Per il Cheapscape (2) …

“Dai rifiuti veri possono nascere feconde architetture, libere e in movimento. E nel disordine delle periferie c’è un altro interessante esempio. Quartieri dormitorio, servizi decentrati. Una periferia per poter funzionare deve essere autosufficiente, perdere la connotazione di periferia e diventare il “luogo” di sé stessa. Appropriandosi di un’identità non sarà più un margine di città ma una parte di essa. Dunque non di disordine si tratta ma di mancanze. Anche il disordine ha un suo valore; discariche e periferie, i luoghi derelitti della civiltà umana.
Un tempo la campagna romana era disseminata di rovine in apparente disordine. Oggi, al di là dei centri abitati, sono disseminati i rifiuti, gli espurghi della città. L’ambiente ne risente, si degrada, nel territorio le aree verdi sono ridotte a favore di zone industriali e commerciali, potenziali serbatoi di crescita metropolitana. Non è fondamentalmente un male disseminare nel territorio le ambiguità della città ‘progressa’, ma inondare come una lunga marea salata le terre fertili è irreversibilità. L’importante è che si lascino ampie isole felici, lembi, strisce avvolgenti. Che questo lo si faccio, negli ultimi anni è indubbio, ma si pecca di troppa progettazione; le aree verdi diventano un simulacro della natura, un teatro di rappresentazioni sceniche illusorie. Architetti e urbanisti per dare consistenza e giustificazione al loro lavoro, fanno progetti riempitivi o forzano gli spazi naturali, dando una ’ funzione ’  invasiva. Si arriva al paradosso di fare zatteroni in cls per dare fondazioni  a un parco, di abbattere alberi  per ri-proporre un nuovo disegno. Con la Natura c’è poco da fare, è da perseguire la politica del non  intervento. L’azione è giustificabile solo per le aree dismesse. Dai burocrati progettisti delle amministrazioni comunali agli architetti demandati degli incarichi giunge il maglio distruttivo dell’ambiente. Che senso ha per esempio progettare un’area verde in un appezzamento di terreno adibito a frutteto? Quale architetto, presosi l’incarico, oserebbe dire, consigliare che bastano due contadini, un tagliaerbe, un sentiero di pietre appoggiate e alcune panchine ancorate agli alberi? Perderebbe subito il lavoro. E’ triste dirlo ma l’architetto diventa uno dei principali responsabili della cementificazione del territorio, non per volontà diretta ma spesso per protagonismo
Il paesaggio dei “resti inutili” è anche fatto di Natura lasciata libera. Nuove aree di progetto ex novo non esistono più, a meno che non si voglia disboscare qualche ettaro di bosco, se non per progetti di recupero, sostenibili e di salvaguardia. Resta da progettare sul progettato e c’è tanto da fare. Il cheapscape offre una buona chiave di lettura di visione e di progetto nell’ambiente umanizzato e costruito. Interpretare il diruto, il convulso, la casualità generati dall’errore umano, dall’ingordigia, dalla mancanza di regole, dalla necessità e dalla povertà soprattutto attraverso uno specchio ustorio. In tal modo si elettrizza l’intorno. Non si cancella il malsano con una spazzolata o una spianata o un’opera di disinfestazione e di bonifica, si elabora invece qualcosa di vivificante che si affianca al già vissuto dando linfa vitale, come servizi e funzioni; con lo stesso linguaggio fatto anche di rottami che non interpretano più malessere e situazioni di emergenza ma inducono ad economizzare senza sconforti e depressioni sociali perché in essi c’è il simbolo di una nuova attività, fervida di potenzialità per il sostentamento e la ripresa di luoghi abbandonati a se stessi ed in acuta crisi socio-economica. L’indagine nelle periferie va effettuata con l’ottica del lottatore di judo, abbattere l’avversario con la sua stessa forza.
Non si può sperare di valorizzare il territorio con una visione di paesaggistica idilliaca; l’onda lunga del malessere la annienterebbe perché avulsa dal contesto e sterile imbelletto. Le decisioni errate vengono dai gangli cerebrali delle città perché ragionano in termini di miglioramento delle città stesse, cioè trasformare i dintorni disturbati in una sorta di collana elegante che cingendo il nucleo urbano lo solleverebbe su un piedistallo e lo proteggerebbe dal diverso-fuori. Dimenticare la città origine del male è un drastico principio ma le New Towns nascevano da questo presupposto. In piccolo, poiché il territorio italiano è gia saturo si tratta di intervenire nel degrado a passo felpato con interventi puntuali e, come detto, di servizi attivi. Solo un recupero eco-ambientale giustificherebbe un intervento più ampio e deciso.
Il paesaggio derelitto merita di essere analizzato e studiato perché non potendone decretare la fine, in quanto le città lo producono secondo un metabolismo del tutto simile a quello di un organismo vivente, si deve rielaborare in qualcosa di fertile
Nella dilatata città post-bellica l’ordine apparente della scacchiera si contrappone al disordine reale delle periferie, tutto sta a rendere apparente il disordine con il cheapscape costruito.
L’aggregazione di manufatti in contatto urbatettonico ha origini antiche e legate alla natura degli eventi. I borghi medievali nascevano dall’addensarsi dei volumi intorno ad un nucleo di origine funzionale, le architetture spontanee generavano altri borghi compatti in prossimità delle coste mediterranee. Nulla di pre-definito. Le favellas ed altri convulsi e raccapriccianti aggregati umani hanno una caratteristica morfologica simile a quella medievale ma in nessun caso uguale perché sorte dagli scarti diseredati della città. Riprendendone le connessioni e l’ “elenco” delle funzioni si può trasformare la periferia senza mutarne la pelle. Naturalmente non si tratta di salvare il degrado, l’intento è quello di sostituire tutto ciò che è pericoloso alla sanità pubblica rispettando l’impianto casuale sul quale si era sviluppata, eliminando le illogiche superfetazioni, sviluppo di una produzione egoistica e illegale e arricchendola con interventi metabolizzanti, vertebrali e simbiotici, nessuna isola conclusa e racchiusa in se stessa, in pratica progetti insinuanti che penetrino all’interno del malsano senza annullarlo ma costringendolo ad estinguersi per lasciare solo lo scheletro sano.”

