Zevi … architetto …

Alessandro Ranellucci jr ci invia questo suo breve commento … a proposito della vexata quaestio eisenmaniana …

“Leggo diversi commenti che richiamano pragmaticamente il giudizio di valore sul costruito, cioè l’architettura palpabile e risultante, rifiutando qualsiasi frammento immateriale di contributi alla disciplina. Una sorta di fondamentalismo dell’oggettistica.
Forse se Eisenman si fosse limitato alla produzione teorica nessuno lo metterebbe in discussione. Anche Zevi l’ha fatta, la storia dell’architettura, e non certo per quel che ha costruito. Né per la verità di quel che predicava, aggiungo.
Oltretutto i fatti della storia procedono anche per “errori” e “retrocessioni”, fermo restando che la nozione di “errore” o di “retrocessione” vale nell’ambito di un progetto storico e forse non vale in un altro.
Onestamente non capisco le obiezioni alla sensatissima osservazione di Filippo De Dominicis. Capire l’architettura oggi vuol dire anche mettere in conto i frammenti di storia che vengono da Eisenman. Capirla domani forse sarà cosa diversa.”

siamo penamente d’accordo … e, soprattutto sulla visione di uno Zevi “costruttore” … condividiamo, naturalmente, il fatto che la Storia non sia fatta di sole pietre … ci mancherebbe altro …
i “mattoni” zeviani (e non solo…), nel bene e nel male, esistono … eccome …

… “le parole sono pietre” … diceva qualcuno …

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12 Responses to Zevi … architetto …

  1. memmo54 ha detto:

    Altrochè pietre… sono macigni !
    Tutto sommato se il “maestro” in questione si fosse dedicato a progettare e costruire i danni sarebbero stati molto, ma molto, minori di quelli che ha prodotto ex cathedra.
    Ma, per fortuna, il tempo è galantuomo e tra qualche decina d’anni si saranno decisamenti dissipati quei fumi che tutt’oggi intossicano ancora !
    Saluto

  2. Biz ha detto:

    Sarebbe forse, per l’argomentazione, più giusto fare l’esempio di Boullèe (n’do stanno gli accenti giusti? bo?). Peter Greenaway … Vitruvio ecc.
    Disegni, discorsi sull’architettura.
    Ma è giusto confondere l’architettura con il discorso su di essa?

  3. Cristiano Cossu ha detto:

    Non capisco. Volete che gridiamo tutti in coro “Viva viva Peter Eisenman”?
    Si discute. Si ragiona. Non pretendete per favore un mondo binario, un mondo zeviano, soprattutto su questo blog che sa distinguere e trovare intelligenti vie per sfuggire all’onnipresente e stupido manicheismo progresso-storia…
    saluti
    cristiano

  4. pi ha detto:

    E allora queli che l’architettura, e quale architettura, l’hanno fatta senza il “discorso su di essa”, come li consideriamo? dove li incaselliamo? Mies, Albini, Scarpa…………………

  5. Pietro ha detto:

    Ranellucci Jr. dice cosa sensatissima ma fuori tema.
    Il tema di partenza era un altro e cambiare le carte in tavola non è bello e io mi intigno.
    Ricordo, a chi avesse perso qualche passaggio che siamo partiti da un elogio sperticato ad un discorso, assai confuso a parer mio, tenuto AD UNA ASSEMBLEA DI ARCHITETTI COMMOSSI AL CONGRESSO MONDIALE DEGLI ARCHITETTI.
    Questo il punto di partenza e la domanda è: si sono commossi i colleghi perchè hanno capito ciò che ha detto l’Eisenman critico (e mi sia consentito qualche dubbio) o per l’Eisenman famoso architetto o, per dirla alla moda, archistar?
    O se preferite: quale Eisenman è stato chiamato a Torino? O se preferite ancora: Eisenman sarebbe stato chiamato se non fosse l’Eesinman che tutti conoscono?
    La quaestio è molto vexata perchè in gioco, a mio avviso, non c’è la capacità di Eisenman di fare la storia come critico o come architetto (mi scuso con lui se lo considero solo un’occasione) ma la capacità di una parte non piccola della classe professionale degli architetti di comprendere il senso della storia (questo sì vero e consolidato) delle nostre città e di non sfregiarlo in virtù anche, ma non solo, degli esempi della star di turno a Roma, a Firenze, a Milano, ecc.
    Difficile leggere di sguardi commossi e folle plaudenti di fronte ad una conferenza, ad esempio, di Cervellati.
    A qualcuno, legittimamente, interessa il dibattito accademico nelle istituzionali aule universitarie, a me, altrettanto leggittimamente spero, interessa più quello nella società (espressione…. esagerata ma chiara), e in questo Eisenman non è molto utile.
    Saluti
    Pietro

  6. filippo de dominicis ha detto:

    io non credo si possa fare architettura senza un discorso su di essa. tu credi che albini non avesse un proprio “discorso sull’architettura”? si potrebbe spiegare altrimenti lo iato tra il rifugio pirovano e la rinascente a roma?

