Riceviamo da Sergio Brenna la segnalazione, che qui di seguito volentieri vi giriamo, a proposito della scabrosa questione Fiera/Citylife:
“Nel caso vi fosse sfuggito vi segnalo l’articolo di Gregotti su Repubblica del 18 gennaio scorso in cui chiede l’intervento del Ministero dei Beni Culturali per sventare gli esiti del progetto Citylife (1 milione di mc su 100.000 mq fondiari e i tre bizzarri grattacieli di Libeskind,Hadid, Isozaki).
La tutela dei due unici padiglioni storici conservati (Palazzo dello Sport e Palazzine degli Orafi) potrebbe costituire lo spunto per ridiscutere anche la distribuzione planivolumetrica del progetto.
Speriamo che l’appello non cada nel vuoto !”
Ed ecco l’articolo di Gregotti …
che, sicuramente, non vi era sfuggito:
“Quella Speculazione Alla Fiera Di Milano
Alla vicenda della speculazione edilizia dell’area storica della Fiera di Milano è stata dedicata un’attenzione distratta e locale. Dopo il mio primo, isolato testo sul Corriere della Sera (giugno del 2004), la stampa si è poco interessata della questione, tutta affidata alle proteste della popolazione circostante il futuro insediamento ed alla coraggiosa battaglia condotta dall’architetto Sergio Brenna e dal suo gruppo. Solo di recente le pagine milanesi di Repubblica hanno ospitato alcuni articoli di severo e giusto giudizio di Beltrami Gadola, che ha scritto ‘dell’eccellenza del peggio’.
Si è parlato anzitutto delle scandalose procedure di concorso ed istituzionali che hanno segnato il destino della più grande area centrale disponibile della città di Milano. Purtroppo il caso Fiera non è isolato ed a Milano altre decisioni su grandi aree sono state prese negli ultimi anni con una sottomissione acritica alle mode e con una totale indifferenza alla storia urbana della città.
Ma il problema ha risvolti che meriterebbero un’attenzione più ampia da parte del governo stesso ed in particolare del ministro per i Beni e le attività culturali. Non basta la giusta battaglia per la difesa delle città d’arte se poi si consentono errori duraturi che consegneranno ai posteri la testimonianza della nostra capacità di costruire immagini urbane rappresentative solo di una cultura mercantile.
Sappiamo bene che, nonostante l’Italia si vanti di essere il paese dei monumenti e degli artisti, la cultura della forma urbana conta assai poco (quando è separata dalla rendita turistica) e che il destino della qualità morfologica e di uso delle sue città e del suo territorio sembra essere l’ultimo dei pensieri che preoccupano la collettività. Anzitutto, credo, perché istituzioni e politici sono attraversati, per quanto riguarda l’architettura, da dubbi ed ignoranze tanto ampi da rendere i loro giudizi molto incerti e quindi indifesi rispetto alle pressioni delle convenienze finanziarie, alle opinioni dei falsi competenti ed alle celebrazioni multimediali. Ancor più perché la stessa connessione tra pensiero politico e pensiero culturale è andata perduta, coperta dall’idea di libertà dell’artista come pura assenza di limiti ancorché come progetto critico.
Sembra che basti vincere qualche ridicola sfida come l’accumulo in altezza delle costruzioni o un ‘Guinness dei Primati’ per l’edificio più inutilmente strampalato per affermare che la modernità globalizzata, cioè in realtà la sua provinciale imitazione, ha finalmente raggiunto la città più laboriosa d’Italia.
Naturalmente vi è anche l’aspetto, niente affatto secondario, delle critiche specifiche che al progetto dell’area Fiera sono state fatte; non solo alla frammentazione che rende insignificante il verde pubblico, alla totale astrazione dei principi ordinatori del nuovo insieme rispetto al contesto urbano, o all’estetismo privo di qualsiasi necessità delle forme inutilizzate con un puro obiettivo di marketing, ma anche a causa dell’indifferenza con la quale gli stessi responsabili della cultura si rendono complici, con evidente superficialità, di una posizione che vuole ridurre la pratica artistica dell’architettura a pura immagine comunicativa, rappresentazione iperrealista dello stato delle cose come il migliore dei mondi possibili.
L’assenza di ogni distanza critica, o meglio la sua trasformazione in estetica generalizzata, fa inesorabilmente decadere non solo le pratiche artistiche eccellenti ma anche il livello dell’onesto mestiere, lo trasforma nella cattiva coscienza dell’efficienza in sé o nella frustrazione, fatale per l’architetto di oggi, dell’assenza di successo mediatico, mentre trasforma l’architettura stessa in una forma di intrattenimento visivo.
