“Non c’è spazio per le nostalgie” … nel Cubo sul Topino …

uncubo

Il Cubo sul Topino … una sfida contemporanea …

In occasione della recente inaugurazione fulignate, … vi proponiamo un estratto dell’intervento di Mons. Giuseppe Betori, Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana, al momento della presentazione del progetto Fuksas … (Palazzo Trinci 10.11.03) …

Una chiesa in via del Roccolo

“Il progetto presentato si colloca nel nostro territorio con una forte carica di Innovazione. Le chiese degli ultimi decenni si sono spesso dovute inserire in ambienti urbani già definiti, per lo più definiti da un deficit di umanità. Si doveva dare un tetto alla preghiera della comunità e lo si faceva adattandosi al volto anonimo dei quartieri, piegandosi alla diffusa mediocrità, soprattutto assecondando scelte ambientali già determinate. La chiesa di Fuksas mi sembra che risponda a una “nuova” aspirazione: quella di essere “il” o almeno “un” segno fondante dell’ambiente in cui si colloca, un segno che dà l’identità a un mondo. Come un tempo le nostre città sono sorte attorno alle cattedrali, i borghi e i rioni attorno alle chiese. Così ritengo doveroso che oggi la comunità cristiana di Foligno offra al nuovo insediamento che va delineandosi oltre il fiume Topino non semplicemente un luogo di preghiera ma un segno che ne qualifichi il volto umano.
Una seconda considerazione. In questi ultimi decenni l’architettura di culto è andata cercando una propria fisionomia, accettata e riconoscibile, partendo dalla composizione degli elementi fisici costitutivi dei diversi riti liturgici che nella chiesa devono essere accolti. Ne è risultata spesso una somma di spazi, senza una identità unitaria. Il progetto di Fuksas va in direzione del tutto opposta. Si assume uno spazio tipico del nostro tempo, nella sua più pura linearità e lo si offre alle esigenze dell’azione liturgica e della preghiera. Si torna così alle origini dell’architettura sacra cristiana, quando gli spazi già esistenti — quelli delle sinagoghe, ma ancor più delle case e, infine, soprattutto delle basiliche civili romane —furono assunti per dare forma al nuovo culto.
L’Antico Testamento dedica ampie pagine a prescrivere come costruire e arredare gli spazi del tempio ebraico. Una forma definita di tempio, secondo canoni ben precisi, appartiene all’esperienza comune delle religioni. Per il cristianesimo non è così: in nessuna riga del Novo Testamento si danno regole su come configurare gli spazi sacri. Proprio la pagina del vangelo di Giovanni letta ieri nella celebrazione eucaristica ricorda che il culto cristiano si contraddistingue in quanto è un culto “in spirito e verità”. Ciò non vuol dire senza segni, un culto puramente interiore, una religione da coltivare solo nel sacrario della coscienza, come anche oggi molti vorrebbero, ma un culto conformato a Cristo, alla sua persona, che rinnova la nostra vita secondo la verità fedele del progetto di Dio. E come l’umanità di Cristo ne accoglie e ne rivela la nascosta divinità, così il luogo in cui la comunità fa memoriale di lui e si raccoglie per l’incontro con lui e con il Padre è un luogo umano che il Vangelo riempie della sua trascendenza.
Questo avvenne, come ho ricordato, per le basiliche romane. Questo dobbiamo saper fare oggi: assumere gli spazi dell’uomo contemporaneo e abilitarli con la fede e le sue espressioni sacre. Questo mi sembra che voglia proporre Massimiliano Fuksas con le sue linee spaziali pure, offerte alla vita di questa comunità.
Non tutte le forme che lo spazio può assumere sono ovviamente plasmabili dalla fede in spazio di preghiera e di culto. Esse devono possedere un’apertura intrinseca alla trascendenza, devono esibire — per così dire — una nativa “spiritualità” . Questo mi sembra che venga assicurato dal progetto di Fuksas, in quell’incrocio tra terra e cielo che ne costituisce la cifra più evidente, evidenziata dall’incontro dei due volumi che si inseriscono l’uno nell’altro, come pure dall’intreccio di fasci di luce che attraversano la materia fino a farla diventare permeabile sia al mondo circostante sia all’ineffabile.
Certo, la forma di chiesa che Massimiliano Fuksas propone è nuova, fortemente innovativa, pur nella sua assoluta semplicità, forse proprio in virtù di essa. E’ una forma che non si rifà a modelli. Si aggiunge a tante forme di chiese che popolano i nostri anni. Questa molteplicità ci infastidisce, ma è l’esito del pluralismo culturale e anche teologico che segna questo tempo. Non c’è spazio per le nostalgie, né per improponibili riesumazioni. Occorre l’umiltà di raccogliere i segni di un mondo nuovo, in cui dialogano forme esemplari, capaci di creare tradizione, senza essere trasgressioni. Questo mi sembra sia il progetto di Massimiliano Fuksas.
II progetto ha convinto la giuria per tre motivi: l’assoluta semplicità delle forme; la sorprendente ricchezza di legami che crea con il contesto urbano e territoriale in cui si inserisce come presenza forte e riconoscibile; le suggestioni luministiche offerte dallo spazio interno. Fuksas ha vinto il concorso perchè ha avuto il coraggio di andare fino in fondo nel rinnovamento dei linguaggi procedendo decisamente sulla via della semplicità, una strada molto sentita dall’architettura contemporanea.
II progetto di questa nuova chiesa a Foligno punta in alto, non difetta di ambizione. E’ anche il segno di una comunità cristiana e di una città che non si sono lasciate abbattere dal terremoto, ma dalla prova trovano le energie per guardare oltre, non solo per ricostruire ma anche per costruire, con il coraggio di questo tempo. Tocca ora a noi accettare la sfida a pensare in grande, ad avere il coraggio della contemporaneità che ci viene da questa architettura.”

