Ancora … su Salingaros …

Riceviamo da un misterioso Palladius
che, ancor più misteriosamente, si definisce nostro “fedele discepolo” questo testo che rinvia, ancora una volta e con entusiasmo, ad un testo salingariano …

Forse siamo stati un po’ sommari nei confronti del nuovo profeta oltreoceanico … ma, a questo punto, cominciamo anche a preoccuparci un po’…
dopo D’Amato, Purini, Pagliardini e tanti altri …
ora, a difenderlo, ci si mette pure … Palladio …

“caro professore,
chi le scrive è stato suo studente al corso di architettura contemporanea di via gramsci, frequento quotidianamente il suo blog e ammiro già dai tempi dell’università la sua battaglia in difesa dell’architettura razionale e tradizionale italiana ingiustamente e quotidianamente offesa da politici e architetti insipienti e tracotanti, mi considero quindi un suo fedele discepolo e nel mio piccolo cerco di far valere ogni qual volta ne ho al possibilità le nostre comuni idee. Mi permetto però di prendere le distanze dalle sue polemiche su Salingaros di cui hao avuto modo di leggere un breve saggio che in verità ho aprrezzato molto e i cui contenuti non mi sembrano così distanti dalla nostra visione su come un architetto degno di questo nome dovrebbe interpretare il suo ruolo e confrontarsi con il contesto urbano in cui si inserisce con i soui progetti.
le allego il saggio e il link con l’invito a pubblicarlo sul suo blog che considero uno spazio prezioso di confronto e di espressione per idee e punti di vista intelligenti e non confornmisti.

la saluto affettuosamente e colgo l’occasione per complimentarmi con lei per la sua battaglia quotidiana contro la corruzione e la volgarità che sempre più violentemente depaupera e svilisce le nostre città e il nostro territorio.

cordialmente, un suo fedele discepolo”

link al saggio di salingaros:
http://www.cesar-eur.it/critica_modernita.php

Il saggio intero era un po’ troppo lungo …
e poi …
non vorrei passare per un neofita salingariano …
per gli appassionati della materia …
sarà sufficiente il link segnalato …

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23 risposte a Ancora … su Salingaros …

  1. emanuele arteniesi ha detto:

    Se ne sono visti sempre nella Storia di tali personaggi lugubri… speriamo che tornino anche i danzatori dello spirito… di cui il Novecento è stato comunque prodigo

  2. lorenzo lollo ha detto:

    Gentile professore, sono uno studente di architettura della Quaroni. Devo dirle che trovo abbastanza disgustoso il modo in cui la maggior parte di voi architetti snobba chi non è allineato alla cultura dominante. A mio parere Salingaros, Krier, Pagliardini, Tagliaventi sono gli unici che riescono ancora a scrivere cose sensate e lei, come tutti i professori di architettura, per evitare di affrontare nel merito il loro pensiero si limita a tentare di metterli in ridicolo, magari sottointendendo un loro basso livello culturale. Il problema è che occorre finalmente guardarsi intorno e rendersi conto che nelle (non) città realizzate nell’ultimo secolo non c’è proprio nulla di positivo (ad esclusione forse di qualche intervento fascista). Cosa ovvia per qualsiasi essere umano che guarda serenamente alla realtà, inaccettabile ormai solo per due categorie di persone: gli architetti e i radical chic intellettualoidi. Allora le chiedo una cosa: se non condivide le opinioni e le proposte di queste persone abbia il coraggio di affrontare i singoli punti del loro pensiero e provi a smontarli. Penso che la realtà che ci circonda non ci consenta più di affrontare questi temi in modo “sommario” e superficiale. Cordialmente, Lorenzo

  3. filippo de dominicis ha detto:

    ma mies americano non era forse un archistar?!?

    p.s. : non pensavo esistessero ancora i discepoli!

  4. Alessandro Camiz ha detto:

    Certo che se il dibattito culturale odierno si basa sulla coppia oppositiva “Salingaros sì” versus “Salingaros no”, dobbiamo compiere ancora molta strada, prevalentemente in salita, per raggiungere la cittadella del sapere e riaccendere finalmente la fiaccola della ragione: una fiaccola che illumini da dentro l’architettura italiana.

  5. gabrielemari ha detto:

    Mammamia!
    Alla fine me lo devo proprio leggere Salingaros. Non si parla d’altro ormai…
    Spero solo che, col tempo, la critica alle archi-star non cominci ad assomigliare al “No Logo” di Naomi Klein, che si è trasformato presto e paradossalmente in un’altra moda.
    Ancora più snob, ovviamente.