  7. pi ha detto:

    “Leggo diversi commenti che richiamano pragmaticamente il giudizio di valore sul costruito, cioè l’architettura palpabile e risultante, rifiutando qualsiasi frammento immateriale di contributi alla disciplina. Una sorta di fondamentalismo dell’oggettistica”
    Forse quanto sopra merita un breve commento. Sembrerebbe che pretendere di valutare un architetto soprattutto in base a quelo che costruisce fa parte di un atteggiamento un po’ risibile che si può liquidare come “fondamentalismo dell’oggettistica”. Questa non l’avevo ancora sentita, però rientra a pieno titolo in un atteggiamento tutto italiano: in questo paese i ragionamenti teorici sulla disciplina raggiungono livelli di qualità assolutamente eccelsa, si pubblica una marea di riviste specializzate. Questo stesso blog testimonia l’esistenza di un rilevante numero di architetti molto colti e preparati (senza ironia). Però, per favore, si lasci perdere la pratica, ovvero l'”oggettistica”, l'”architetura palpabile e di risulta”,quella è una preoccupazione di ingenui un po’ sprovveduti. Il paese nel frattempo è massacrato? Pazienza, non è questo il punto!

  8. Biz ha detto:

    Considero la domanda di De Dominicis come fatta a me. (si poò fare architettura senza un discorso su di essa?)
    La risposta per me è no. Non si può fare, specie se “discorso” ha le virgolette: nel senso che il “logos” dovrebbe risultare comunque intrinseco nella costruzione; però, deve preferibilmente essere, appunto intrinseco; deve parlare con la stessa costruzione, senza rimandi ad un “libretto d’istruzioni”.
    Il discorso esterno (lo chiamo così), il discorso vero e proprio non dovrebbe avere alcuna autonomia. Deve essere una riflessione (appunto ri-flettere su un qualcosa che c’è), non un predeterminare astrattamente la cosa.
    Il fatto è che, in modo analogo ad una certa arte concettuale, spesso oggi si scinde il “discorso”, il concetto, dalla cosa.
    Invece, la cosa DEVE contenere IN SE’ il discorso, non fuori.
    Non so se sono stato abbastanza chiaro, la cosa presenta aspetti sottili e sfuggenti.
    saludos

  9. Biz ha detto:

    Del resto, mi parrebbe che ci ospita dovrebbe essere d’accordo con il “discorso” che ho fatto sopra.
    Quando Muratore mette le foto (in bn, credo per focalizzare sulle forme) senza commento, ci mostra appunto un “discorso” che si compie proprio nella cosa, e non altrove. (certo, rimanda ad altre cose, e quindi anche ad un “discorso” sulle altre cose, ma questo viene fatto “con la cosa”).
    Forse., mai come oggi, il “discorso verbale” sulla architettura è equivoco e fuorviante. (tant’è vero che abbondano i termini astratti e vaghi, in quei discorsi … dai rimandi ellittici alla filosofia, alla letteratura, alla sociologia, fino al lessico pseudotecnico in senso retorico, al linguaggio della moda, ecc.
    Notare: tutti ambiti esterni alla architettura in senso specifico. (tekton)

    Mai come oggi, è necessario ritrovare invece un senso del linguaggio architettonico dentro le costruzioni: cercare di esaurire totalmente il discorso nella costruzione. E poi, che si parli pure, che si facciano discorsi. Che importa: ho già parlato nella costruzione!

  10. Cristiano Cossu ha detto:

    Consiglio a tutti, a proposito del tema in discussione, la lettura del libro “La centina e l’arco” di Carlos Martì Arìs, ordinario di composizione a Barcellona e a mio parere uno degli studiosi più intelligenti del panorama contemporaneo (splendidi i suoi libri pubblicati in italiano). La teoria architettonica è un pò come la centina per l’arco, necessaria sino a quando l’arco non sia stato costruito.
    saluti
    cristiano

  11. Biz ha detto:

    Stamane mentre ero in giro ho fatto due foto che vorrei dedicare a voi e a questa discussione
    http://bizblog.splinder.com/post/17841041/%22Discorsi%22+nel+tempo+di+altri+

  12. PEJA ha detto:

    Mah, io credo che sia molto fuorviante considerare la teoria e la critica come separati dalla pratica in architettura: guardate l’Alberti, che vedeva il discorso sull’architettura come fondamentale parte, come un ordine od una facciata. Sicuramente la considerava come qualcosa di più alto che una semplice decorazione aggiunta all’architettura… Tra l’altro il fatto che stiamo parlando di questo è significativo, no?
    Su Zevi, non posso far altro che alzare le mani…

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