sulla facciata, una cosa qualsiasi del consueto apparato simbolico dei fedeli. Dio è Ragione, “ragione estesa”, come sostiene il Papa/teologo. Dio è un suggestivo scatolone sforacchiato con una fessura bassa e lunga per entrarci dentro, nella chiesa. Dio è vestito col burqa, integrale proiezione psicologica di Fuksattila, forse. Dio è una scatola cinese, un cubo dentro l’altro, a Foligno, zona nuovo ospedale. (E poi l’uomo non è che un abisso, si sa). Ed allora? Le campane come le risolviamo? (E poi detto tra noi: a che servono? Per chi suona la campana? Le chiese son ormai (quasi) vuote, non c’è più popolo di Dio da chiamare e ri/chiamare, al momento!)
Idea divina d’archistar: le campane le appendo alla facciata principale, lì in alto a destra, ad una quindicina di metri, come un pensile in un una cucina componibile “all’americana”. Le sistemo in un parallelepipedo d’acciaio, compatto, s’è detto Fuksattila. Niente vecchi campanili che bucano l’integrità dello scatolone della Fede. Tutta questa chiesa va intesa come un largo campanile, coi suoi venticinque metri d’altezza, nel deserto urbano di Foligno. Ma si sa, l’architetto propone e Dio dispone. Forse la gente “della tradizione” avrà obiettato qualcosa; forse sarà stata la mano del Signore. Forse il sindacato autonomo campanari e campanili d’Italia avrà protestato, non lo so, non è dato sapere … certo è che “il pensile” delle campane è stato sospeso, stralciato dal progetto, al momento. Il vescovo pare abbia avuto un ripensamento, si dice. Il “blocco campane” va ridisegnato. Ma a questo punto, dove le metteranno, le campane? Sottoterra, sottotraccia? Suono interiore? Sirene divine collegate colle case dei parrocchiani, com’è l’allarme delle case blindate coi Carabinieri? O forse basta un messaggino sul cellulare per avvertire della messa alla domenica? Vedremo. Certo è che queste campane rompono letteralmente le scatole di Max il barbaro, a Foligno. La sua è una fede d’architettura che non ha bisogno di chiamate (né di fedeli).

Intanto i lavori della “Ronchamp quadrata” di Fuksattila procedono alacremente. “Ce la farete? domando al capocantiere, un uomo gentilissimo, appassionato del suo lavoro. Uno di quegli italiani fattivi e concretisti con cui è un piacere avere a che fare. Uno che “ti pesa” con qualche domanda precisa e, se passi l’esame di cantiere, si mette “a disposizione”. E ti spiega con calma le difficoltà di realizzazione del progetto; le versatili proprietà del cemento usato per evitare invisibili fessurazioni interne (alla Fede). “E le casseforme per fare quelle finestre così infedeli e strombate?”, domando. “Nei modi consueti perdevamo un sacco di tempo. Abbiamo poi avuto l’idea di fare «il buco» in polistirolo, e calare poi la gettata di calcestruzzo.” “E l’altare, il battistero, l’arredo e tutto quanto fa culto?”, domando. “E’ un altro lotto, non lo sappiamo, so che l’architetto ha contattato grandi artisti, si vedrà”, risponde. “E il riscaldamento?”, insisto. “Sottotraccia, viene da sotto il pavimento”. “Ma il calore tende a salire, si riscalderanno gli angeli, ai venticinque metri di altezza”. “Si, ma almeno i piedi dei fedeli saranno al caldo”, risponde simpaticamente. E poi mi mostra le campionature dei pavimenti in resina, rossastre, quelle ruvide e granulose per “lo scivolo” di fuori, cioè il sagrato inclinato di fuori … insomma, una lezione di cantiere pratico. Corsi di sopravvivenza architettonica. Lo saluto, lo ringrazio, me ne vado. “Ci vediamo a Natale per l’inaugurazione? Ce la farete? Che consegnerete?”, gli domando. “La scatola vuota. Poi si riempirà col tempo!” Saluti, con molta fede d’architettura, Eduardo Alamaro (Eldorado)

P.S. Dimenticavo, un consiglio a Vescovo di Foligno. Per il “blocco campane” coinvolgete la gente, a iniziare dal capocantiere. Forse avranno l’idea giusta. Del resto l’Annuncio della nascita fu suonata ai poveri pastorelli, non ai dotti (e architetti) del Tempio, oggi peraltro sforacchiato/i!
E.A.

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