  6. … adesso mi muratorizzo …
    … la sua battaglia in difesa dell’architettura razionale e tradizionale italiana …
    … mi considero quindi un suo fedele discepolo …
    … (Salingaros) non mi sembrano così distanti dalla nostra visione su come un architetto degno di questo nome dovrebbe interpretare il suo ruolo e confrontarsi con il contesto urbano …

    Prof,
    … io sono già preoccupato di tanta fedele ristrettezza di vedute …

    … manca solo il ‘codice (del) Muratore’ magari arricchito da qualche supponenza, architettonicamente parlando, fascista …

    Vi ricordo che siamo nel 2008 e che si può avere il diritto all’irrazionale e al contemporaneo senza scendere in battaglia.
    Quindi deponete le armi per favore, consiglio di lettura, Cecil Balmond, Informal —> http://www.jannuzzismith.com/informal/resources/presspack.pdf
    Salvatore D’Agostino

  7. Biz ha detto:

    Francamente non capisco il motivo delle polemiche.
    Salingaros dice cose piuttosto chiare, che coinvolgono aspetti più ampi che lo stretto specifico disciplinare.
    Si può non essere d’accordo. Ovviamente. Ma allora, come dice lo studente del commento 2, o si confuta le cose che dice precisamente, oppure si ignora.
    L’alzata di sopracciglio francamente mi sta sul piloro.
    Anche perchè mi pare che nisciuno ha la verità in tasca (ancorchè niscun’è fesso)
    Specialmente dicendo cose del tipo “..siamo nel 2008”!
    Siamo nel 2008.
    E allora?

  8. —> BIZ
    siamo nel 2008 e mi piacerebbe trovare in un blog autorevole come questo punti di vista che non siano legati al rancoroso e nostalgico passato D’Amato, Pagliardini, Salingaros (comunque idee da rispettare) o alla raffinata ricerca postmoderna di Purini. Basta avere un pò di curiosità per trovare temi più stimolanti e contemporanei.
    Dov’è la polemica?
    Che cos’è il piloro?
    Chi ha la verità in tasca?
    Chi è il fesso?
    Perché questo tono?
    Salvatore D’Agostino

    Consiglio di lettura un pò datato: William J. Mitchell, La città dei bits, Electa, 1995

  9. Pietro Pagliardini ha detto:

    Salvatore, accetto quasi tutto ma non del rancoroso.
    Non lo sono né caratterialmente, né professionalmente, né culturalmente.
    Al massimo, ogni tanto, ma di rado, sono “incazzato” ma mi passa dopo due minuti. Una volta che mi è durata più a lungo ho fatto un blog.

    Rancoroso è colui che macera le sue insoddisfazioni e le sue sconfitte nel gridare al mondo quanto è sfortunato e quanto è cattivo con lui il mondo. Rancoroso è un uomo sconfitto e alla fine della vita. Io spero di non esserlo e credo anche che le idee che allegramente manifesto siano all’inizio della vita, o meglio, ad una nuova gioventù. Ma se mi sbagliassi, pazienza. Del nostalgico l’accetto di buon grado.

    Io mi diverto un mondo a perorare molto faziosamente, ma anche con molta allegria, una causa che ritengo giusta perché, sempre per carattere, e quindi senza merito alcuno, credo che quando occasionalmente mi spunta in testa un’ideuzza che abbia un pò di credibilità, la dico o la scrivo, dipende.

    E’ vero, talvolta alzo la voce, metaforicamente, per dire la “mia” verità ma lo faccio solo perché il rumore di fondo è molto alto ed è un rumore di fondo tutto uguale, sempre lo stesso, quasi una voce unica.
    Non è bello sentire una voce unica perché corrisponde ad un pensiero unico, tanto più se il prodotto che ne è uscito è quello che tutti abbiamo davanti agli occhi.

    Non usare nei confronti di chi la pensa diversamente da te lo stesso principio di demonizzazione ormai sperimentato in politica e di cui non se ne può più e che non porta neanche bene a chi lo pratica.

    L’autore di questo blog, pur essendo critico, sospettoso ed anche scettico non lo fa; è ironico, questo sì, è disincantato, certamente, ma……è de’ Roma e ne ha viste tante… Però, se ha pubblicato quella lettera (e non è la prima volta) vuol dire che ha avuto la sensibilità e l’orecchio per cogliere “that something new is happening in this country”.