G.B.

Parole sante …

sultopino

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14 Responses to “Non c’è spazio per le nostalgie” … nel Cubo sul Topino …

  1. Pietro Pagliardini ha detto:

    Beh, a questo punto è certificato, quindi si può dire e non suoni come bestemmia: dopo la Nuvola, Fuksas si è spinto oltre le colonne d’Ercole e ha progettato il Paradiso.
    Dante è un dilettante….per nostalgici!!!
    Pietro

  2. memmo54 ha detto:

    A me sembra una gigantesca , mostruosa, inquietante trappola per “bacarozzi” (..nel resto d’Italia : blatte…)
    Il malcapitato si avvia allettato dal luccichio interno e poi… zacchete !
    Si sta come se, da un momento all’altro, debba venire giù la paratia intorno all’altare ed infilzare l’intraprendente insetto (… o che si riferisca, invece, all’officiante ?… Gli architetti non sono teneri con i preti ..ricordo una chiesa di Gardella dalla strana planimetria..)
    Sulle parole del Vescovo meglio tacere: talmente è evidente che ha trascritto concetti e termini da “architetto” forniti da qualcun altro, mostrando appieno di non saper giudicare col metro dell’uomo (.. gravissimo per un sacerdote..) e di affidarsi alla consueta frittura d’aria degli addetti ai lavori: segni del nuovo, fasci di luce che attraversano la materia …ed altre sciocchezze di pari livello
    contenute nel brano proposto.
    Una chiesa deve rassomigliare ad una chiesa non ad una raffineria e nemmeno al macinino del caffè ! Tantomeno ad una trappola per insetti !
    Finiranno per girarci film di fantascienza con abbondanza di replicanti, liquidi verdastri, mostri plurimandibolati e vermi del calcestruzzo.
    Pensate come devono sentirsi i fedeli: avevano bisogno di una “chiesina” ed invece si ritoveranno l’ennesimo monumento al calcestruzzo. ( ..e speriamo che sia perlomeno sicuro e non venga giù tutto…: ad essere pesante è pesante assai…)

  3. Andrea ha detto:

    Spero di andare a vederla al più presto.
    Dalle foto sembra uno dei migliori progetti di Fuksas.
    No, scusate ma alcuni dei vostri commenti (tipo quello di memmo54), non mi sembrano
    indovinati…

  4. mi piacerebbe vedere qualche progetto, realizzato, di Pietro Pagliardini o di memmo 54 o di qualche altro architetto o no, visto che sanno soltanto parlare male di architettura contemporanea.

