José Ignacio Linazasoro … e la grandezza di essere “normali” …

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Un architetto “normale” … per una società normale, …
un’architettura “educata” … per una città civile …
potrebbe essere il sottotitolo del bel libro, José Ignacio Linazasoro, progettare e costruire appena pubblicato, a cura di Stefano Presi, per le edizioni “Casa dell’Architettura” di Latina …
Il lavoro di Linazasoro, uno dei migliori architetti europei della nostra generazione, non ha bisogno di presentazioni …
riportiamo quindi di seguito, condividendola, parola per parola, la sintetica premessa di Pietro Cefaly, curatore della collana e promotore della pubblicazione …

Scrive Cefaly: “Ad una conversazione con José Ignacio nel suo piccolo studio, in un sonnolento pomeriggio madrileno di fine estate, si deve molto
probabilmente l’avvio di questa pubblicazione, in qualche modo
fuori rotta rispetto all’attività editoriale di un istituto di ricerca come la Casa
dell’Architettura finora circoscritta alla ricostruzione della storia urbana della città di Latina attraverso l’indagine sistematica sulle figure
professionali che ne hanno segnato lo sviluppo.
Lo conoscevo appena e del resto non poteva essere altrimenti perchè nonostante abbia realizzato alcune straordinarie architetture il suo
lavoro resta poco indagato dalla stampa specializzata, ormai interessata solo a stupire con l’ultima creazione dei divi dello star system. Infatti
nella spettacolarità del progetto di architettura – condizione del nostro tempo – risiede il limite di un pensiero non più capace di costruirsi
come
aspirazione collettiva, come espressione concreta di un mestiere che offre, in ordine a determinate questioni, la propria specificità
tecnica ed in questa specificità trova la propria ragione d’essere in un lavoro che occorre svolgere secondo nuove ed attuali prospettive.
Nella
novitas – ovvero nella capacità di guardare con occhi nuovi – risiede il senso collettivo, civile e morale dell’architettura e con esso
l’affermazione di quei principi che la sostanziano e su cui si fonda la ragione della sua costruzione.
Oggi i disegni di architettura – faccioni ammiccanti dei loro autori compresi – fanno capolino dalle fiancate degli autobus o dai parabrezza
delle automobili in spot pubblicitari; disegni evanescenti – è proprio il caso di dire -come quelli dei bambini sui vetri appannati. Quel pensiero,
che lega in maniera indissolubile
rappresentazione e costruzione nel corpus unitario dell’architettura, sembra dissolto e resta difficile
ritrovarlo nel
multiverso della forma dei levigati oggetti, frammenti dai mille linguaggi, relitti inquietanti della contemporaneità.
Credo invece che nel progetto debba risiedere – in primo luogo e nel senso dell’Alberti – la sua capacità di definire una
teoria in continuità
con le architetture che lo hanno preceduto e con le questioni – sempre le stesse e quindi, inevitabilmente, senza tempo – cui dare risposta.
E’ solo nella capacità di affermare una continuità con l’architettura del passato che è possibile cogliere un pensiero autenticamente moderno.
Viceversa il carattere più autenticamente innovativo dell’architettura – e quindi la qualità del progetto – sta proprio nella capacità di
rappresentare questa continuità, senza sentimentalismi o operazioni stilisticamente mimetiche, ma anche senza superficiali atteggiamenti
modernisti che nascondono, dietro stupefacenti invenzioni tecnologiche, la propria malcelata vacuità.
«
Noi non inventiamo una nuova architettura ogni lunedi mattina» affermava Mies.
Questa consapevolezza, progressiva e ostinata, sembra essere il filo che lega il percorso di Linazasoro ed in questa prospettiva – dichiarata
quasi apertamente nelle sue riflessioni sulla storia dell’architettura riportate in questo volume – sta molto probabilmente la chiave di lettura
degli esiti del suo lavoro che si manifesta, silenziosamente ma anche perentoriamente, con la limpidezza di un «lavoro ben fatto», un lavoro
che esprime in maniera chiara ed esemplare il principio positivo e razionale della
costruzione”.
complimenti al curatore … grazie Pietro … bravo José …

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5 risposte a José Ignacio Linazasoro … e la grandezza di essere “normali” …

  1. federico calabrese ha detto:

    grande architetto, grande cattedratico.
    se passate da madrid visitate la piccola chiesa di San Lorenzo en Valdemaqueda, oltre ad alcuni edifici della UNED tra cui la biblioteca.
    forme senza tempo,una lettura della storia assolutamente aperta e sopratutto grande precisione.
    che invidia!!!

  2. Giancarlo Galassi ha detto:

    Le parole di Pietro Cefaly sono belle e condivisibili ma mi sembrano pura retorica se riferite al lavoro stilisticamente decadente di José Ignacio Linazasoro che non sfugge affatto ai “superficiali atteggiamenti modernisti” imputabili alle archistar dell’antirazionalismo e dello pseudoespressionismo soltanto declinati stavolta in scala provinciale.