    Quindi, Salvatore, dimmi cosa non ti piace, spiegamelo e spiegalo anche agli altri. Lascia stare il raffinato ismo di Pinco o il rozzo ismo di Pallino. Non mi rispondere consigliandomi ogni volta un libro diverso perché tengo famiglia, ho uno studio da tirare avanti, qualche iniziativa da intraprendere, qualche bolletta da pagare e non posso passare le giornate a leggere i libri che piacciono a te, a scatola chiusa.
    Dimmelo te cosa sono questi temi più stimolanti in modo che io possa, se del caso, decidere o meno di acquistarlo. Se mi piacerà, giuro, lo comprerò. Però si comincia male perché se un libro del 1995 è già datato, vuol dire che non vale gli euri che costa, perché è nato datato.

    Sull’irrazionale preferisco non gradire, ce n’è già troppo in giro in questo paese.

    Concludendo: dopo avere letto, studiato, approfondito, sviscerato viene il momento dell’elaborazione del pensiero ed è bene dire qual’è questo pensiero, che sia giusto o sbagliato, che sia forte o debole. E non prendiamoci troppo sul serio, la vita continuerà ugualmente!

    Senza rancore
    Pietro

  10. Biz ha detto:

    Salvatore, purtroppo ho un età che, sebbene non possa definirsi grande, non è nemmeno piccola.
    E ho dunque troppe volte visto quanti sacrifici umani, in senso lato – ma possono facilmente diventare umani tout-court – sono stati offerti al moloch del “progresso”, con quella frasetta “siamo nel duemila …”
    In ogni tempo, ci sono cose essenziali che non cambiano. In ogni tempo c’è il giusto e l’ingiusto, il bello e il brutto. Il ragionamento su di essi non può essere stornato dicendo “siamo nel duemila”. E’ così.
    Per cui, ho ormai uno scatto di insofferenza alla frase “siamo nel duemila”. Ripeto: e allora?

  11. emanuele arteniesi ha detto:

    ” L’arte, come l’amore, è una questione d’incantamento” Luigi Moretti
    Così parlano gli spiriti elevati, scivolando sugli iceberg sepolti.
    Non come questi nani che nominano Dio ogni rigo come una qualsiasi altra parola