Credo che tutto questo non interessi solo chi pratica la nostra disciplina, preoccupato del suo stato di corruzione ogni volta ingentilito da ingannevoli rappresentazioni pubblicitarie dove l’estetica diffusa delle mode trionfa. E quando tutto questo è estetico il giudizio può dissolversi. Ma purtroppo non si dissolvono né a Milano ma anche nel resto del paese, gli edifici durevolmente costruiti a partire da queste ideologie. “
Abbiamo riportato interamente il lungo testo … anche perché trovavamo qualche difficoltà a sintetizzarlo …
francamente, la prosa di Vittorio Gregotti non ci risulta molto chiara …
ma questo è un nostro vecchio limite …
da decenni, ormai, molte “idee” del poligrafico maestro ci sfuggono …
A proposito di questo ultimo intervento poi … se Brenna non ce ne avesse spiegato, in due righe, il senso … quasi non avremmo capito nemmeno di che cosa stesse parlando …
potremmo ben dire che Vittorio rasenta, ormai, l’ineffabile …
e spesso viene da chiedersi fino a che punto gli incolpevoli lettori di Repubblica siano in grado di decifrare quelle periodiche e misteriose prose …
chissà che idea si saranno fatta degli architetti? …
siamo sicuri che devono essere in molti quelli che concludono:
“non ci ho capito un accidenti … ma deve essere proprio interessante” …
comunque ben venga l’intervento del prode Rutelli …
ché quello che, in più di un’occasione, non è riuscito a Roma …
magari possa accadere a Milano …
buona fortuna …




Mentre il mouse scorreva su e giù per l’articolo in cerca di un punto illuminante, almeno uno che potesse farmi dire “Ho capito!”, la mia autostima cominciava a vacillare…
Ma finalmete eccolo…
Peccato fosse alla fine dell’articolo e fuori dal corsivo!
Ebbene sì, era il suo commento.
Grazie.
Il problema delle decisioni prese senza tener conto del contesto storico- paesaggistico, riguarda tutte le città italiane che hanno usufruito dei fondi comunitari, al nord al sud, da sinistra a destra. La vicenda dei grattacieli nella Fiera di Milano non poteva sfuggire per le motivazioni ben rilevate da Vittorio Gregotti, ma non hanno avuto un seguito in quanto è impossibile criticare i santoni dell’architettura globale. Prendere o lasciare! Molte amministrazioni preriscono prendere, con la solita promessa dell’architettura di qualità ora in voga. Ma se l’architettura non si relaziona con il contesto esistente, di che qualità è?
Bisogna leggerlo veloce e non soffermarsi troppo sulle parole. E aiutarsi con le immagini, Gregotti deve essere illustrato. Un poco, ma poco, come Tafuri che a leggerlo non ho capito se fosse la sua immensa cultura o la mia immensa ignoranza, opto sempre per la seconda. Ricordando un rendering animato sul megaprogetto milanese, penso di avere decifrato, ma sarà quello che io voglio capire. Larghi viali con alberi asfittici e grattacieli simbolo per i quali lo stupore dura l’attimo della visione. È la citta impermeabile, non fatta per il cittadino (comune). Le citta medievali, quelle nate per aggregazione erano fatte dagli abitanti, la differenza che le contraddistingue con le città moderne, ideate dalle amministrazioni, è nella loro permeabilità.
La città, nonostante la sua variabilità, è un luogo chiuso. La possibilità che essa si renda permeabile scaturisce dalla possibilità di spendere del denaro. Altrimenti offre le stesse potenzialità di un deserto.
Non sarà forse che le incomprensibili parole del “mediocre milanese” non scaturiscano dall’invidia? Certo… farebbe meglio a stare zitto… visto le brutture che ha progettato…
Parole di gregotti:
“Anzitutto, credo, perché istituzioni e politici sono attraversati, per quanto riguarda l’architettura, da dubbi ed ignoranze tanto ampi da rendere i loro giudizi molto incerti e quindi indifesi rispetto alle pressioni delle convenienze finanziarie, alle opinioni dei falsi competenti ed alle celebrazioni multimediali.”
Bè sono proprio queste ignoranze, questi dubbi ed i falsi competenti… che hanno permesso al “milanese” di esercitare la professione di architetto e di progettare…
Altra citazione:
“sottomissione acritica alle mode e con una totale indifferenza alla storia urbana della città.”
Bè è il colmo… detto da lui…