Ogni cortile … la sua Facoltà …

A proposito della situazione delle facoltà di Architettura …
riceviamo da Sergio Cardone e volentieri vi giriamo: …

“Che l’Italia sia il paese dei paradossi (”dei barocchi”) non è una novità. D’altro canto non è possibile adagiarsi su questo luogo comune ma, ahimé, le re-azioni che scaturiscono vanno in netta controtendenza rispetto a quanto sia lecito aspettarsi.
L’ultima neonata fra le facoltà di Architettura è quella di Matera. Quando ho saputo della “nascita” ho pensato a quali potessero essere i motivi alla base di tale scelta..e alcuni, nella mia ingenuità di studente pugliese fuorisede, ne ho trovati. Un’alternativa (purché valida) alle due facoltà campane e all’unica facoltà pugliese (la cui linea continua ad essere, per il sottoscritto, un mistero) sarebbe stata ragionevole…ma ecco la sorpresa: la facoltà di Architettura dell’Università della Basilicata attiva il primo anno del corso di laurea in Ingegneria Edile-Architettura, lasciando attivi i rimanenti quattro anni (a esaurimento) nella facoltà di Ingegneria. Il dubbio è: perché attivare una facoltà di Architettura per poi proporre un corso di laurea prettamente ingegneristico? Non vogliamo dire ingegneristico? Bè..prendiamo atto del fatto che tale corso sia attivato in Italia solo in facoltà di Ingegneria..un motivo ci sarà.
A Udine, invece, situazione opposta: si scalcia per vedere riconosciute didattica e ricerca di corsi in Architettura in una facoltà che non sia quella di Ingegneria. E l’elenco dei precedenti vede le esperienze di Cagliari, Parma ecc.
Ma del resto…è normale avere così tanti corsi di laurea e così sparpagliati? Vorrei citare dei frammenti da un altro editoriale di Casabella (737, ottobre 2005) in cui il Prof. Dal Co scriveva: “Le lauree specialistiche in Scienze dell’architettura e dell’ingegneria edile […] sono 47. Vengono offerte nelle più diverse località, da Roma a Milano, da Pisa a Reggio Calabria, da Rieti a Mondovì, da Rende a Dalmine. I Corsi di laurea triennali in Scienze dell’architettura e dell’ingegneria edile (classe 4) sono 61. Le relative attività didattiche coinvolgono l’intero territorio nazionale, da Torino a Enna, da Campobasso a Udine, da Aversa a San Donà di Piave. […] I nuovi Corsi di laurea per il 50% sono stati generati da orripilazioni, come attestano le perifrasi delle loro titolazioni (Scienze dell’Architettura [il più diffuso], Architettura delle Costruzioni, per arrivare a Progettazione dell’Architettura, dove la perifrasi diventa tautologica, anche se bisogna riconoscerle il merito di ribadire che l’architettura non è un prodotto del ciclo naturale delle stagioni, né di movimenti tellurici, che non nasce come una melanzana e non si forma come una collina). È lecito pensare che simili invenzioni abbiano preso forma da accese discussioni, nel corso delle quali gli insegnanti avrebbero dovuto dar prova della loro dedizione all’interesse comune, invece (come attestano i “nomi”) che a usi e costumi tribali. L’altro 50% dei nuovi Corsi è nato per garantire i posti di lavoro degli insegnanti di ingegneria. Scorrendone l’elenco, quando nel titolo di una laurea si incontra la parola “edile” non si sbaglia pensando che quel Corso è stato istituito per accogliere insegnanti-ingegneri, privati dei loro ruoli, perché così stabilito dal pur glaciale movimento di adeguamento delle qualifiche professionali italiane a quelle europee. […] Per comprendere come la patologia che le Facoltà di Architettura italiane denunciano sia degenerata, basta leggere il Piano strategico 2005–2015 presentato recentemente dalla Bocconi, per rendersi conto dell’abisso che separa le nostre Facoltà da ciò che sarebbe serio proporsi di fare e che, per l’università milanese, è così riassumibile: reclutare il 50% dei nuovi docenti sul mercato internazionale; non sottostare all’“egualitarismo salariale” e agli automatismi che vigono nell’università di stato per selezionare il personale docente; sviluppare la ricerca; aumentare del 35% in dieci anni gli insegnanti di ruolo; affidare il 20% del carico didattico a docenti esterni; assumere 50 docenti stranieri stabili; portare al 15% la presenza degli studenti stranieri; incrementare strutture, assistenza, programmi di formazione postlaurea, ecc. […] Le scuole serie (di solito si trovano in grandi città o in campus attrezzati) possono contare sui progettisti e professionisti migliori; costoro raramente diventano “professori di ruolo”; viaggiano e insegnano sino a quando questa attività li interessa o è utile – anche per poco tempo, perché oltre ad insegnare tutti costoro sono architetti (Mies van der Rohe non aveva dubbi: per insegnarla, l’architettura bisogna saperla fare). Ma vi immaginate Jacques Herzog a insegnare a Rende, Moneo a Dalmine, Cecil Balmond spiegare come un edificio si regge in piedi ad Aversa?”
Chissà..magari al posto della generazione di portaborse e “appecoronati” che sistematicamente passano in rassegna in facoltà con contratti privati prima di trovare una procedura di valutazione comparativa per sistemarli si potrebbe “ripensare” l’intero sistema di reclutamento ma…
ma ripropongo l’interrogativo del Prof. Muratore: quante “poltrone” si perderebbero?
Mi scuso per la lunghezza ma la citazione di Dal Co di oltre tre anni fa era necessaria.
S.C.

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