  12. Claudio ha detto:

    Mah, io il saggio di Salingaros l’ho letto.
    Provo ad avventurarmi nel commento punto per punto, come richiede qualcuno. Ma non mi è dato dimostrare nulla. Non ho intenzione di imporre la mia visione su un tema così “democratico” come l’architettura delle/nelle città.
    Certo che c’è spazio per l’architettura tradizionale, così come la chiama Salingaros; come ce ne deve essere anche per la sperimentazione, o per la contemporaneità.
    D’altronde mi chiedo: come può l’architettura non essere contemporanea?
    Il fatto che poi l’autore si dilunghi in considerazioni che, per me – ma solo per me, per la mia sensibilità e formazione culturale – sono arbitrarie ed al limite del delirio religioso; che le sue argomentazioni sulle cosiddette “archistar” siano gratuite ed altamente opinabili, non fa testo ( esempio: “Dobbiamo usare l’anima, la parte di noi più vicina a Dio, per capire la minaccia della forma storta e percepire la morte nel calcestruzzo grezzo e nelle pareti lisce, per accorgerci della mancanza d’anima nell’acciaio lucido e nelle pareti di vetro. Dove la vita è assente non c’è Dio” ).
    Fa testo ciò che ne segue.
    Ossia la discussione sull’urbanistica e sulla qualità dell’architettura che diventa dibattito politico, come sta succedendo a Roma in questi ultimi tempi ( anche e soprattutto grazie all’entusiastica adesione alla visione salingarosiana di deputati laureati in architettura che hanno una certa influenza sull’amministrazione capitolina ).
    L’ultima polemica nata a seguito di questa malintesa concezione tradizionale del fare architettura è il botta-e-risposta sulla scatola magica di Renzo Piano all’EUR, che tutti abbiamo seguito. A mio avviso uno scivolone pauroso del nostro Sindaco. Un conto è la falsa nuvola mastodontica con albergo annesso di 30 piani, un altro il progetto di Piano, che non sono torri.
    Restando nel solco del saggio del matematico conferenziere, vorrei che una volta tanto scendesse lui, nel dettaglio: chi sono le archistar? nomi cognomi e progetti inumani ed alieni, per favore.
    Di quali progetti ed edifici realizzati parla, quando ci consiglia di fare un viaggio architettonico? Io ne ho fatti diversi e la mia sensibilità è stata toccata in modo diverso a seconda del risultato.
    Odio le generalizzazioni.
    Se dovessi banalizzare il dibattito direi che preferisco il progetto di un “archistar” piuttosto che quello di un “archimerda”. Quantomeno mi obbligherà a confrontarmi con me stesso.
    Trovo che il disastro delle città non sia legato alla presenza di quell’1, 2% di architetture contemporanee di tecnici famosi, quanto piuttosto all’enorme quantità di architetture grigie, degradanti ( anche se rassicuranti nelle forme e dimensioni ), realizzate senza alcun rispetto dei vincoli facilmente aggirati dalla cupidigia speculativa di non importa quale amministrazione collusa coi palazzinari di turno.
    Perdonatemi la contorsione del periodo, scrivo di getto!
    Quanto poi all’esempio riportato alla fine del saggio, il mondo mussulmano non mi pare così compatto come lo dipinge il nostro Salingaros, e le costruzioni architettoniche “fuori scala” nel mondo islamico mi paiono piuttosto frequenti.
    Quando afferma: (…) “le persone di
    cultura orientale prendono il sacrilegio con radici architettoniche molto sul serio. E mentre la collera contro le mostruosità edilizie cresce tra coloro che vivono la religione in modo tradizionale, nell’Ovest noi elogiamo quelle stesse opere come traguardi raggiunti dal progresso. Benché non desideri essere un oracolo di eventi terribili, non incoraggerei mai costruzioni giganti e provocatorie nelle nostre città, destinate a diventare bersagli su cui le generazioni future potranno scaricare le loro frustrazioni.” mi fa tornare in mente quei simpatici ragazzi col turbante nero, che scaricarono la loro frustrazione su delle sculture fuori scala, “aliene”, non “tradizionali”, nella valle di Bamyan.
    In sostanza, tralasciando altre perle del testo tipo “Le immagini mediatiche e
    ipertecnologiche delle archistar si basano su una concentrazione innaturale di materiali estratti con violenza dalla terra, con un dispendio enorme d’energia. Non sono affatto naturali.” direi che il caso del saggista si potrebbe risolvere con una terapia: qui siamo in presenza di eccessi agorafobici ( ““Dove andranno a camminare i nostri bambini intorno a questo posto immenso?” ), di crisi d’identità spiritualiste ( ” l’ordine architettonico è l’immagine terrestre della perfezione divina, i materiali naturali sono l’immagine della nostra corporeità.
    Al contrario, le archistar ci offrono un’eccitazione innaturale: l’emozione di piaceri proibiti mascherata dalla trasparenza e dalla purezza geometrica; l’abuso delle tecnoscienze con l’obiettivo di negare la natura stessa, la nostra natura biologica” ).
    L’emozione di piaceri proibiti?
    Mi pare che si stia esagerano.
    Le domande:”Come vi sentite nell’approccio all’edificio? Si può veramente arrivare a piedi? Avvertite qualcosa d’alieno forse a causa delle sue dimensioni inumane? Come ci si sente entrandovi? Come ci si sente una volta dentro? Le superfici interne non comunicano una sensazione d’obitorio, di tomba? Sentite forse la presenza rassicurante della vita come entrando in un palazzo antico?”
    Meritano DAVVERO una risposta?

  13. maurizio zappalà ha detto:

    …«La retorica, il grande sport nazionale della retorica. Di destra, di sinistra. Ma la retorica è la tomba di tutto, dell´architettura come di ogni altra attività. Quando poi si sposa alla nostalgia, come in questo caso, siamo alla necrofilia. Il vero problema del mio progetto, come di quello di Fuksas, è che sono antiretorici. Una qualità che in Italia non è di moda», è quanto dichiarava ieri a Curzio Maltese, sulla Repubblica, Renzo Piano! Piaccia o no, Piano è l’architetto italiano più riconosciuto al mondo! Che goduria! Gli altri sono soltanto parrucconi, larve, incorniciate nelle cadenti aule dell’Accademia snervata ed incartapecorita ma sempre spocchiosamente accomodata in cattedra a dare lezioni di Gusto e di Ornato e di Teleologia. Per darsi un sussulto apparente di vitalità, buono soltanto a scuotere le loro parrucche, s’inventano città nuove virtuali che non costruiranno mai perché non riescono a sopportare che un palazzotto barocco, insignificante, sia demolito e ricostruito con il linguaggio contemporaneo, fatto magari di vetro, acciaio, titanio o altro! Antonio Sant’Elia, ci aiuterai tu a fare del nostro paese un luogo ospitale per Eisenman, per…?

