Eravamo tre amici … a Valle Giulia … addio ‘68 …

Riceviamo da Sergio Marzetti, già misterioso, ma evidentemente affezionato, sergio1943
questo commento-testimonianza di prima mano sui noti, bellicosi, fatti di VG68 … che, anche se, evidentemente, un po’ stagionato …
ci pare assai autentico … e onesto …
“Eravamo tre amici, Valerio, Roberto e chi scrive. Eravamo i figli di una borghesia medio-bassa. Mio padre era meccanico, i genitori di Valerio erano maestri elementari e anche Roberto, come noi, non aveva mai una lira. Però erano i favolosi anni ‘60. Il nipote di un contadino marchigiano e il figlio di un operaio specializzato in una multinazionale aveva la possibilità di studiare e a Valle Giulia aveva conosciuto due studenti spaesati come lui. Ad unirci fu la comune educazione alla parsimonia e alla necessità di sbrigarci negli studi per non gravare troppo sulle finanze delle nostre famiglie. Conoscevamo altri compagni di corso, altre ragazze ma non potevamo competere con chi veniva in facoltà con la spider o con chi raccontava di vacanze a Cortina. Il nostro mezzo di trasporto era il 19 e, se il tempo era buono, tornavamo a San Giovanni a piedi. Ma in quei mesi fummo tutti fratelli, tutti con la spavalda certezza che il mondo si potesse cambiare. Come? Boh! Ancora oggi mi chiedo quali fossero i nostri propositi e se i propositi dei Valerio, Roberto e Sergio piccolo-borghesi potessero essere gli stessi dei Valerio, Roberto e Sergio alto- borghesi. La differenza tra i due gruppi fu subito visibile il 1° marzo, appena il corteo arrivò a via Gramsci. Una sottile linea di poliziotti attempati era schierato davanti la Facoltà. In quei visi vidi l’espressione di mio padre quando tornava stanco la sera. Cominciarono a volare uova che si spiaccicavano sui grigi pastrani che arretravano davanti la nostra spinta. Cominciarono a volare i sassi raccolti sullo spiazzo accanto l’Accademia Giapponese. Io, pur facendo massa fianco a fianco con i miei compagni per entrare in Facoltà, mi proibii di usare corpo contundenti contro quei padri d famiglia in divisa. Ad un certo punto due o tre ragazzi apparvero sul tetto e noi urlammo di gioia! Il Palazzo d’Inverno era stato conquistato! Ma da quel momento la situazione degenerò. Arrivò la Celere e giovani poliziotii, gli scontri si fecero più cruenti, nella confusione della battaglia Valerio ed io perdemmo di vista Roberto. Anche allora pur lanciandomi negli scontri, tra spinte e calci, mi rifiutavo di mirare a far male. Non ci vedevo niente di eroico a vantare la bastonata data a un “pizzardone”. C’era un’altra ragione d’altronde; mi ero fidanzato con una ragazza che lavorava alla posta di San Silvestro e lei mi aveva presentato una sua collega e il suo fidanzato, un poliziotto napoletano che, come tanti, aveva trovato con quel contratto il modo di uscire dalla miseria. Con loro avevamo trascorso tante serate davanti a una pizza e a una birra. Avevo il terrore di trovarmelo davanti, più per paura della vergogna che per paura del suo manganello. Piano piano la battaglia si spostò a fondo valle finchè ci riducemmo sull’emiciclo opposto. La battaglia stancamente si esaurì e Valerio ed io ce ne tornammo a casa perchè il pasto serale era, nelle nostre famiglie, un momento che non si poteva mancare. Ma Roberto? Roberto, dove era finito? Telefonai a casa e mi rispose la madre piangendo che Roberto stava in ospedale. Un colpo di manganello gli aveva causato “un avvallamento sulla calotta cranica”, come diceva il referto. Cos’ finì quella giornata. Trascorse l’estate, feci un paio d’esami e poi mio padre, un robusto cinquantasettenne, morì il 7.ottobre. 1968 per un tumore ai polmoni. Tutta la vita cambiò, la necessità di lavorare allungò i tempi della laurea che conseguii come studente-lavoratore dopo essermi impiegato in un ente pubblico, Valerio usò la sua laurea per diventare professore di scuola media, destino della maggior parte dei miei compagni di corso, Roberto diventò architetto nell’Ufficio Tecnico del paese in Abruzzo da dove provenivano i suoi genitori. Io e quella ragazza ci sposammo e nacque una figlia che proprio ieri mattina a Valle Giulia ha conseguito l’abilitazione alla professione d’Architetto. Fortunatamente lavora anche se, in rapporto, guadagna meno di quanto guadagnassi alla sua età e guarda il suo futuro con meno aspettative di quanto ne coltivassi io. Addio, 1968! Alcuni, pochi, hanno avuto la bravura, la capacità e la possibilità di metterti a frutto. Tanti altri hanno visto svanire o ridimensionare i sogni della loro giovinezza.”

Sergio 6.3.08

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3 Responses to Eravamo tre amici … a Valle Giulia … addio ‘68 …

  1. Vincenzo Corrado ha detto:

    che strano sentire il racconto di un reduce di quella esperienza…ancora più strano perchè non è un professore universitario….

  2. Leonardo ha detto:

    Caro Sergio, io sono nato nel 69 e quando sono arrivato a Roma dalla Provincia pugliese per studiare (…ultimare gli studi cominciati da un’altra parte) a Valle Giulia non ne conoscevo il valore simbolico che, oltremodo è andato sgretolandosi in questi anni.
    La tua testimonianza è importante per trasmettere le sensazioni che voi avete provato nel conquistare il diritto alla conoscenza.
    Noi i diritti li stiamo cedendo senza rendercene conto, primo fra tutti il diritto di ricordare, di tramandare di trasmettere: di continuare.
    grazie

  3. Valerio Ricciardi ha detto:

    Caro Marzetti,

    le invio questo mio perché conto che lo legga, essendo risposta a un suo post “attuale” volevo dirLe che ho replicato sol ora (ho appena letto il suo intervento) alla sua apprezzata risposta a un mio post sull’Ara Pacis di Meyer, che risale addirittura al 16 luglio del 2007! Abbia pazienza, a volte la vita impone dei ritrmi (si veda la voce “grane ed eventuali”) che ci distolgono dalla continuità nelle cose iniziate, ove non irrinunciabili: la frequentazione di un blog ne è un esempio-tipo. Se vuol leggermi, basterà andare a

    http://www.archiwatch.it/2006/11/27/ancora-attorno-all%E2%80%99ara.html

    un caro saluto, con molta stima

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