Architettura e … morfemi … (2)

Morfemizzatevi …

A proposito di “Procedure e valenze progettuali del morfema” … cfr.:

http://www.vg-hortus.it/index.php?option=com_content&task=view&id=455&Itemid=49

A conclusione di questo breve passaggio verso una chiarezza inerente la funzione dell’esercizio morfema è forse opportuno chiarirne l’utilità che diventa tanto più maggiore quanto più si è in grado di acquisirne la dovuta consapevolezza.” …
… … …
aridatece le finestre, le cornici e i mattoncini …

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14 risposte a Architettura e … morfemi … (2)

  1. Michele Mora ha detto:

    Boh.. ma le virgole sono un optional? Comunque l’articolo in se’ è interessante, in fondo non è nient’altro che quello che facevano al Bauhaus Kandinsky e Klee.. basta che poi i morfemi non si usino come “armi improprie” per piante e prospetti di edifici.. al massimo per qualche bella piastrella decorativa da palazzina romana anni ’50!

  2. Margherita Patrizi ha detto:

    aaaa adesso è tutto chiaro…dai il pezzo non è male…
    Ma quelli di Dario Passi non sono morfemi….?

  3. giuseppe de vitis ha detto:

    ma ancora co sti morfemi!
    che palle…
    robba pe sottosviluppati
    e poi che italiano è questo?
    “più maggiore”?
    “più” si usa nei superlativi relativi
    “maggiore” è un superlativo assoluto

    perchè non vanno a scuola questi che hanno la tara del morfema
    prima di vomitare stronzate?

  4. Luca ha detto:

    Complimenti alla Proietti per il suo articolo che, per la prima volta, ci fa capire cosa sia questo benedetto morfema, e soprattutto sembra trovare una sua giustificazione all’interno di un percorso compositivo- architettonico…. soprattutto!
    p.s. per gli amanti del fantastico mondo dei morfemi consiglio il libro “strutture primarie” di un insospettabile Giorgio Muratore, il quale, al suo interno, propone una rassegna di immagini e suggestioni “morfemiche” che uniscono all’estetica compositiva un carattere ed una finalità di tipo strutturale.

  5. Guido Aragona ha detto:

    Si, ora ho capito.
    Volendo fare un discorso linguistico serio, allora il “morfema” sta alla architettura circa come il “fonema” alla poesia, o alla musica.
    Dire ciò può essere utile. Perchà mostra la notevole distanza che intercorre fra i due estremi.
    Interessante anche in riferimento fatto da Michele Mora riguardo a Klee-Kandinsky-Bauhaus. In qualche modo, focalizzare l’attenzione sui “morfemi” significa lavorare sulla “rifondazione” ab ovo di un linguaggio, o quantomeno uno smontaggio analitico totale. Ma questo, semiologicamente parlando, è un po’ immaturo (e non a caso, questo approccio era pre-semiologico).
    In realtà, significa focalizzare su aspetti pre-linguistici. Il fonema, (come il morfema?), non è ancora un “elemento linguistico” ma solo un componente.

    E’ forse per questo che, infine, il prof. sbotta: “aridatece le finestre, le cornici e i mattoncini … ” cioè elementi linguistici, non suoi componenti?

  6. Luca ha detto:

    Volevo fare una specifica in relazione a quanto affermato da Guido Aragona.
    Il morfema ed il fonema sono realtà vicine ma non individuabili da quella relazione, in quanto il fonema è una parte del linguaggio che non è ancora dotata di significato proprio, è semplicemente un suono (per semplificare). Il morfema, dal canto suo, potrebbe essere un insieme di fonemi, acquistando dunque una complessità gerarchica, e, soprattutto, presenta un “significato” (è una particella generativa di nuovo termini, a partire da un senso). E’ dalla consapevolezza della presenza di “significato” nel morfema che si può capire il suo ruolo nella genesi del discorso architettonico.
    Il termine morfema di per sè è già preso dalla linguistica ed è poi stato applicato alla composizione grafica ed architettonica; dunque: il morfema sta alla poesia come il morfema sta all’architettura. Anche se a qualcuno sembrerà un’affermazione di poco senso.