  14. Biz ha detto:

    A Claudio, che scrive : “Trovo che il disastro delle città non sia legato alla presenza di quell’1, 2% di architetture contemporanee di tecnici famosi, quanto piuttosto all’enorme quantità di architetture grigie, degradanti ( anche se rassicuranti nelle forme e dimensioni ), realizzate senza alcun rispetto dei vincoli facilmente aggirati dalla cupidigia speculativa di non importa quale amministrazione collusa coi palazzinari di turno.”

    Anche questo è piuttosto generico (anche se l’1.25678% è assai preciso, il dato dove l’hai preso?)
    Perchè ora non stiamo parlando della grande massa edilizia generata dal 1950 al 1990, ma dei nuovi interventi in programma nelle grandi città italiane.
    Milano, Torino, Roma, e le altre. (ed accade lo stesso a NY e negli States)
    Non c’è alcun dubbio che
    1) la gran parte delle operazioni di grande ampiezza sono garantite dai grandi studi e dalle cosiddette archistar, e sono chiaramente “speculative” (poi, bisognerebbe esaminare che significa con precisione questo termine … ma diciamo che è usare la città, che in fondo è di tutti ed è un fatto eminentemente civico (lo dice la parola stessa) come una mucca da latte, un limone da spremere. L’archistar è molto spesso la foglia di fico attraverso cui queste operazioni trovano l’avallo. Con la compiacenza di tutti che ci guadagnano, noi compresi magari.
    Quindi non esiste una reale differenza di ruolo fra l’archistar e l’archimerda, come la chiami tu (in genere però, l’architetto tradizionalista è tutt’altro che una archimerda). Semplicemente, sono più famosi, fanno cose più innovative (ma non di rado con qualche problema tecnico in più), hanno studi più grossi che garantiscono un risultato più preciso ecc.
    Ma non fanno cose “non speculative”, per amore dell’arte e della ggente, ecc.

    2) le archimerde, come le chiami tu, sono quelli che scimmiottano le archistar, anche se fanno il cesso di loro sorella.
    Fanno l’arredo di un giornalaio, e mettono gli scaffali in filo d’acciaio, storti. Tu prendi una rivista e se ne rovesciano cinque per terra.
    Finchè è così, pazienza, cambio giornalaio. Ma se questa gente pensa di trovar gloria sempiterna nelle riviste d’architettura riempendo le case di robe storte, mettere lamiere stirate contorte ovunque, fare roba insolita e “mai vista”, “spiritosa” e “ironica” allora sono cazzi per tutti.
    Perchè queste cose sono INSENSATE. Perchè FANNO MALE ALLA SALUTE, oltre ad essere del tutto IRRAZIONALI e BRUTTE.

    E allora, l’ultimo con cui me la devo prendere, è uno come Salingaros.

    Per finire, mi permetto anche di dire a Zappalà: guarda che l’architettura è retorica, Piano sbaglia.
    L’arte del ben costruire, come la retorica è l’arte del ben parlare.

  15. PEJA ha detto:

    Ho finalmente finire di leggere il testo. Io credo che sia molto ingenuo e banale quanto detto, quindi non capisco tanto rumore. È l’ennesima riproposizione, senza rilettura, di un brano già suonato, per l’altro in una pessima esecuzione (forma dello scrivente), che per l’altro sembra essere piuttosto inutile.

  16. —> Pietro,
    hai ragione e ritiro il termine ‘rancoroso’ forse un pò eccessivo.
    Capisco il tuo punto di vista, ma mi sembra quello meno rivoluzionario o controcorrente, anzi quello più rassicurante.
    William J. Mitchell (http://web.media.mit.edu/~wjm/) è un professore del MIT che non s’interroga su come scrivere il codice assoluto sull’architettura, ma cerca di analizzare i cambiamenti in atto per capire meglio lo ‘stato dell’architettura’. Ho citato un libro del 1995 appositamente per dimostrare come le nostre accademie continuano a perdere tempo, per accreditare culture architettoniche che ormai non ci appartengono, ma che comunque fanno parte del DNA di un buon architetto.
    La mia idea non si trova nel ‘libro unico’, ma nella lettura non dogmatica dell’architettura e nel rispetto delle diversità. Partendo da un’analisi sulla complessità e sofisticazione del nostro periodo.
    Cito libri perché è l’unico strumento per ampliare le nostre vedute, non complicarle e per non cadere nel tranello delle semplificazione.