  5. isabella guarini ha detto:

    Le tesi con cui il Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana presenta la Chiesa sul fiume Topino a Foligno non sono facilmente confutabili. Ma ci provo, discutendo su una delle tesi che la Chiesa dell’architetto Massimiliano Fuksas suggerisce a Mons.Giuseppe Betori, rilevate dal testo del discorso di presentazione:

    “segno fondante dell’ambiente in cui si colloca, un segno che dà l’identità a un mondo. .. assicurato dal progetto di Fuksas, in quell’incrocio tra terra e cielo che ne costituisce la cifra più evidente, evidenziata dall’incontro dei due volumi che si inseriscono l’uno nell’altro, come pure dall’intreccio di fasci di luce che attraversano la materia fino a farla diventare permeabile sia al mondo circostante sia all’ineffabile.
    II progetto ha convinto la giuria per tre motivi: l’assoluta semplicità delle forme; la sorprendente ricchezza di legami che crea con il contesto urbano e territoriale in cui si inserisce come presenza forte e riconoscibile; le suggestioni luministiche offerte dallo spazio interno. Fuksas ha vinto il concorso perché ha avuto il coraggio di andare fino in fondo nel rinnovamento dei linguaggi procedendo decisamente sulla via della semplicità, una strada molto sentita dall’architettura contemporanea”

    La tesi principale è il rapporto con il contesto. Nel merito si fa riferimento al contesto della nuova periferia urbana di Foligno a cui l’intervento architettonico della Chiesa darebbe identità come nelle antiche città storiche. Non vi è dubbio che le Chiese e i Campanili abbiano avuto la funzione di dare identità ai luoghi nel contesto urbano e paesaggistico. Tuttavia rifletto proprio sul rapporto con il paesaggio come appare dalla foto della Chiesa sul Topino, proiettata sul profilo delle Montagne innevate alla cui base è distesa la città di Foligno, considerata “centro dell’Italia e del Mediterraneo” Appena qualche clic sulla Cattedrale di Foligno, palazzi, torri e chiesette dei borghi è sufficiente a mostrare la ricchezza archtettonica tipica di quei luoghi umbri,costituita dall’articolazione e sincronizzazione di forme semplicissime, antiche e significative della sacrale presenza sul territorio. E ancora semplici campanili, scarni, che si elevano dalla terra al cielo per indicare il punto d’arrivo della nostra esistenza. Non visito Foligno da molti anni per cui non so se questi miei ricordi siano stati cancellati dalla ricostruzione post-terremoto dell’Umbria e se le note di commozione possano suonare ancora per i moderni visitatori della Chiesa cubica, che con il suo fendente orizzontale di cima recide i legami con l’elevarsi dei Monti della Dorsale Appenninica e il Cielo. Questa riflessione sulla stereometria del volume, scambiata per semplicità, segna il limite invalicabile tra la cruda vita terrena e il cielo irraggiungibile ed è per me un messaggio contrario alla simbologia del “sacro in architettura, che dovrebbe concretizzare l’osmosi tra cielo e terra per il tramite della Chiesa.

  6. sergio 1943 ha detto:

    Un centro congressi per due-tremila persone deve essere leggerissimo, una nuvola! Al contrario, una chiesuola di quartiere deve essere pesantissima, un cubo di cemento come quei campioni che vengono portati in laboratorio per essere sottoposti alla prova a compressione! Mah! Bisogna sempre “epater le bourgeois”! Comunque, da credente, so che posso pregare il mio Dio in cima ad una montagna, in riva al mare o al centro di una discarica, in una cattedrale o in un cubo; il vero Monumento della mia religione é il Vangelo. Solo il resto che Gli sta intorno é Arte e Architettura. Per la funzione che deve avere, ‘sto Cubo basta e avanza.
    Questo per quanto riguarda l’aspetto teologico. Per quanto riguarda l’aspetto liturgico mi sembra che ci stiamo avviando, come ai tempi dell’imperatore Leone III di Bisanzio, verso una sempre più generalizzata iconoclastia.

  7. salvatore digennaro ha detto:

    Sorvolerei sulle parole del cardinale…
    mentre la chiesa, atrraverso quel meccanismo dei pensieri associativi, mi fa pensare banalmente, o erroneamente, alla cappela di Ronchamp, alle sue pareti traforate da una teoria di bucature di forma regolare disposte irregolarmente.
    Il confronto però, secondo me, non regge assolutamene, forse perchè Ronchamp è già nell’olimpo dei capolavori architettonici, mentre la chiesa di Foligno sarà apprezzata a furor di popolo tra qualche decennio, oggi personalmente non mi piace e, scusate l’arroganza, paradossalmente mi appare come un opera di un mediocre architetto che fa il verso ad una star.
    Inoltre siamo al solito discorso dell’oggetto “artistico”, imposto ed urlato, a mio parere, ad una cultura architettonica completamente opposta.
    Corbu in un certo senso è stato un cattivo maestro…

  8. robert maddalena ha detto:

    a me sembra una buona opera (da quel che ho potuto scorgere dalle foto e dai disegni). le “regole” per progettare una chiesa mi sembrano rispettate. probabile che il tema e la presenza di un liturgista abbiano portato fuksas ad esser un po’ più “italiano” e la cosa mi fa senz’altro piacere.

    quello che mi stupisce sono i commenti… betori e muratori, da quel che ho capito, hanno spiazzato molti lettori del blog (e anche alcuni “eminenti critici”). a ‘sto punto ci sarebbe da scrivere sulle ideologie in architettura e, ovviamente, sulle ideologie da blog.

