La Regina … del Pincio …

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Complimenti … al Signor-No …

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3 Responses to La Regina … del Pincio …

  1. Valerio Ricciardi ha detto:

    «Offelé, fa ‘l tò mesté»

    Vorrei spendere due parole spezzando una lancia in difesa di Adriano la Regina, in merito al suo riferimento al parcheggio sul Gianicolo, in quanto di archeologia un pochino mi occupo da oltre dieci anni, come inviato corrispondente di ARCHEOLOGIA VIVA, la rivista di Giunti (Firenze). Agli inizi del 2000, in pieno furibondo attivismo per il Giubileo, il direttore Pruneti mi chiese se potevo illustrare con le mie fotografie (“nasco” come fotografo d’arte, architettura e archeologia, iniziai a scriverne solo dall’87) un complesso e documentato articolo del prof. Lorenzo Bianchi, scandalizzatissimo oppositore delle operazioni che condussero al parcheggio del Gianicolo che ho già citato (e criticato) nell’ultimo mio post. Un intervento accorato che non sortì risultato alcuno, purtroppo.
    L’articolo col mio servizio uscirono sul n°81 della rivista (aprile-maggio 2000) pagg. 32-43 «Gianicolo: le mani sul colle», e suscitarono non pochi commenti anche su altre testate, completi dell’inevitabile corollario di polemiche relative. Ora, all’epoca anche il parere de La Regina fu tutt’altro che tenero, e lo stesso, rammento, si spese inutilmente perché venisse spostata l’entrata a quota inferiore (quella per intenderci assai prossima all’uscita del traforo verso il Tevere). Sarebbe bastato raccordare diversamente il tratto iniziale della clotoide che stringe progressivamente a salire verso destra, per spostare verso il fiume di una ventina di metri il “foro” d’ingresso e lasciar dov’era la Villa di Agrippina, la quale – quella volta sì – poteva volendo aver senso che venisse scavata, ripulita, musealizzata in situ con la possibilità per il pubblico di accedervi magari da un marciapiede parallelo all’ingresso del tunnel.
    Ma la Soprintendenza di Roma non fu in condizioni, non rammento bene ma credo per ragioni di “territorialità”, di imporsi. E tutto avvenne ineluttabilmente come rigidamente previsto dal committente e dal contractor.
    Recuperare e musealizzare la villa (…non che si debba partire dal presupposto ideologico che tutto ciò che è sepolto debba necessariamente esser scavato, si badi bene) non sarebbe stata una operazione insensata, considerando che altrimenti, fatta salva l’ipotesi di sbancare, arretrando di molti metri parte del fronte della collina a cominciare dalla demolizione del tratto di muraglioni che ne costituivano contrafforte (intervento evidentemente troppo invasivo) l’alternativa sarebbe stata solo quella di lasciarla al suo secolare oblio.
    Il compito dell’archeologo come quello del soprintendente non è, né dev’essere, quello di entrare a far parte della affollata pletora degli opinionisti, per quanto l’esperienza personale di un intellettuale spesso lo mettano in condizione di esprimere pareri globalmente sensati anche al di fuori del proprio specifico ambito di competenza. L’architetto, l’urbanista, l’ingegnere civile dei trasporti hanno il ruolo specifico di visualizzare gli scenari sul piano dell’impatto paesaggistico, delle ricadute sociali, della viabilità, della razionale e facile fruibilità, dell’inquinamento acustico e atmosferico associati a un intervento edilizio di non piccola scala come un grande parcheggio, una tangenziale, un viadotto sopraelevato, un raccordo autostradale, un centro commerciale.
    Non l’archeologo. Perciò è non solo fuorviante, ma anche un po’ vile strumentalizzare il parere di chi ti ha solo scritto “per me si può fare a queste, queste e quest’altre condizioni, evitando di toccare qui, qui e qui e tenendosi a non meno di tot da quest’altra emergenza storico/archeologica che mi interessa e che altrimenti potrebbe risultarne irrimediabilmente compromessa”.
    Costui non ti sta certificando col suo qualificato parere che “l’intervento è utile, bello e socialmente virtuoso”. Sta solo cercando, come richiesto e come ha titolo per fare, di porre dei precisi paletti che tutelino il bene di sua competenza, noto o potenzialmente individuabile in corso d’opera.
    A questo, però, debbo aggiungere con una sottile vena d’amarezza che molti studiosi dell’antico sembrano divenuti negli ultimi tempi un po’ timidi nell’uscire dal proprio ristretto ambito, come se avessero un sottile complesso del tipo «se non sto bene attento a dire tutti i sì che sia pure allungando un po’ il collo riesco a tollerare di fronte alla mia coscienza, poi la volta che dovrò far rimbombare un tonante “NO DI PETTO” in una situazione più critica e più delicata non mi darà retta nessuno, perché avranno buon gioco a tacciarmi solo di immobilismo».
    Non voglio con questo dire, per carità, che Carandini e La Regina siano entrati a far parte di questa schiera di succubi al “politically correct del fare, fare, fare” per la semplice ragione che pur conoscendo ambedue non ho avuto modo, in tempi recenti, di confrontarmi con loro direttamente sull’argomento, e non voglio assolutamente permettermi per rigido principio deontologico di interpretare l’animo e gli ntenti di chicchessia, ma ciò che sento dalla viva voce.
    Di certo, però comincio ad esser convinto che forse si dovrebbe iniziare ad acquisire una consapevolezza che par merce rara, oggi: cioè che non tutto ciò che PUO’ tecnicamente esser fatto, non tutto ciò per realizzare il quale si POSSONO reperire fondi o complesse forme di project financing (per potersi far belli del fatidico “di che vi lamentate? Per realizzare tutto ciò non abbiamo messo le mani nelle tasche dei cittadini”), non tutto ciò sui cui NON pende la scomunica degli accademici e delle Soprintendenze, soddisfatte queste condizioni automaticamente diviene una operazione santa, giusta e bella e come tale merita d’esser fatto. Ma chi è che l’ha diffusa ‘st’idea?

  2. manuela marchesi ha detto:

    “Ma chi è che l’ha diffusa ’st’idea?”

    ‘St’ idea l’ha diffusa chi intende per efficiente modernità la movimentazione di capitali, oltre che dei movimenti-terra…
    Il cosìdetto modello-Roma su cosa si è fondato? Proprio l’esagerazione di questo concetto ha messo timidezza e possibilismo a molti esperti e competenti accademici.
    Sacrosanto è il principio che la tecnica è strumento e non passe-par-tout a qualunque operazione.
    E secondo me non vanno strumentalizzati nemmeno i reperti, adesso del Pincio, per inventarsi una qualche altra “creazione” per non rimettere il piazzale come era prima.
    Ultima: una volta ho preso il bus-navetta 116 per andare al Gianicolo. Il capolinea è nel parcheggio là sotto. Una puzza di scappamenti da tagliare il respiro, una roba tremenda, tanto è vero che non ho rifatto l’esperienza, preferendo scendere dal bus alla fermata prima del capolinea. Forse era una giornata particolare, ma vi assicuro…

  3. sergio 1943 ha detto:

    Caro Ricciardi, perfetto! Se ha avuto modo di leggere alcune mie passsate considerazioni, si sarà accorto della nostra concordanza di vedute. Anche se non é di mia competenza, concludo apponendo un virtuale “VISTO! SI STAMPI!” alla sua, già stampata d’altronde, opinione.

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