    —> BIZ,
    da adolescente un …allora? Avrebbe provocato in me una reazione violenta, ma essendo più vecchietto provo a risponderti.
    Francamente le tesi che alcuni di voi stancamente portate avanti in questo blog (parlandovi addosso senza ascoltare, come quei vecchi tromboni che hanno gestito il potere e si lamentano dei giovani, avendogli consegnato un’Italia piccola piccola, sempre più povera di contenuti e piena di prospettive elementari) sono semplicemente monocorde, da pensiero unico, simile ad un passato che qualcuno ancora vuole riaccreditare.
    Sicuramente siete stati spettatori passivi di questa colata di cemento firmata dagli ARCHIPOPopolari, quelli delle cose semplici, dei metri cubi, del timpano classico, degli archi alla romana, del balcone tondo, del finto rustico rispettoso del passato, delle capriate in legno non strutturali ma tanto vintage, del camino della società fondata sull’istituzione della famiglia, insomma tutto l’inventario del buon piazzista conservatore.
    Io non vedo una speculazione architettonica contemporanea degna di un paese come l’Italia, io vedo il gioco al ribasso di gente mediocre con idee fisse come un PAC MAN lasciato incustodito nel bordo del suo labirinto.
    Io non vedo i vecchi maestri promuovere le nuove idee, vedo maestri polverosi egocentrici e senza coraggio.
    Io non leggo nelle tue parole il coraggio del compromesso come speranza del vivere civile, ma solo parole contro.
    Caro BIZ se c’è un problema dell’architettura in Italia non è certo da ricercare negl’ARCHISTAR, con delle semplici filippiche ‘strorto/non storto’.
    Salingaros è un teorico, rispettabile, ma che per fortuna non ha la ‘ricetta unica’, e a mio avviso, neanche l’autorità critica per stimolare i temi sull’architettura contemporanea.
    Siamo nel 2008 significa che c’è tant’altra letteratura/architettura oltre il semplice libello di Salingaros.
    Ne vogliamo cominciare a discutere?

    —> Emanule Arteniesi,
    ottima citazione, Luigi Moretti era un grande architetto molto criticato in vita, specialmente dai conservatori tout court.

    —> Claudio,
    non credo che troverai risposte.
    L’architettura rassicurante significa annientare il proprio pensiero, essere fedele, mettersi al servizio.
    Condivido la tua critica.

    —> Maurizio Zappalà,
    mi permetto di completare la tua citazione (Repubblica — 27 ottobre 2008 – pagina 19)
    Curzio Maltese: «Questa storia delle continue polemiche contro i grandi architetti non sarà anche una bella furbata per nascondere altri affari? Siamo il paese con la più galoppante delle speculazioni edilizie. Negli ultimi 15 anni, ha scritto Carlo Petrini, in Italia sono stati cementificati 3 milioni di ettari, l’ intera superficie dell’ Abruzzo. Soltanto a Roma, con le giunte di sinistra, sono spariti 127 mila ettari di terreni agricoli e Alemanno ha appena lanciato un appello per acquistare nuovi terreni, in pratica si sta asfaltando l’ intero Agro Romano. In questa colata di cemento, non è paradossale che facciano scandalo soltanto i progetti di qualità, i suoi o quelli di Fuksas, Calatrava, Foster, Isozaki?».
    Renzo Piano: «Questo è il punto. Sorgono intere città nel silenzio, soprattutto nelle periferie delle grandi città, Roma compresa. Quartieri dormitorio che non scandalizzano nessuno. I riflettori seguono soltanto la firma celebre. Da anni sostengo che le città italiane, prima che di grandi progetti, hanno bisogno di ricucire il tessuto urbano con centinaia di piccoli interventi. Bisogno di difendere l’ ambiente, di ripensare l’ architettura in maniera sostenibile. Abbiamo lanciato appelli, non si è visto nessuno. I sindaci ci chiamano soltanto per affidarci un progetto o per ritirare l’ offerta. Per il resto, si affidano a pessimi consiglieri».