  9. memmo54 ha detto:

    Mi chiedo da cosa si intuisca che “the cube” è più italiano del solito.

  10. pasquale cerullo ha detto:

    Ipocrisia? un architetto deve essere anche un buon attore-interprete dei sentimenti, perché il compito è soddisfare i committenti. nonostante F. sia ateo (o cattolico della pagnotta?) è riuscito a soddisfarli, come si evince dalle parole del segretario generale della CEI, vuol dire che ha fatto un buon lavoro (un bel lavoro è un altro paio di maniche).

  11. Enrico Bardellini ha detto:

    A me come architetto, storico dell’arte e cristiano, l’opera di Fuskas, non mi convince e non solo in senso estetico ma direi è decisamente al di fuori di ciò che può essere considerato cristiano, e questo ce lo testimonia la parola di Cristo: “Gesù rispose loro: «Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo farò risorgere!» Allora i Giudei dissero: «Quarantasei anni è durata la costruzione di questo tempio e tu lo faresti risorgere in tre giorni?» Ma egli parlava del tempio del suo corpo.” (Gv 2:19-21). Chiara e vincolante è la relazione tra il corpo di Cristo come uomo divino e il Tempio/Ecclesia. L’edifico ecclesiastico non può essere altrimenti conformato se non come immagine o rappresentazione del corpo di Cristo. Non è quindi una scelta arbitraria dell’architetto che gli edifici ecclesiastici nei secoli prendano a modello prorio il corpo di Cristo, sia nella forma distesa come nelle piante di tipo longitudunale (Basilica Paleocristiana, Duomo e Cattedrale romanico-gotico) sia nella forma in piedi come nelle piante centrali ad andamento verticale (chiesa rinacimentale e barocca). Io penso che questo basti a mettere fuori gioco architetture costruite per celebrare solamente la fantasia addolescenziale degli architetti alla moda.
    E per non dilungarmi troppo sull’argomento chi volesse approfondire sul mio blog “La Capanna in Paradiso” è presente questo articolo.
    http://lacapannainparadiso.blogspot.com/2009/05/riflessioni-sullarchitetura.html
    Un saluto
    Enrico Bardellini

  12. Pietro Pagliardini ha detto:

    Commento fulminante sulla chiesa di Fuksas colto al volo su Dezeen.com

    making of Says:
    April 21st, 2009 at 9:55 pm
    wow fuxas is the new ikea, congrat…

    Pietro

  13. Master ha detto:

    E’ sempre bello leggere i commenti lividi di rabbia di chi odia una o l’altra architettura a prescindere, magari spesso (anzi sempre) senza aver neanche visto il progetto o visitato l’opera in questione. Mi fa capire quanto livore e invidia c’è in certi architetti verso le opere di chi è più famoso (non a caso). Nel nostro mestiere si dovrebbe cercare di studiare di più le opere dei nostri colleghi per poter fare meglio, non certo di denigrarli.

  14. Enrico Bardellini ha detto:

    Nessuno nega agli architeti famosi il valore professionale delle loro opere, indubbiamente sono interpreti del nostro tempo, la loro competenza è altissima, e senz’altro se hanno agito così lo hanno fatto al meglio delle possibilità attuali.
    Però, secondo me, è giusto cominciarsi a chiederci se per certi tipi di edificio debbano esserci piuttosto architetti specializati che conoscano anche gli aspetti lontani dalle consuete competenze dell’architettura moderna, specialmente quando si parla di chiese, cioè un edificio che non deve solo assolvere a una funzione statica, estetica o funzionale, ma che deve essere la concretizzazione di concetti molto complessi. Forse una riflessione, per ampliare le conoscenze e non certo per denigrare o voler demolire edifici che ormai appartengono alla realtà costruita e quindi alla storia, sarebbe opportuno farla.
    Enrico Bardellini

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