  7. Marcello ha detto:

    Mah.. sarà come dice luca, ma a me i conti non tornano!
    A prescindere dai complimenti nei confronti di T. Proietti, che con il suo articolo è la prima a permettermi di inquadrare il morfema in una sua qualche dimensione… ancora non ben definita nella mia mente pratica,

    mi chiedo:

    tutti questi meravigliosi discorsi come li colleghiamo alla realtà studentesco-universitaria? Capisco che l’articolo rigardasse il morfema come tale e non la sua collocazione didattica, ma non riesco proprio a togliermi dalla testa il questito!

    Il morfema può essere oggetto di un laboratorio di sintesi finale (Architettura Valle Giulia)? O come dice la Proietti: “…riconducibili ad un successivo sistema architettonico articolabile nelle differenti dimensioni spaziali.” può davvero essere il punto di partenza verso l’architettura?

    Ma soprattutto!!! Ma vi sembra possibile che gli “adepti puriniani” gestiscano alcuni laboratori dei primi due anni del corso di laurea Architettura UE andando a formare, in maniera del tutto arbitraria, discostata dalla realtà pratica (perchè è così che avviene, con esami e tesi di laurea in cui i progetti presentano aggetti di 50 metri, grattacieli stile Manhattan, città che nascono dal niente nel niente, architetture totalmente decontestualizzate… ecc ecc) la base della cultura architettonico-compositiva di un neo-universitario?

    Può il primo approccio all’architettura essere così tanto direzionato, condizionante, decontestualizzato e soprattutto imitativo della volontà e dello stile di un unico docente?

    Purini, i suoi adepti e il morfema? In questi termini dovrebbero gestire un corso opzionale di teoria dell’architettura. Niente di più. Al qualle probabilmente parteciperei, per cultura personale….
    ….va be’, diciamo che seguirei le prime lezione e poi me ne andrei innervosito e vuoto.

  8. sergio1943 ha detto:

    Mo’ farò sbellicare dalle risa chi sa quanti lettori!…… Ma che fine hanno fatto le “sette (intese come numeri, eh?!”) invarianti” dell’architettura moderna, giuste le lezioni di Bruno Zevi? Poi mi sono fermato alla lettura strutturalista dell’architettura usando il metodo di Ferdinand de Saussure, giuste le lezioni di Tiberi che mi fanno comprendere lo sfogo del Prof. “aridatece le finestre, le cornici, i mattoncini”. Quante cose si perdono una volta che hai lasciato l’Accademia!

  9. Guido Aragona ha detto:

    Luca, la tua risposta non mi persuade. Le parole devono essere usate in modo corretto. Il morfema non può, evidentemente, “essere un insieme di fonemi”.
    E un po’ come dire che una mela può essere un insieme di pere.
    Esiste in realtà – deve esistere, altrimenti i “morfemi” chiamiamoli “zumpallà” o un altro insieme di fonemi a nostro piacimento – un parallelismo, una analogia (uso il termine in senso matematico), fra morfema (relativo alla forma), e fonema (relativo al suono delle parole).
    Se questo parallelismo esiste, e come ho detto, DEVE esistere, altrimenti parliamo d’altro, allora non è vero che più morfemi fanno necessariamente una unità significante.
    Se prendo un insieme di fonemi (batto a caso la tastiera): “skrbclsngny” non ho nessun significato … ho solo una sommatoria di fonemi, non una entità di livello superiore.
    Ora, sarebbe pazzesco se, ai bambini delle elementari, si insegnasse tutto a partire solo dai fonemi. Certo, gli si insegna anche i fonemi (gl, gn, ecc.) ma soprattutto gli si insegna le parole, la grammatica e la sintassi.
    Anzi, la nuova didattica alle elementari, rispetto a quando ci andavo io, è cambiata ancor di più in questo senso: si insiste meno sui “fonemi” e più sulle unità linguistiche come le parole.
    Ancora: non si può in alcun modo “derivare” dai fonemi la grammatica e la sintassi.
    Ancora: il linguaggio – anche quello architettonico – è una convenzione … queste convenzioni servono a far si che ci si intenda quando si dice qualcosa.
    L’insistenza sui “morfemi” e la loro composizione, può generare una erronea convinzione: che ognuno possa “parlare” un proprio linguaggio personale; il che, non è affatto vero, e corrisponde precisamente a Babele.
    salut