    Salvatore D’Agostino

  17. Master ha detto:

    Mi sembra che si stia degenerando … e tanto più che l’argomento è Salingaros, che a mio avviso non merita tanta enfasi. L’odio che sento nelle parole di Biz e io suo arrampicarsi sugli specchi per dimostrare che l’architettura moderna fa schifo è a dir poco risibile, anche perchè, lo vorrei ribadire ancora una volta, stiamo parlando di architettura, non di politica (e anche in quel caso le zuffe sarebbero deplorevoli). La guerra alle cosidette Archistar è assurda se si pensa che la maggior parte dell’architettura di oggi viene fatta da anonimi architetti che altro non fanno che risolvere problemi tecnici applicando le proprie conoscenze.

    Io non credo veramente che persone come Pietro Pagliardini, nel cui blog, molto interessante e ben curato, ho di tanto in tanto risposto ad alcuni articoli, credano veramente che le nostre città vadano a rotoli per colpa di Piano, Fuksas o Meier, insomma ci sono problemi ben più gravi, non trovate? Poi ognuno ha i suoi gusti architettonici che è liberissimo di esternare ma da qui ad azzuffarsi per queste banalità … mi sembra che le scuole elementari le abbiamo finite da un po’! o no?

    Mi sembra altrettanto inutile prendere sul serio un matematico che nel tempo libero si diletta a creare teorie urbanistico-architetoniche condite di fervore religioso e di spiritualismo da setta esoterica. Con tutto il rispetto per questo Salingaros, mi sembra che la filosofia trascendentale poco c’entri con l’architettura fatta di spazi concreti e di materiali reali.

  18. maurizio zappalà ha detto:

    a biz…zzz che non è un buon “affare” per l’architettura contemporanea non resta che abitare in una anafora pagando l’affitto ad uno zeugma! ma che retorica arroganza!!!!

  19. Biz ha detto:

    Solo una piccola replica. Mi sono riletto, perchè ho pensato d’aver sbagliato qualcosa, visto che il mio ultimo intervento è stato letto come intriso d’odio verso “l’architettura moderna” e invece per una architettura finto antica di cartapesta coi cornicioni (magari pure sbagliati) di polistirolo.

    Tutto quello che volevo dire, e l’ho detto probabilmente male, erano 2 semplici cose:
    1) le “archistar” oggi, in Italia (e altrove) stanno realizzando in molti casi grandi interventi “speculativi”, e con modelli urbanistici per nulla all’avanguardia; riconducibili alla Carta d’Atene, che, è difficile sostenere il contrario, si è dimostrata non strumento valido. E spacciate per “la città del futuro” e altre amenità, quando sono solo la città di un passato che sta morendo.
    2) Quindi, non è logico dire “che mi frega delle archistar”, badiamo al cacume della edilizia diffusa. Sono d’accordo che anche l’edilizia diffusa presenta modelli deteriori e comunque migliorabili, ma questo non sposta la questione.
    L’attacco alle “archistar” è dovuto al fatto che da loro ci si aspetta qualcosa di meglio che impostazioni da Ville Radieuse ma coi grattacieli storti anzichè “cartesiani”, o che facciano il loro gesto artistico costipando la gente in cubicoli contorti anzichè cubicoli retti. La sostanza non cambia.
    Progettando gli interventi più grandi e pregiati, e costituendo inoltre un modello per tutti, che passa per le riviste, è naturale che la critica si appunti principalmente su di loro.
    Il pesce, comincia a puzzare dalla testa ! :-)

  20. Claudio ha detto:

    La chiosa di Master mi ha convinto. Ero sceso nell’agone della conversazione per il puro piacere dello scambio vigoroso delle opinioni. Ma ha ragione perfettamente.
    Prometto che non parlerò più di questo…matematico saggista.
    Buona continuazione!

  21. gabrielemari ha detto:

    Sono d’accordo con Salvatore e Claudio e mi ritrovo nelle parole di Renzo Piano.
    Le opinioni spirituali di Salingaros non mi sembrano contributi costruttivi, ma convinzioni strettamente personali.