    Neppure si vede in Linazasoro alcuna aspirazione autenticamente e modernamente collettiva ripiegato com’è, anche lui come gli altri, nel distillare un autoreferenziale dialetto soggettivo. Ma “continuità” è forse una parola così vuota che basta utilizzare dei volumi semplificati, piallati apparentemente di ogni riferimento linguistico, per far tornare il progetto nella carreggiata della storia dell’architettura? o in una posizione addirittura “senza tempo”? Ma il tempo da cui prova, senza riuscirci, a tirarsi fuori Linazasoro è solo quello del presente miserabile dell’architettura contemporanea che appare, a occhi poco perspicaci, dilatato nei secoli dei secoli dalle anamorfosi della patinata in edicola.

    Continuità non dovrebbe voler significare l’ennesima maniera dello stravolgimento come in Linazasoro, piuttosto il duro lavoro di aggiornamento di una tradizione edile collettiva, un lavoro difficile perché la tradizione sembra apparentemente scomparsa da cento anni a questa parte, da quando tutto l’impegno di chi progetta è profuso nel fondare una tradizione propria.

    E’ evidente in Linazasoro quell’espediente compositivo basato non tanto sulla continuità quanto sullo straniamento, quello che in retorica si chiama ipàllage. E’ dall’edilizia industriale, e non dai tipi edilizi speciali, che deriva quelle ampie pareti senza finestre e quegli shed in copertura, elementi che si giocano la loro brava suggestione di “novità” nell’essere incoerenti con il contesto di una chiesa o di una scuola.
    A questo si affianca un’abilità scenografica del tutto superficiale e intrisa di “sentimentalismi” nell’uso della luce che piove dall’alto da tagli nella copertura o che lampeggia da feritoie nei muri, nonché nella messa in scena drammatica, ma con involontari e spassosissimi esiti farseschi, degli elementi strutturali, eclatante la gratuità del sistema pilastro-trave nella navata della ricordata chiesa di San Lorenzo in Valdemaqueda.

    “Se mi sono indugiato nell’analisi di quest’opera è per ADDITARE A ME STESSO e agli amici i pericoli dell’orgoglio e della ricerca letteraria dell’eccezionalità. Se vogliamo che l’architettura italiana proceda entro una strada capace di sviluppi morali ed estetici e se vogliamo esprimere il nostro mondo, è necessario agire e pensare e poetare non con sensibilità aristocratica, eccentrica o superbamente innamorata della speculazione raziocinate, ma desiderare di essere anonimi, di essere puri da atteggiamenti retorici, di non volerci noi stessi imprigionare in un accademia di forme e di parole. Aria più pura, occorre, e dare la nostra opera al servizio della società, non pretendere che la società serva la nostra stessa opera. Cadranno allora tutti quegli eccessi di lusso, quelle preziosità costose e tutte quelle visioni miopi che per voler raggiungere l’eccezione, fanno dimenticare le più elementari norme tecniche. Si dovrà vedere l’opera architettonica come un organismo unitario, come una cosa umana, vivente, e si concepirà per sintesi e non per analisi. Su questo piano morale vorrei che agissero gli architetti per ritrovare nell’orgoglio della modestia quell’orgoglio dei grandi e anonimi eroismi” (Giuseppe Pagano, Casabella 110, febbraio 1937).

  3. filippo de dominicis ha detto:

    la biblioteca dell’università di madrid, insieme al piccolo spazio pubblico ri-creato nel suo intorno, visti dal vero, senza il ricorso alle “anamorfosi da editoria patinata”, rappresentano un insieme assolutamente onesto e riconoscibile. credo parli a sufficienza il vissuto quotidiano che esso quotidianamente accoglie, quello sì in continuità con il tessuto in cui è inserito, e il senso di familiarità e di prossimità che suggerisce al visitatore occasionale come al frequentatore assiduo.
    a tutte le scale.quella urbana del volume inserito nel vuoto della piazza; quella del dettaglio dell’imbotte in legno delle finestre.

  4. adelaideregazzoni ha detto:

    bravo Galassi Bellissima e intelligente l’idea di riportare la citazione di Pagano del 1937. Complimenti a.regazzoni

  5. davide r. ha detto:

    l’anno scorso ho avuto l’occasione di poter visitare il complesso della biblioteca di lavapies con la presenza e la guida dello stesso Linazasoro…
    le spiegazioni che ha dato, le curiosità che ha svelato…
    dava l’impressione di un architetto estremamente sensibile al tema della preesistenza storica, ma senza preconcetti di carattere puramente accademico, o paura di dover “osare” un pochino nell’intervento del nuovo.

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