Pasquale Cerullo

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5 risposte a Per il Cheapscape (2) …

  1. Manuel Marchioro ha detto:

    Riguardo alla nuova moda di costruire giardini pensili sopra enormi solettoni, val bene la frase di Luigi Snozzi: “un vero prato arriva fino al centro della Terra”…

  2. paolo ha detto:

    e babbbbbbilonia, dico! babbbbbbilonia, dove la mettiamo? sotto terra?!
    e quell’altro sfaccendato di orologiaio svizzero, che sta a prendere il sole sui tetti?! boh!!!!!

  3. Manuel Marchioro ha detto:

    Forse mi sono espresso male… se costruisco un giardino sopra una soletta sto costruendo un tetto-giardino o un giardino pensile, cioè una tipologia di verde ben precisa, storicamente delineata e rappresentata (Le Corbusier, Babilonia e altri casi illustri). Fin qui tutto bene.
    Poi posso fare un parco, che è essenzialmente un giardino, ma molto più grande, e che si misura con altre questioni legate appunto alla scala diversa. In particolare ciò che lo differenzia dal giardino è la sua funzionalità ecologica, assai più complessa e legata al contesto e al territorio.
    Ciò che critico è la tendenza, tutta contemporanea, a confondere le due cose. Cioè a costruire “parchi” che zompano sul tetto degli edifici, viali alberati sospesi su parcheggi interrati, “boschi verticali” (vd Boeri a Milano), foreste pluviali dentro gli edifici (MVRDV) e via dicendo. E tutto si giustifica con presunte motivazioni paesaggistico/ecologiche (!!!!) o con l’eterna menata del potere della tecnologia (si può! e allora perchè non farlo?)…
    La realtà è che si usano queste trovate per illudere la gente che chi costruisce al paesaggio e alla qualità dell’ambiente ci pensa….
    Io penserò sempre che un albero piantato in un vaso di calcestruzzo sopra un parcheggio interrato è uno sfigato di albero.
    Questo per precisare, dato che usando la parola “giardino” ho dato luogo a comprensibili equivoci.

  4. Davide Cavinato ha detto:

    Mah…però è anche vero che un albero su un vaso di calcestruzzo sopra un parcheggio è pur sempre un albero, per quanto sfigato. Dunque, sempre preferibile a un parcheggio in superficie, dove il solettone c’è comunque, ma l’albero no. Poi, dico, è chiaro che di volta in volta si valuta l’ineluttabilità e l’opportunità o meno di ciascuna realizzazione: voglio dire, è chiaro che se parliamo di un’area a verde sopra un parcheggio interrato al posto di un parcheggio in superficie, e se parliamo del Pincio, parliamo di due cose completamente differenti. Per cui condivido pienamente lo scritto di questo post.

  5. gigi ha detto:

    Se le pale eoliche vengono considerate un impatto
    ambientale solo per il fatto di produrre energia pulita ,
    allora le auto che inquinano e uccidono dovrebbero
    essere sostituite dalle biciclette ?

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