  10. giuseppe de vitis ha detto:

    ma basta con questi morfemi!
    a cosa servono?
    deliri di un cervello inceppato da decenni!

    me ne frego dei morfemi!

  11. pasquale cerullo ha detto:

    1) Elenco dei contenuti e delle funzioni.
    2) Asimmetria e dissonanze.
    3) Tridimensionalità antiprospettica.
    4) Scomposizione quadridimensionale.
    5) Coinvolgimento strutturale.
    6) Spazio temporalizzato.
    7) Continuità edificio-città-territorio.

  12. luca ha detto:

    Guido, le parole sono utilizzate in modo corretto, basta saperle leggere.Il morfema PUO’, e dico PUO’ essere un insieme di fonemi, comunque, sul vocabolario della lingua italiana puoi trovare la soluzione a tutte le tue perplessità. La differenza tra fonema e morfema sta nel passaggio dal campo della forma (dove per forma non si deve intendere solo la grafica ma anche il suono) a quello dei significati (il senso)

  13. Gavino Menachè ha detto:

    Per fortuna l’architettura non è un linguaggio… Altrimenti De Mauro sarebbe un architetto e Purini curerebbe dizionari.
    Au revoir!
    Gavino

  14. Guido Aragona ha detto:

    Va bene Luca. Nella lingua parlata, potrebbe; anche se preferirei qualche riferimento d’appoggio, più che al dizionario, che so, alla “scuola di Praga” ecc. (personalmente, sono un fan di Hjelmslev, in questo campo).

    Però, allora, in un disegno, cos’è un fonema? E se il suono, nei disegni, non c’è (a meno di riferirsi alla musica della geometria pitagorica, però mi pare che non sia questo l’approccio, a giudicare dalle esercitazioni che si vedono in calce all’articolo), che cosa c’è?
    A me pare che sarebbe logico, terminologicamente, ed almeno a proposito di prodotti grafici, parlare di “morfema” come elemento dello stesso livello del “fonema”, altrimenti si rischia davvero di fare confusione.

    Inoltre: si fa presto a dire “significati”. Fior di persone si sono scontrati su questo passaggio, nel campo dell’architettura. (ad esempio, credo che lo stesso Umberto Eco riconosca il suo fallimento nel cercare di delineare una semiotica della architettura, nei primi capitoli de La struttura assente; allora insegnava ad architettura, a Firenze).
    E comunque, un nesso specifico fra significante e significato è cosa ardua, lo si sa da sempre: almeno da quando fu scritto il “Cratilo” di Platone. A maggior ragione lo è nel campo delle “semiotiche connotative”.

    Ad esempio, quant’è dolce il suono della parola “Sifilide” … eppure è una cosa orribile :-)
    Non sto a farla lunga e non vorrei dare l’impressione di dar sfoggio di kultura; solo volevo ampliare un po’, perchè queste cose, certi tentativi, non nascono oggi, e il loro successo è tutto da dimostrare, nonostante tanta gente più intelligente di me ci si sia scornata sopra.
    Onestamente, nei graficismi, faccio comunque fatica a scorgere un vero e proprio significato, specialmente se si intende basare su tali presunti significati l’approccio maestro alla progettazione architettonica.

    saluti

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