    Vorrei solo aggiungere che secondo me Pietro Pagliardini sostiene argomenti mooolto più ragionevoli del delirio religioso di Salingaros…

  22. isabella guarini ha detto:

    Ho letto il saggio di Nikos Salingaros che non mi stupisce per il contenuto , ma per il rumore che va provocando. La critica all’architettura globale prodotta dalle archistar è una caratteristica del blog di Giorgio Muratore. Non sono nuove le osservazioni di Salingaros relative alla mancanza di relazione con il contesto e la memoria del sito in cui cadono le architetture che si contorcono, si attorcigliano, si gonfiano e si sgonfiano, si accartocciano, si frantumano, si arrampicano, si “appiccicano”, dormono e si stiracchiano, come concretizzazione di fantastici “cartoon”.Tutto è stato detto nelle critiche non sistematiche dei blog e fa piacere constatare che le stesse provengono da oltreoceano, culla della architettura globale resa possibile dall’economia omonima e dalla realtà virtuale partorita dal computer. In sintesi, per noi, che siamo stati allevati alla classicità delle forme, della geometria euclidea, dei ritmi e delle armonie dei moduli,e ancora noi che ci portiamo nel dna la necessità dell’ordine costruito nel rapporto con il caos delle forme naturali, non possiamo che essere soddisfatti del riconoscimento che Salingaros attibuisce alla nostra millenaria cultura architettonica. Ma non culliamoci sugli allori. Le forme da favola dell’architettura globale ci vengono propinate come paradiso artificiale in alternativa, perché noi abbiamo abiurato e dimenticato le nostre caratteristiche culturali, costruendo periferie urbane simili a deserti, ancor più inferni sociali disumani. Per questo il virtuosismo architettonico, complessa sintesi di tecnoscienze, trova terreno facile tra amministratori e ceti intellettuali che ne enfatizzano la valenza salvifica di fronte al degrado irreversibile in cui versano le metropoli di oggi.

  23. sergio 1943 ha detto:

    Come tutto si tiene, egregia Isabella! La maggior parte, senza ancora aver letto Salingaros, aveva reagito con insofferenza a Meier perchè si avvertiva la fin troppo pesante “mancanza di relazione con il contesto” di via Ripetta mentre era stata molto apprezzata la sua chiesa di Tor Tre Teste proprio perchè si distaccava dall’anonimo paesaggio all’intorno. Il MAXXI di Zaha Adid già sfregia con più ritegno via Guido Reni, che certamente via Ripetta non é. Nella contestazione alla progettista anglo-irachena si avvertiva più il fastidio per la sua fortuna architettonica che non per la sua architettura. Di Calatrava si é astiosamente contestato l’infausto “gradino”, non certo la valenza compromissoria con il luogo. Penso che il subbuglio sarebbe stato maggiore se gli avessero fatto scavalcare il Canal Grande davanti l’Accademia! Il suo Stadio del Nuoto di Tor Vergata (chissà se si farà!) era stato ben metabolizzato dalla città, cosa che non sarebbe avvenuta se gli avessero concesso lo spazio del Foro Italico. Ma credo, per esempio, che anche Salingaros avrà riconosciuto, attestandone il successo, che Gehry ha compiuto un notevole gesto posizionando a Bilbao e in quel luogo il suo Guggenheim. Un opera del genere, che “si contorce, si attorciglia, si gonfia e si sgonfia, si accartoccia, si frantuma, si arrampica, si appiccica, si addormenta e si stiracchia” nel grigiore di una zona portuale, mi ricorda il miracolo che nel medio-evo compivano i mastri muratori, così gelosi, come i moderni programmatori di computer, delle loro conoscenze tecniche di cui mantenevano il massimo segreto, quando costruivano le gotiche cattedrali che “si innalzano, si assottigliano, si alleggeriscono, si frantumano, si arrampicano, si tendono” al di sopra di una informe e caotica distesa di casette, vicoletti, angiporti dando loro un ordine che non deriva dalla “classicità delle forme, dalla geometria euclidea, dai ritmi e dalle armonie dei moduli”. Quale risposta possiamo dare alla nostra incontrovertibile “necessità dell’ordine costruito nel rapporto con il caos delle forme naturali” quando la grandissima parte di ciò che circonda le nostre città é nata essa stessa, per abusi egoistici e per mancanza di regole, come una caotica e amebica forma naturale? In questo nostro Medioevo prossimo venturo forse “il virtuosismo architettonico, complessa sintesi di tecnoscienza”, può essere la risposta “salvifica di fronte al degrado irreversibile in cui versano le metropoli di oggi” e dare a periferie, altrimenti anonime, l’orgoglio di sè.

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